Immigrazione

rassegna stampa

RASSEGNA STAMPA

PROGETTO EDUCAITALIA, L’ITALIA CHE EDUCA

segnala atti di razzismo

SEGNALA ATTI DI RAZZISMO

rom e sinti ROM E SINTI

PROGETTO SPRAR

le radici e le aliLE RADICI E LE ALI

logo-speciale-sanatoria-2012-per-sito.jpg SPECIALE SANATORIA 2012

GIORNATA MONDIALE DEL RIFUGIATO

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CAMPAGNA DARFUR

MAPPE DEI SERVIZI ALL’IMMIGRAZIONE


archivioARCHIVIO IMMIGRAZIONE

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consulenza legale in materia di immigrazione

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consulenza legale per protezione internazionale

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MARTEDI’ E VENERDI’ ORE 15.00- 18.00 Viale Stefanini, 15 (Metro B Pietralata)

Lo Sportello offre servizi di:

richiesta, rinnovo e aggiornamento permessi di soggiorno

conversioni di permessi di soggiorno

informazioni visti per turismo, motivi di studio e tirocini

compilazione kit

richiesta carta di soggiorno (soggiornanti di lungo periodo CE)

richiesta di cittadinanza

richiesta appuntamento per la cittadinanza

ricongiungimento familiare

coesione familiare

assunzioni colf e badanti

conteggi Inps

richiesta indennità di disoccupazione

richiesta assegno nucleo familiare

estratto contributivo Inps

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informazioni sui servizi del territorio

consulenza emersione dal lavoro nero 2012

consulenza flussi


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Monterotondo contro il razzismo. Incontro tra gli studenti delle scuole superiori e le beneficiarie del Progetto SPRAR AIDA

 

Venerdì 21 marzo 2014, ore 10,00

c/o la Sala Comunale di Monterotondo

Piazza Marconi 4, 00015, Monterotondo (Roma)

L’incontro, a cui parteciperanno gli studenti dell’I.T.I.S. “G. Cardano” di Monterotondo e del Liceo Classico Statale “Pilo Albertelli” di Roma, fa parte del progetto “Italia Migrante”, un percorso di arricchimento dell’offerta formativa promosso dall’Assessorato alla Scuola, Infanzia, Giovani e Pari Opportunità di Roma Capitale, mirante a fornire agli studenti delle scuole superiori di secondo grado delle competenze storiche, critiche e giuridiche sui fenomeni migratori che hanno interessato il nostro paese a partire dalla fine dell’Ottocento.

Permettendo agli studenti di conoscere da vicino le beneficiarie di un intervento di sostegno e di integrazione, l’ARCI di Roma, tra gli enti promotori dell’evento, intende proseguire il percorso di riflessione sull’antirazzismo e di sensibilizzazione alla scoperta dell’Altro che costituisce la ragion d’essere delle sue finalità sociali, e che trova espressione in altrettante iniziative organizzate in occasione del Giorno della Memoria, della Giornata Internazionale della Donna, dell’Anniversario della Liberazione e della Giornata Mondiale del Rifugiato.

L’evento di venerdì, promosso dal Comune di Roma, Comune di Monterotondo, ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani), Servizio Centrale del Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati e da ARCI Roma, aderisce alla X Settimana d’Azione contro il Razzismo organizzata dall’UNAR, l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali del Dipartimento per le Pari Opportunità.

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Blindati, elicotteri e cani antidroga al Pigneto per sequestrare qualche borsa. Il V Municipio e il Comune di Roma cosa fanno?

Questa mattina l’intero quartiere del Pigneto a Roma è stato messo in stato d’assedio dalla polizia e dalla guardia di finanza per un’operazione anticontraffazione che ha portato al sequestro di qualche articolo. Le forze dell’ordine, con i cani e l’appoggio di un elicottero, hanno fatto irruzione in uno stabile da tempo occupato dalla comunità senegalese.
L’Arci di Roma denuncia la sproporzione tra il fine dell’operazione e la quantità di forze e mezzi utilizzati che fanno pensare alla volontà di dare un’intimidatoria prova di forza.
È stata colpita con durezza la comunità senegalese, già più volte sgomberata dallo stabile, come se i problemi del quartiere, la sporcizia, lo spaccio, l’emarginazione sociale possano essere risolti con un’operazione di polizia contro cittadini di origine straniera che, come gli altri abitanti del Pigneto, sono vittime e non causa di questa situazione. Si è trattato di un’operazione propagandistica, e immaginiamo anche costosa, per dare l’impressione di una riappropiazione militare del territorio che non risolve nessuno dei problemi che pure ci sono.
Più volte l’Arci di Roma ha fatto presente che il degrado sociale si contrasta con politiche di inclusione socio-abitative. Dietro operazioni come quella di stamattina c’è sempre il rischio che si voglia portare all’identificazione di un nemico contro cui scaricare la frustrazione e l’impotenza per una crisi da cui non si vede via d’uscita.
Il razzismo sappiamo che è sempre in agguato. Il comune di Roma e il V Municipio devono fare la loro parte, avviando iniziative concrete di riqualificazione del Pigneto, anche occupandosi delle condizioni di vita e di lavoro sempre più precarie di migliaia di persone che vivono a Roma, e tra queste anche immigrate.
Claudio Graziano e Andrea Marziano
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AL CIE DI PONTE GALERIA RITORNANO LE BOCCHE CUCITE

L’Arci fa parte della campagna LasciateCIEntrare ed è con sgomento che apprende che nel CIE di Ponte Galeria, a Roma, i migranti tornano a cucirsi la bocca.
La testimonianza della campagna LasciateCIEntrare
Roma, 26 gennaio 2014 – Al CIE di Ponte Galeria ieri 15 migranti hanno iniziato lo sciopero della fame e della sete. In serata 13 di loro si sono cuciti nuovamente la bocca in segno di protesta, dopo averlo fatto a dicembre scorso. Sono di origine marocchina, sbarcati a Lampedusa a fine ottobre e rinchiusi nel CIE di Ponte Galeria da novembre. Da allora continuano a chiedere di sapere quale sia la loro sorte, cosa le istituzioni italiane decideranno del loro destino.
Nei giorni scorsi, hanno saputo che altri migranti marocchini sono stati fatti uscire dal CIE di Caltanissetta e chiedono anche per loro la libertà. Due di questi intendono rimanere in Italia, gli altri vogliono raggiungere le loro famiglie in altri paesi d’Europa.
Sono stressati, sfiduciati, arrabbiati” dice Gabriella Guido portavoce della campagna LasciateCIEntrare dopo essere entrata ieri mattina nel CIE e averci parlato. “Si rivolgono alla politica, alla stampa, alle associazioni per chiedere perché siano trattenuti così a lungo in quelle strutture — in condizioni invivibili – senza avere un’idea dei tempi di detenzione. Sognavano l’Italia come luogo di accoglienza. O semplicemente di transito, per arrivare in Europa”.
Nel resto del paese il tema dei CIE è all’ordine del giorno. In particolare, sulle strutture di Gradisca, in Friuli Venezia Giulia, il deputato del M5S Lorenzo Battista ha presentato un’interrogazione parlamentare d’urgenza al Ministro Alfano, chiedendo che il CIE chiuda definitivamente, a causa delle malsane condizioni nel quale versa.
A Milano, dopo un primo svotamento del CIE di Via Corelli, seguito all’ennesima rivolta dei trattenuti, l’Assessore al Welfare del comune ha indirizzato al Governo la richiesta che la struttura non venga riaperta e venga trasformata in un centro di gestione delle emergenze sociali.
Mentre a Torino i consiglieri di SEL, Marco Grimaldi, Michele Curto e del PD Lucia Centillo, Domenica Genisio, Michele Paolino, Mimmo Carretta, Marta Levi e Laura Onofri hanno presentato una proposta di mozione per chiudere il CIE di Corso Brunelleschi. La denuncia è partita da suor Anna del Centro di via Santa Maria Mazzarello che, dopo aver visitato il Cie il 21 dicembre scorso, aveva urlato la sua rabbia per la sofferenza e l’umiliazione che aveva testimoniato tra quelle mura.
La mozione chiede “a tutte le istituzioni, dal prefetto al Parlamento Italiano, che i Cie vengano superati perché sono un’esperienza fallimentare; che siano anzi definitivamente chiusi al fine di non reiterare una inqualificabile violazione dei diritti umani oltre che uno spreco di risorse pubbliche”.
 “I dati che abbiamo raccolto sul Cie — spiegano i consiglieri — dicono che un trattenuto su tre usa ansiolitici e antidepressivi e che il costo sostenuto per l’ampliamento di tre anni fa che è costato 14 milioni di euro ossia 78mila euro a posto letto”.
E’ di pochi giorni fa, inoltre, un video che mostra le condizioni del centro; dopo la diffusione delle immagini, la Prefettura ha iniziato a svuotare il centro.

 

Progetto “EducaItalia, L’Italia che Educa”. Aperte le iscrizioni ai corsi di lingua e cittadinanza italiana

 

 

 

 

 

 

 

Il progetto “EducaItalia, L’Italia che Educa” ha come obiettivo la realizzazione di interventi a favore di giovani cittadini dei Paesi Terzi presenti in Italia, atti a favorirne l’integrazione sociale e la crescita personale.

I corsi di “lingua e cittadinanza italiana” che si svolgeranno presso le sedi della “Scuola Popolare Interculturale dell’ Arci di Roma” sono finalizzati alla diffusione della conoscenza della lingua e della cultura italiana presso i cittadini stranieri immigrati, provenienti da paesi terzi, con scarsa o nessuna conoscenza della lingua seconda.

L’obiettivo è di progettare e gestire percorsi formativi rivolti a giovani stranieri (350 giovani tra i 14 e i 25 anni residenti nella provincia di Roma) allo scopo di agevolare la loro crescita culturale e una più consapevole partecipazione negli ambiti sociali, lavorativi e di cittadinanza. Gli incontri si prefiggono, infatti, di favorire l’apprendimento della lingua italiana attraverso il recupero e lo sviluppo di saperi, competenze culturali e relazionali che permettono l’integrazione e un’attiva partecipazione alla vita sociale, anche in un’ottica interculturale e di confronto.

I corsi sono rivolti a studenti che intendono:

– raggiungere il livello A1 e A2 di competenza, come indicato dal Consiglio d’Europa nelQuadro comune europeo di riferimento per la conoscenza delle lingue ,QCER(per il conseguimento presso CTP di certificato utile al rilascio della “Carta per soggiornanti di lungo periodo CE”);

– concordare un percorso di istruzione personalizzato (per il conseguimento del diploma conclusivo del primo ciclo di istruzione oppure della certificazione CILS di conoscenza della lingua italiana).

Il corso in presenza di livello A1 avrà la durata di 40 ore. Il corso di livello A2 avrà la durata di 30 ore in presenza. Entrambi i corsi prevedono due incontri settimanali di minimo 2 ore ciascuno.

Le attività della Scuola popolare Interculturale dell’Arci di Roma, dopo la prevista pubblicizzazione dei corsi, consisteranno in:

– accoglienza degli studenti (iscrizione, colloquio, test d’ingresso — da non somministrare a studenti di livello principiante assoluto -, inserimento nei gruppi);

– svolgimento dei corsi (incontri didattici, patti formativi tra studente e tutor, verifiche in itinere scritte o orali, prove finali).

 

Le iscrizioni si effettuano dal 13 Gennaio al 18 Febbraio 2014 presso la sede dell’Arci di Roma, sita in Viale G. Stefanini 15, Roma.

 

Per informazioni contattare:

Tel. 0641734712

Mail: romaimmigrazione@arci.it

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“Segregare costa. La spesa per i ‘campi nomadi’ a Napoli, Roma e Milano”

Roma, mercoledì 25 settembre, ore 10.30

Fondazione Basso, via della Dogana Vecchia 5

Berenice, Compare, Lunaria e OsservAzione

Campi sosta, autorizzati o tollerati, villaggi attrezzati o della solidarietà o più genericamente “campi nomadi”: sono questi gli spazi che le politiche istituzionali hanno privilegiato in Italia per “ospitare” i rom, sinti e camminanti nelle nostre città.

Cambiano le denominazioni ma il risultato è comune: la segregazione non solo spaziale e abitativa, ma anche sociale e culturale delle persone che vi risiedono.

 

Le risorse pubbliche investite nei campi sono ingenti. Il rapporto ne propone una ricognizione analizzando la realtà di tre grandi città italiane: Napoli, Roma e Milano.

 

Le informazioni raccolte possono offrire argomentazioni di supporto a chi tra le comunità rom, nella società civile e nelle amministrazioni pubbliche denuncia l’urgenza di ripensare completamente le politiche di inclusione sociale e abitativa delle popolazioni rom, cancellando dalle nostre città la vergogna dei “campi nomadi”.

 

Partecipano: Antonio Ardolino, Ulderico Daniele, Donatella De Vito, Claudio Graziano, Caterina Miele, Grazia Naletto, Annamaria Pasquali, Cristina Santilli, Francesca Saudino, Manuela Tassan.

 

I partecipanti riceveranno una copia del rapporto.

 

Per partecipare alla presentazione è necessario iscriversi entro il 24 settembre inviando una mail a: comunicazione@lunaria.org

 

Segregare costa è stato realizzato grazie al sostegno di Open Society Foundations

 

Docenti di lingua italiana L2

L’ARCI N. A. di Roma seleziona docenti di lingua Italiana L2 per 4 corsi
da 65 ore di docenza. I corsi si svolgeranno presso la sede operativa
dell’ARCI N. A. di Roma, in Viale G. Stefanini 15, e a Monterotondo.

I corsi si svolgeranno per il Progetto FEI 2012 “L’ABC della cittadinanza”.

 

Si richiede: Certificazione DITALS, precedente esperienza di lavoro con
Cittadini di Paesi Terzi, docenze per Corsi di Italiano L2,
attività di volontariato in Associazioni di Promozione Sociale per
l’integrazione dei Migranti.

Inviare il Curriculum Vitae e Lettera di Presentazione a: roma@arci.it
crisstella@libero.it
Le candidate ed i candidati ritenuti idonei saranno contattati per un
colloquio motivazionale entro il 28 settembre, previa comunicazione
telefonica.
Per info telefonare il giovedì al numero 3338101150 chiedendo di Cristina Formica

 

Le “politiche del rifiuto” e le possibili alternative‏

Undicesimo Forum di Sbilanciamoci!

L’impresa di un’economia diversa “Loro a Cernobbio, noi a Roma”
Roma 6-8 settembre 2013

EUROPA DISEGUALE
LE ALTERNATIVE ALLA RECESSIONE E ALLE DISEGUAGLIANZE

Sabato 7 settembre 2013
ore 9,30-12,30
Presso Teatro Valle

 

Workshop: Le politiche del rifiuto:
un caso esemplare di inutilita’, inefficacia e inefficienza della spesa pubblica.
Quali le possibili alternative?
Organizzano:
Lunaria, Antigone, Arci

Stanziamenti pubblici significativi, mancanza di trasparenza nell’utilizzo delle risorse, risultati limitati rispetto a quelli auspicati ed esposizione dei migranti e dei richiedenti asilo al rischio di frequenti violazioni dei diritti umani: questo il risultato delle politiche di “contrasto dell’immigrazione irregolare” adottate sino ad oggi. Il modo migliore per “contrastare l’immigrazione irregolare” e’ quello di facilitare l’ingresso e il soggiorno regolare dei migranti e dei richiedenti asilo nel nostro paese. Il workshop invita le realta’ di migranti e antirazziste impegnate nella lotta al razzismo e nella promozione dei diritti di cittadinanza a una riflessione collettiva sulle strategie e le iniziative comuni da promuovere nei prossimi mesi per tentare di invertire la rotta delle politiche migratorie e sull’immigrazione.

Partecipano: Alberto Barbieri (Medu), Avv. Cristina Cecchini (Asgi), Patrizio Gonnella (Antigone), Claudio Graziano (Arci), Gabriella Guido (LasciateCientrare), Alessia Montuori (Senzaconfine), Grazia Naletto (Lunaria).

DIECI ANNI SENZA DINO – 5 GIUGNO 2013

Photogallery della giornata

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CLANDESTINI

Viaggio nel vocabolario della paura

Presentazione del libro di Giulio Di Luzio

Roma, giovedì 30 maggio, ore 18.00

Circolo Arci Darfur, via dei Volsci 33

L’autore ne parla con
Filippo Miraglia, responsabile immigrazione Arci
Piero Soldini, responsabile immigrazione Cgil

Un viaggio tra le parole che fissano nell’opinione pubblica lo stigma del clandestino, dell’extracomunitario, dell’invasore, all’interno di un fenomeno descritto con una terminologia delittuosa. L’autore scandaglia la narrativa pubblica alla ricerca degli slittamenti semantici e svela una rappresentazione infarcita di stereotipi e luoghi comuni che, tuttavia, finisce per coincidere con la percezione reale del fenomeno. Un manuale di autodifesa — dalla A alla Z – contro quelle semplificazioni che individuano nel migrante il nemico simbolico a cui addebitare i mali della società.

 

Giornata internazionale dei rom e dei sinti.

I Rom e i diritti di cittadinanza.

Si è celebrata in tutto il mondo la giornata internazionale dei rom e dei sinti, istituita in ricordo dell’8 aprile del 1971, quando a Londra si riunì il primo Congresso internazionale del popolo Rom e si costituì la Romani Union, la prima associazione mondiale dei Rom riconosciuta dall’ONU nel 1979.

 

E proprio mentre si celebrava questa importante giornata dobbiamo registrare, purtroppo, che nel nostro Paese ancora tanto è da fare per evitare che giudizi e stereotipi abbiano la meglio e che tale tema non sia oggetto di strumentalizzazioni in campagna elettorale. Tali strumentalizzazioni riguardano casa Pd e il candidato a sindaco di Roma del Movimento 5 Stelle, Marcello de Vito, che — vittima del noto social network facebook — avrebbe postato un volantino raffigurante, da una parte, una donna probabilmente rom intenta a imbucare nell’urna una scheda di voto per le primarie del Pd e dall’altra, un gruppo di persone appartenenti probabilmente alla stessa comunità in fila presso un gazebo dello stesso partito con la didascalia “10 euro ai Rom per votare alle primarie” e “Il 23 marzo il Pdl paga 10 euro e il pranzo a chi sostiene Berlusconi in piazza del Popolo. Il 7 aprile il Pd paga 10 euro tutti i Rom che lo votano per le primarie. Siamo primo partito in Italia senza comprare nessuno”. (fonte Associazione 21 luglio)

Al candidato sindaco l’Associazione 21 Luglio ha inviato una lettera di diffida, di cui l’Arci ne condivide il contenuto, richiamando l’attenzione sul fatto che «senza dati e prove oggettive, che le comunità rom si sono recate al voto delle primarie dietro corrispettivo di una somma di denaro. Esse, per come formulate, possono esser suscettibili di diffondere nell’immaginario collettivo una visione delle comunità rom presenti sul territorio distorta e marcata da stereotipi e pregiudizi»: in questo senso il messaggio inviato dal De Vito nei confronti della comunità non fa altro che accrescere la discriminazione e l’intolleranza verso i Rom.

Non è stata da meno Cristiana Alicata (Pd) che sempre nella medesima giornata afferma: “Le solite incredibili file di rom che quando ci sono le primarie si scoprono appassionatissimi di politica” . Queste affermazioni danno il senso di come dobbiamo, come del resto abbiamo tentato di fare negli ultimi anni, affiancare e sostenere le esperienze di autodeterminazione dei rom. Il tema della rappresentanza è un tema centrale: solo i rom e i sinti possono determinare il loro punto di vista, e ciò certamente riguarda anche il tema del diritto al voto e dell’esercizio di cittadinanza attiva senza pensare necessariamente che quando questi ultimi lo pongono in essere sia perché siano stati “comprati i loro voti”, come la Alicata precisa.

 

Secondo i dati presentati nel Rapporto conclusivo dell’indagine approvato il 9 febbraio 2011 dalla Commissione Straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato, in Italia vivrebbero 170 — 180 mila rom, lo 0,23% della popolazione totale (in tutta Europa sono circa 11 milioni. La Romania è il paese che ne ospita il maggior numero – circa 2 milioni-, ma dati rilevanti si registrano anche in Spagna, Ungheria e Bulgaria ). Di essi, secondo il Ministero del Lavoro, almeno 70mila sono cittadini italiani e – pensiamo e ribadiamo — in quanto cittadini italiani perché non devono godere appieno dei loro diritti, e quindi anche del diritto di voto sancito dalla nostra Carta Costituzionale?

 

Per il Ministero dell’Interno, le famiglie effettivamente “nomadi”, rappresentano solo il 2-3%. Definire i rom “nomadi” è sbagliato e non rappresenta la realtà. Circa 40mila di loro vive nei campi: i restanti 140mila invece nelle normali abitazioni. Il dibattito politico intorno alla questione rom è stato, in questi anni, soprattutto un dibattito elettorale. Rom e Sinti sono stati, loro malgrado, le vittime da sacrificare sull’altare di un facile consenso popolare che affondava le sue radici da un lato nel razzismo di vasti settori della nostra società della nostra società; dall’altro nelle condizioni di estrema emarginazione, specialmente nelle grandi aree metropolitane,nelle quali vive una parte queste popolazioni. A questo va aggiunto lo stereotipo negativo presente nella nostra cultura nei loro confronti. Le politiche emergenziali hanno dilapidato milioni di euro hanno peggiorato le condizioni di vita dei rom e contribuito ad accentuare la diffidenza dei cittadini italiani. C’è bisogno,al contrario, di pratiche sociali attraverso le quali le comunità rom possano riappropriarsi di quei diritti di cittadinanza, primi tra tutti quello alla casa, al lavoro e alla scuola, che la marginalizzazione ha sottratto loro. A partire dalla chiusura dei campi e dal blocco degli sgomberi senza alternative. Si tratta quindi di pensare ai diritti di una minoranza perseguitata da secoli, con una cultura a fortemente messa in crisi dall’emarginazione e dal non riconoscimento della sua esistenza da parte delle istituzioni.

 

L’iniziativa per il riconoscimento della minoranza Rom e Sinta nel novero delle minoranze linguistico-culturali del nostro paese deve essere un nostro impegno concreto. In questo senso dobbiamo operare per dare visibilità e valorizzazione a questa cultura, alla loro lingua alla loro storia e non essere parte attiva dell’assistenzialismo di cui spesso l’associazionismo e le stesse istituzioni si sono fatti garanti nel percorso di integrazione della comunità Rom nel nostro paese. Recentemente il governo ha approvato un documento di indirizzo generale che, anche grazie al contributo di molte associazioni (tra le quali l’ARCI e di molte associazioni di rom e sinti) tenta di ribaltare l’approccio culturale, il linguaggio, e le strategie politiche con le quali affrontare la questione rom e sinti. Tentativo lodevole ma che ancora sul piano delle politiche effettive non ha prodotto risultati.

ManiFESTAzione sabato 23 Marzo per la cittadinanza!
L’Arci di Roma sin da subito si è impegnata convintamente nella campagna sulla cittadinanza “L’Italia sono anch’io” nell’ambito della quale sono state raccolte migliaia di firme per chiedere alla politica di modificare la legge che regolamenta l’acquisizione della cittadinanza italiana. La campagna ha visto una larga partecipazione di movimenti ed associazioni ed è stata a lungo nel dibattito politico italiano, tanto da far divenire il tema in oggetto un punto programmatico per più di un partito durante la scorsa campagna elettorale.
L’Arci di Roma, insieme ad altre realtà, chiede al futuro governo di impegnarsi a varare la legge sulla cittadinanza e per questo promuove il prossimo 23 Marzo alle ore 15, a P.za della Repubblica, una manifestazione. A tale giornata ha aderito anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che come certamente saprete ha a cuore questo tema.

 

Scuola Popolare Interculturale

Sono aperte le iscrizioni per il corso di italiano all’Arci di Roma: ci si può iscrivere sino al 15 Marzo 2013 presentandosi tutte le mattine, dalle ore 10.30 alle 13, presso la sede dell’Arci di Roma (viale Stefanini, 15 – Mb Pietralata).

L’inizio dei corsi è previsto dalla settimana successiva alla fine delle iscrizioni.

Si terranno corsi di alfabetizzazione, A1, A2 e B1.

 

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V edizione del “premio di laurea Dino Frisullo”

L’Associazione SENZACONFINE e l’Associazione AZAD — per la libertà del popolo kurdo, allo scopo di mantenere vivo il ricordo di Dino Frisullo e del suo impegno culturale, etico, sociale e politico a sostegno delle lotte dei lavoratori, a tutela delle donne e degli uomini migranti, in difesa dei diritti umani e per la libertà ed i diritti dei popoli, in particolare di quello kurdo, indicono la V edizione del “Premio di laurea “Dino Frisullo”, con la collaborazione scientifica degli insegnamenti di ETNOLOGIA e di ANTROPOLOGIA SOCIALE dell’Università di Bari, di CRITICA LETTERARIA e di LETTERATURE COMPARATE dell’Università di Roma “Tor Vergata”, e del MASTER “IMMIGRATI E RIFUGIATI. FORMAZIONE, COMUNICAZIONE ED INTEGRAZIONE SOCIALE” de “La Sapienza”, Università di Roma, il sostegno di ARCI e ASGI, il supporto dei CSV del Lazio CESV-SPES

 

Art. 1 AMMISSIBILITÀ DELLE RICHIESTE

I PREMI PER TESI DI LAUREA specialistica e di dottorato di ricerca, anche multimediali, hanno lo scopo di sostenere giovani laureati/e e dottori di ricerca al fine di promuovere l’approfondimento — in campo antropologico, demografico, giuridico, letterario, pedagogico, sociologico, storiografico e in altri campi disciplinari — delle tematiche relative alle migrazioni contemporanee, ed in particolare a:

• ragioni dell’emigrazione e della fuga dai paesi di origine

• fenomeni di discriminazione nei paesi di arrivo

• legislazione su immigrazione e protezione internazionale

• politiche e processi d’integrazione

• status e condizione delle minoranze in Italia e in altri paesi europei

• teorie, pratiche e interpretazioni del razzismo

• dialogo e scambio transculturale; teorie e pratiche d’intercultura

• attinenza alle finalità professionali, culturali e sociali perseguite da Dino Frisullo, ed in particolare la questione kurda

 

Art. 2 MODALITÀ DI PRESENTAZIONE DELLE DOMANDE

Nella domanda il candidato/a dovrà autocertificare:

Cognome e nome, luogo e data di nascita, cittadinanza, residenza, numero di telefono e domicilio (impegnandosi a comunicare eventuali cambiamenti dello stesso), indirizzo e-mail.

 

Allegati alla domanda:

• copia del diploma posseduto, con l’indicazione del luogo, della data di conseguimento e del voto o giudizio;

• copia della tesi di laurea o di dottorato (in formato elettronico e cartaceo);

• altri titoli che il candidato ritenga utili ai fini del concorso (pubblicazioni, curriculum vitae, etc.);

• autorizzazione a che le copie del materiale inviato restino a disposizione dell’Associazione Senzaconfine. Questa le conserverà presso l’archivio, e, fatta salva la normativa sul diritto d’autore, ne potrà proporre la diffusione e l’utilizzo.

 

La domanda di partecipazione al concorso, da redigere in carta semplice, debitamente sottoscritta e corredata dalla documentazione richiesta, dovrà essere fatta pervenire con raccomandata A/R e con indicazione sulla busta “Premio di laurea Dino Frisullo — V edizione”, entro il 16 marzo 2013 all’indirizzo: FOCUS -Casa dei Diritti Sociali, Piazza Vittorio Emanuele II N. 2 — 00185 Roma, tel. 06.4464613-4464742, fax 06.4465397, e-mail: net@dirittisociali.org (farà fede il timbro postale; per consegne a mano da lunedì a venerdì in orario di ufficio), dandone contestuale comunicazione anche all’indirizzo ass.senzaconfine@gmail.com.

La partecipazione è gratuita.

 

Art. 3 MODALITA’ DI VALUTAZIONE DELLE RICHIESTE

La Commissione Giudicatrice del concorso è presieduta dalla Presidente di Senzaconfine, Alessia Montuori, ed è composta dalle seguenti persone, che a diverso titolo (docenti, responsabili di associazioni, politici e cittadini impegnati attivamente nella società civile autorganizzata) hanno condiviso il loro percorso umano o professionale con quello di Dino Frisullo: Angela Bellei, Sergio Briguglio, Simonetta Crisci, Giulia De Martino, Hevi Dilara, Donatella Frisullo, Claudio Graziano, Maria Immacolata Macioti, Francesco Martone, Eugenio Melandri, Filippo Miraglia, Raul Mordenti, Grazia Naletto, Maria Silvia Olivieri, Alfonso Perrotta, Enrico Pugliese, Annamaria Rivera, Giulio Russo, Giovanni Russo Spena, Pilar Saravia, Gianfranco Schiavone, Lorenzo Trucco, Fulvio Vassallo Paleologo.

Le decisioni della Commissione Giudicatrice del concorso sono definitive ed irrevocabili.

 

Art. 4 CATEGORIE DEI PREMI E MODALITA’ DI ASSEGNAZIONE DEGLI STESSI

Per la quinta edizione, le categorie di concorso e i relativi premi sono riservati a laurea specialistica e dottorato, ed articolati e riservati come specificato:

1. 1.000 euro per i concorrenti in possesso della laurea specialistica;

2. 1.500 euro per i concorrenti in possesso del dottorato di ricerca.

I candidati devono aver discusso la tesi nel periodo tra il 1 gennaio 2011 e il 13 febbraio 2013 e conseguito una votazione non inferiore a 105/110, presso le Università italiane. Non sono ammesse tesi che abbiano già concorso nelle precedenti edizioni del premio.

 

Art. 5 DIFFUSIONE DEGLI ESITI

Gli esiti del concorso saranno resi pubblici su questo sito Internet, e comunicati direttamente ai vincitori ai recapiti da loro forniti, entro la fine del mese di maggio 2013. La cerimonia di consegna dei premi è prevista a Roma nel corso del mese di giugno 2013 (eventuali modifiche a tali scadenze verranno comunicate tempestivamente agli interessati ai recapiti da loro indicati nella domanda).

 

Art. 6 TRATTAMENTO DEI DATI PERSONALI

Il candidato dovrà apporre la propria firma ai fini del trattamento dei dati personali in conformità di quanto disposto dal D. Lgs. 196/2003 per tutte le attività connesse alla partecipazione al concorso ovvero per nuove iniziative di studio e/o ricerca scientifica. Per eventuali informazioni sul bando ci si può rivolgere a ass.senzaconfine@gmail.com.

 

Il “PREMIO DI LAUREA DINO FRISULLO” è sostenuto e realizzato con il contributo delle associazioni ARCI nazionale, ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione) e con il supporto dei CENTRI di SERVIZIO per il VOLONTARIATO del Lazio (CESV-SPES).

Per maggiori informazioni:

www.senzaconfine.it

Domenica 10 Febbraio h 10Presidio davanti all’ambasciata tunisina a Roma

Siamo tutt@ Chokri Belaid!

Il leader dell’opposizione tunisina, Chokri Belaïd, è stato ucciso il 6 Febbraio a Tunisi.

Le implicazioni del partito islamista Ennahdha al governo sono evidenti a tutti.

Il leader politico, già oggetto di minacce, è stato raggiunto da colpi d’arma da fuoco da distanza ravvicinata. Miglia di manifestanti hanno protestato davanti al ministero dell’Interno e in diverse città del paese, proteste a cui la polizia ha risposto con la repressione. Anche Besma, la moglie di Belaid, è scesa in piazza per continuare a rivendicare gli stessi diritti che il leader ha sempre chiesto, prima dopo e durante la rivoluzione: libertà, dignità, diritti, lavoro ed uguaglianza.

Chokri Belaid era il segretario del partito dei patrioti democratici uniti, e in quanto tale faceva parte del consiglio dei segretari che compongono il Fronte Popolare. Belaid faceva altresì parte del consiglio dei segretari del Fronte Popolare.

Chokri Belaid per una vita si è opposto ad ogni forma di dittatura.

Di seguito il Link del comunicato stampa del Fronte Popolare Tunisino

https://www.dropbox.com/s/8clgm6hx8a6bev6/comunicato%20Fronte%20Popolare%20Tunisino%20in%20Italia.pdf

Presidio davanti all’ambasciata Tunisina a Roma

10 FEBBRAIO 2013 H 10 – 14

Via Asmara, 7 – Roma

Tunisi, ucciso leader di opposizione Chokri Belaid

Il leader dell’opposizione tunisina, Chokri Belaïd, è stato ucciso stamani a Tunisi.

Le implicazioni del partito islamista al governo sono evidenti a tutti.

Il leader politico, già oggetto di minacce, è stato raggiunto da colpi d’arma da fuoco da distanza ravvicinata. Miglia di manifestanti protestano davanti al ministero dell’Interno e in diverse città del paese

Chokri Belaid per una vita si è opposto ad ogni forma di dittatura.

Di seguito il Link del comunicato stampa del Fronte Popolare

comunicato

Chokri Belaid era il segretario del partito dei patrioti democratici uniti che faceva parte del fronte popolare, che a sua volta fa parte del Fronte Popolare. Belaid faceva altresì parte del consiglio dei segretari del Fronte Popolare.

CONFERENZA STAMPA

OGGI, 6 FEBBRAIO 2013 H 18

c/o Circolo Prc Trastevere

Piazza Gioacchino Belli, 9

Roma

Giovedì 31 Gennaio 2013 h 10
Sala Consiliare di Monterotondo
Il prossimo 27 gennaio ricorre una data importante, la “Giornata della Memoria”, in commemorazione delle vittime del nazismo, dell’Olocausto e in onore di coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati. Il 27 Gennaio 1945 ci fu, infatti, la liberazione da parte dei sovietici del campo di concentramento di Auschwitz.
Al pari della Shoah, il Porrajmos — lo sterminio delle popolazioni Rom e Sinti – fu deciso sulla base delle teorie razziste che caratterizzavano il nazismo. Porrajmos in romanì significa, appunto, devastazione e indica perfettamente ciò che hanno subito queste popolazioni, indicate come Zingari. È difficile stabilire quanti Rom e Sinti morirono nei campi di concentramento tedeschi, perché i gruppi romanì non erano organizzati quanto quelli ebraici e, quindi, non censiti. Secondo lo studioso Ian Hancock, dell’Università del Texas, furono tra i cinquecentomila e il milione e mezzo i romanì sterminati. Per Sybil Hamilton, storica dello Holocaust Memorial Museum, è più plausibile che le vittime siano state dalle duecentoventimila alle cinquecentomila.
La deportazione di Rom e Sinti nei campi di sterminio iniziò nel 1934, un anno dopo la promulgazione delle Leggi di Norimberga. Spesso agli zingari era destinata una zona separata rispetto agli altri internati, con condizioni ancora più umilianti. I prigionieri Rom e Sinti venivano usati dai nazisti come vere e proprie cavie da laboratorio per esperimenti scientifici. Sterilizzati con pratiche brutali, venivano tenuti in gabbie per diversi giorni. Venivano iniettati nei loro corpi germi e virus patogeni per osservare le reazioni dell’organismo, oppure veniva fatta ingerire loro una quantità di acqua salata tale da farli morire. Anche qualora riuscissero a sopravvivere alle sevizie degli esperimenti, i prigionieri erano consegnati alla morte dalle condizioni disumane del campo.
Al termine della guerra, il Porajmos fu dimenticato, tanto che non venne mai citato nei processi per i crimini contro l’umanità, come quello di Norimberga, e solo di recente si è cominciato a parlarne. Se l’Italia non ha mai dato valore allo sterminio di Rom e Sinti, nel 1980 sulla spinta del Verband Deutscher Sinti und Roma (Unione di Sinti e Rom tedeschi), il Governo tedesco riconobbe ufficialmente la persecuzione razziale della quale furono vittime le popolazioni romanì tra il 1934 e il 1945.
Oggi nelle nostre città i Rom vivono segregati nei campi,discriminati da pregiudizi, vittme di politihe razziste che ne accentuano l’emarginazione.
In questo quadro appare chiaro quanto sia importante, oggi come ieri, superare i campi rom, simbolo della segregazione nella nostra odierna società .
Credo che sia fondamentale per i circoli Arci, per la storia stessa della associazione, ricordare tale data dedicando alle vittime dell’olocausto le attività che svolgeremo in quella giornata.
Il 31 Gennaio 2013, alle ore 10, presso la Sala Consiliare del Comune di Monterotondo ricorderemo le vittime del nazifascismo e verrà presentato il libro “La strada di Jella: prima fermata Monaco”, Sinnos editrice.

MARTEDI’ 18 DICEMBRE H 18

ARCI ROMA

in collaborazione col circolo culturale Arci Darfur

e in occasione della seconda giornata mondiale dei diritti dei migranti

presenta:

Processi di inclusione dei Rom in Italia: Azioni e strategie nazionali per il diritto allo studio e per l’occupazione

Roma Education Fund

Primo Rapporto di Ricerca 2012,

a cura di Monica Rossi e Roberto De Angelis

Martedì 13 novembre

ore 16.00

presso la facoltà di sociologia dell’università La Sapienza

Eccezionalmente il prossimo lunedì, ultimo giorno per poter inoltrare domanda di regolarizzazione, lo sportello amministrativo sara’ aperto dalle 10 alle 15

Le persone senza fissa dimora

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Apre i lavori Enrico Giovannini, Presidente dell’Istat, il quale spiega che questo rapporto è nato in occasione dell’anno europeo della povertà e dell’esclusione sociale. Continua sottolineando come la statistica deve riuscire a mettere le persone al centro,raccontando la realtà ma andando oltre i dati: a dimostrazione di ciò viene proiettato un piccolo filmato, “Persone senza dimora ma non senza volto”, a cura di Lucrezia Lo Bianco.

E’ stato fatto un censimento dei servizi a cui si possono rivolgere i senza fissa dimora nei 158 comuni esaminati e le interviste sono state somministrate nelle mense e nelle accoglienze notturne.

Ciò che è emerso dallo studio è che ci sono eventi critici che hanno portato a questa condizione. Va sfatato anche lo stereotipo che i senza dimora sono uomini che hanno scelto questa vita: infatti, ci sono anche donne e giovani.

La dottoressa Sabbadini, direttrice del dipartimento per le statistiche sociali ed ambientali, entra nel merito della ricerca spiegandone i dettagli. Tra novembre e dicembre 2011 i senza fissa dimora sono 47.648 nei 158 comuni esaminati, e in maggioranza al nord: rappresentano lo 0,2% della popolazione residente. Il 44% sono tra Milano (13.115) e Roma (7.827). A Roma il 47,6% sono stranieri

Il 9,3% degli intervistati ha difficoltà ad interagire, per inabilità fisica o dipendenza, e il rilevatore ha dovuto aiutarlo a rispondere alle domande.

I senza fissa dimora in maggioranza sono:

– Uomini (86,9%)

– Hanno meno di 45 anni (57,9% – in media 42,2 anni)

-Hanno una licenza media inferiore (due terzi)

– Vivono soli (72,9%)

– Sono stranieri (59,4% – di cui rumeni 11,5%; marocchini 9,1%; tunisini 5,7%)

In questo quadro gli stranieri sono

– Più giovani: hanno in media 36,9 anni

– Più istruiti: hanno il diploma (40,8%) o una laurea (9,3%)

– Il 20% era senza dimora già prima di arrivare in Italia

– Il 61,4% degli stranieri non ha mai avuto una casa in Italia

Il 49,7 degli stranieri è senza dimora da meno di sei mesi. Il 24% degli italiani è senza dimora da 4 anni. Ciò significa che la situazione è più cronica per gli italiani e che hanno maggiori difficoltà ad uscire da tale situazione.

Il 28,3% dei senza fissa dimora lavora, anche se in modo saltuario e poco sicuro e con occupazioni a bassa qualifica. In media lavorano 13 giorni al mese e con un guadagno di 347 € al mese: in questo senso non emergono particolari differenze tra italiani e stranieri. Le persone che non svolgono alcuna attività lavorativa sono il 71,7% del totale. Il 61,9% ha perso un lavoro stabile a seguito di un licenziamento e/o chiusura dell’azienda (22,3%), fallimento della propria attività (14,3%), motivi di salute (7,6%).

Tra gli stranieri è diffusa la difficoltà a trovare un lavoro per la irregolarità nei documenti.

Il 17,9% dei senza fissa dimora non ha fonte di reddito

Il 57,6% ha una sola fonte di reddito.

Il 24,5% ha due o più fonti di reddito.

Il 53% riceve aiuti in denaro da familiari, amici o associazioni di volontariato.

Gli eventi critici che segnano essenzialmente il destino dei senza fissa dimora sono tre:ù

Perdita del lavoro (61,9%)

Separazione dal coniuge e/o dai figli (59,5%)

Cattive condizioni di salute (16,2%)

L’8,2% dei senza fissa dimora ha vissuto tutti e tre gli eventi.

Il 74,5% vive solo.

Tra gli stranieri è più elevata la quota di chi mantiene i contatti con amici e parenti ma non li vede; viceversa per gli italiani.

Nei 12 mesi precedenti l’intervista, oltre al servizio in cui sono stati intervistati, l’89,4% ha utilizzato almeno un servizio di mensa, il 71, 2% un servizio di accoglienza notturna, il 63,1% un servizio di docce e igiene personale, il 60,6% la distribuzione abiti, il 54,7% i servizi sanitari. Gli stranieri usano maggiormente i servizi mensa e di igiene personale; essi dormono più spesso in luoghi pubblici o in alloggi di fortuna.

Le donne sono il 13,1%, ovvero 6.238. Il 43,3% di esse è di nazionalità italiana. Tra le straniere prevalgono le cittadine rumene, ucraina, bulgara e polacca. Hanno, in media, 45,1 anni e il 27,4% di esse ha più di 55 anni. Il 25,3% dichiara di avere un lavoro che viene svolto, in media, per 14 giorni al mese e con un guadagno di 314€ al mese. Il 21,3% dichiara di essere senza dimora da meno di un mese.

Don Francesco Soddu, Direttore della Caritas Italiana, sottolinea come senza la persona, la lotta alla povertà sia nulla. Il governo – continua – si è impegnato a risolvere il problema dei senza tetto entro il 2015 e auspica si vada avanti in tal senso. Se per gli stranieri si può supporre che la situazione sia temporanea, per gli italiani no. E il problema scatenante è il lavoro, che equivale a perdere la dignità. In tal senso si devono superare gli interventi spot.

Paolo Pezzana, Presidente della federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora -fio.PSD , sottolinea come la L.328/2000 e l’art.28 (“interventi urgenti per le situazioni di povertà estrema”) siano stati una buona base da cui partire. Pezzana ricorda con favore anche il ruolo di Ferrero, ministro della solidarietà sociale, e il lavoro che egli ha fatto con la Convenzione per connettere le associazioni. Ciò vuol dire – continua – che anche nelle istituzioni e nella politica ci sono le persone serie.

I dati emersi dallo studio portato avanti dall’Istat demoliscono i pregiudizi. Lo 0.2% della popolazione è un dato che si registra nelle grandi aree dell’occidente . A livello europeo c’è una ricerca sulle varie categorie di disagio: i nostri dati possono essere paragonati e integrarsi con essi. I nostri dati sono la punta dell’iceberg: chiunque di noi può diventare un senza fissa dimora.

Investire nella scuola e nella famiglia non è una ideologia qualunque, ma è una prevenzione contro la competizione sfrenata della società in cui viviamo che può portare a diventare dei senza fissa dimora. I senza fissa dimora devono essere rinclusi nella società gradino per gradino, in particolare ai servizi: se 2000 sopra i 65 anni sono senza dimora equivale a dire che sono senza chance.

Solo il 17% dei senza dimora vive di elemosina. Gli altri vivono con 0 € . Come fanno? Sono dei maestri. In un paese dove una persona che prende 8000 € al mese e non sa come fare a vivere se gli diminuiranno lo stipendio ciò è emblematico.

Pezzana ha delle proposte:

Non si può più aspettare ma si devono attuare delle misure di contrasto alla povertà almeno alla povertà assoluta: ci vuole un reddito minimo.

Bisogna risolvere il problema della residenza anagrafica (si ricordi la campagna “residente della Repubblica”): molti si rifiutano di dare una residenza se non si ha una dimora dove stabilirla e di conseguenza non si è titolari di diritti. Al centro c’è l’housing (non i dormitori ma una sistemazione sostenibile), come negli altri paesi europei.

Nel campo delle politiche del lavoro dovremmo fornire una “occupazione significativa” prendendo spunto dai paesi europei. E’ facile che la comunità si occupi dei senza dimora se il soggetto, per esempio, si occupa dei giardini del quartiere e che si muovano dei capitali che la pubblica amministrazione non può muovere.

Conclude Maria Cecilia Guerra, Sottosegretario del Ministero del lavoro, che evidenzia che è importante capire e uscire dagli stereotipi. Continua dicendo che c’è una distanza da colmare e che ci fa comodo pensare che sia una scelta essere dei senza dimora. Bisogna pensare a politiche sociali che partono dalla presa in carico con specificità della situazione dell’utente, bisogna fare rete coinvolgendo più soggetti (pubblica amministrazione e no).

Italiani e stranieri sono diversi, a quanto emerge dai dati: sono due storie diverse con percorsi diversi, che richiedono risposte diverse. Gli stranieri sono giovani che richiedono attivamente il lavoro. Il modo in cui si guarda l’immigrazione è ancora ricco di stereotipi (però es, si pensa ancora che gli immigrati debbano fare i lavori che gli italiani non vogliono fare). Il ministero non farà un decreto flussi perché abbiamo un alto tasso di disoccupazione e non vogliamo incentivarlo.

Fare politica: l’impegno antirazzista dal Sudan a San Lorenzo

Quanto accaduto lo scorso 21 settembre in via dei Volsci, in occasione della inaugurazione del circolo culturale Arci Darfur, ha fatto il giro della rete. In breve, un gruppo di rifugiati sudanesi viene aggredito da alcuni individui con epiteti razzisti del tipo “scimmia, torna a vendere banane nel tuo paese”, “negro ti uccido”, per poi passare alle aggressioni con un grosso coltello ed una pietra, anche in presenza di una bimba di quattro anni, figlia di uno dei rifugiati. Nelle settimane precedenti i rifugiati avevano ricevuto costanti aggressioni razziste e ci sono stati due tentativi d’incendio del locale con due bombe carta. Quanto accaduto ha suscitato un dibattito che non può non riguardarci e interrogarci: il fallimento di quelle esperienze che tutti noi riteniamo essere luoghi di sinistra, essere sicuramente luoghi antirazzisti e dove l’antirazzismo non è una categoria astratta ma una definizione concreta e praticata nella vita di tutti i giorni. E ciò specie in quartieri storici della sinistra come San Lorenzo. Quanto accaduto è un fallimento per tutti, come giustamente sottolineano alcuni responsabili politici del cento sociale 32, perché le problematiche che loro stessi si trovano ad affrontare giorno per giorno sono le più disparate in una città che non offre servizi e politiche giovanili alternative alla strada.

Il lavoro svolto negli anni dal centro sociale 32 è stato coraggioso e di valore e auspichiamo che continui ad essere così. Altrettanto di valore è il progetto del circolo culturale Arci Darfur, “Tutt@ a scuola”. Quest’ultimo ha l’ambizione di raccogliere fondi per comprare il necessario per permettere ai bambini e alle bambine sudanesi, profughi in Ciad, di studiare. I rifugiati che hanno aperto il circolo culturale a San Lorenzo hanno affrontato la guerra civile, molto intensa nel loro Paese e in particolare nel Darfur: secondo le stime ONU, dal 2000 il conflitto ha provocato 200.000 morti e centinaia di migliaia di profughi sia nel Sudan che negli stati confinanti. Molti sudanesi hanno cercato rifugio in Ciad, ed è per questo motivo che nasce il progetto di creare il progetto della scuola nel deserto, nel campo di Bredjing.

I rifugiati sudanesi presenti a Roma capiscono molto bene l’importanza del diritto allo studio. Hanno affrontato e affrontano quotidianamente le contraddizioni di una città e di un Paese come l’Italia dove l’accoglienza e i servizi subiscono continui tagli. Dalla stazione tiburtina, dove dormivano in quello che l’allora sindaco Veltroni chiamava “Hotel Africa”, con la loro forza e determinazione ne hanno fatta di strada: oggi hanno la voglia di fare politica e noi abbiamo il dovere di sostenerli e di fare politica con loro proprio perché non si verifichino ancora fatti come quelli dello scorso 21 settembre. Diffondere la cultura antirazzista e favorire l’impegno politico è nostra cura, come lo è non tarpare le ali a chi sente l’esigenza di impegnarsi in tal senso.

Lampedusa non è un’isola

Domande al ministro Riccardi

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Introduce i lavori il presidente di A Buon Diritto, Luigi Manconi, evidenziando sin da subito che la pubblicazione “Lampedusa non è un’isola” è una parte di un progetto più ambizioso, che vedrà la luce nel 2014 e che si chiamerà Larticolo3. La pubblicazione più ampia ha l’obiettivo di redare un rapporto sullo stato di diritto in Italia e sarà diviso in 15 sezioni: dall’informazione ai diritti civili passando per i diritti dei migranti e dei rom, caminanti e sinti. Il rapporto tenterà di mettere in evidenza se in Italia i diritti ci sono o non ci sono, se sono in vigore o meno o se sono violati o meno, oltre ad effettuare un monitoraggio ed una analisi normativa. Si porrà anche l’obiettivo di dialogare con le istituzioni e di condizionarle, laddove possibile.

Lampedusa non è un’isola è stato pubblicato il 20 giugno, giornata internazionale del rifugiato, e in quello stesso giorno è stato discusso col Ministero dell’Interno, successivamente è stato discusso con il capo della polizia e la protezione civile e poi con le forze politiche ed il Capo dello Stato. Il 27 giugno è stato presentato all’associazionismo e discusso insieme al ministro Riccardi, responsabile di molti dei temi affrontati nel rapporto. Il tema in oggetto necessita relazioni con le istituzioni perché l’evoluzione delle politiche migratorie ha portato ad una situazione drammatica: il governo Berlusconi del 2008 ha portato a forzature ed accelerature verso la crisi che hanno avuto anche una ricaduta sui migranti e sulle migranti.

Stefano Anastasia sottolinea come il rapporto “Lampedusa non è un’isola” sia stato costruito intorno a Lampedusa 2011, ovvero intorno ai fatti rilevanti che hanno riguardato il nostro Paese lo scorso anno: il tempo e lo spazio sono, quindi, molto precisi. La struttura rappresenta violazioni di diritti, parla di cronache e di fatti, basandosi non solo sulle discriminazioni emerse da testimonianze varie ma anche dalle banche dati ponendo un focus specifico sulla normativa 2008/2011. e’ stata fatta una analisi dei centri per stranieri in Italia ma anche di come si parla degli stranieri, degli stereotipi che pervadono la nostra cultura per poi concludersi con 30 raccomandazioni che possiamo dividere in 4 grandi aree tematiche:

  • sistema di ingressi
  • come garantire effettività del diritto d’asilo con una legge organica in sintonia con la politica?
  • garantire i diritti umani dei/delle migranti e dei rifugiati
  • superamento dei CIE

Perchè Lampedusa? Perchè il 2011 è stato un anno particolarmente rilevante per le migrazioni nel mediterraneo e per ciò che è successo: la rottura delle frontiere è un fatto geopolitico epocale destinato a segnare il futuro del Mediterraneo, incrociando interesse, spostamenti e mercati di Asia, Europa e Africa. Lampedusa e tutto ciò che è derivato dalla mobilitazione di persone è stata una prova per il nostro sistema di accoglienza: i dati ufficiali sono pari a 60.000 arrivi divisi tra imbarcazioni provenienti dalla Tunisia e dalla Libia. Delle 37.350 richieste d’asilo presentate lo scorso anno, 28.500 sono state poste da cittadini provenienti dal continente africano: questo dato è da mettere in relazioni con gli arrivi successivi alle rivoluzioni arabe. A ciò si aggiungono 3.000 minori stranieri non accompagnati e oltre 2.000 dispersi nel Mediterraneo, e in particolare nel Canale di Sicilia. La protezione civile, nell’immediato, ha prodotto un risultato di gestione. I problemi sono altri e nascono in relazione al nostro sistema d’asilo : nel rapporto se ne sottolineano le criticità (una su tutte, la chiusura nei primi due mesi del centro di Lampedusa). Vi sono anche le difficoltà strutturali date dalla mancanza di un sistema efficiente (CARA e SPRAR sono insufficienti) e dalla mancanza di un sostegno all’integrazione. Questa faticosa accoglienza ha a che fare assai più con le professionalità degli operatori delle agenzie: le difficoltà nascono dall’indirizzo politico: ciò che costruiamo dalla normativa interna e internazionale, anche in seguito al conflitto, nascono dalla politica delle porte chiuse, che non si tara su una tutela dei diritti umani e non sulla necessità di accoglienza.

La prima domanda al ministro viene rivolta da padre Giovanni Lamanna, del Centro Astalli, che per prima cosa evidenza che l’accoglienza è molto più che faticosa: è vergognosa. Nel 2012, in Italia, è stato registrato un calo degli arrivi: i dati della Cancellieri evidenziano che sono giunti 8.884 migranti. Lo scorso anno gli arrivi erano pari a 62.692. Ciò non vuol dire che non ci sono più crisi e persecuzioni nel mondo: ciò vuol dire che pochi riescono a giungere in Italia e che ci sono ancora troppi morti in mare o nei caravan, dove le persone si nascondono per non essere respinte. Ciò deve pesare sulle nostre coscienze. La fermezza di controllo alle frontiere non può andare a discapito dei diritti umani di chi sfugge a guerre e persecuzioni. Vorremmo sapere, in quanto cittadini italiani, cosa prevedono gli accordi con Libia, Egitto e Tunisia in merito alle migrazioni e quale misure prenderà il governo per l’accessibilità al diritto d’asilo- continua padre Giovanni.

Sta per finire l’accoglienza straordinaria, per cui si sono spese 45 € a persona al giorno, attivata lo scorso anno in seguito all'”emergenza nordafrica”: una parte delle persone accolte deve ancora andare in commissione, altre hanno ricevuto un diniego. Tutte queste persone sono ancora nei centri a prescindere dall’iter dei loro documenti, tutte hanno intrapreso percorsi di integrazione. Che intenzioni ha il governo? Le notizie che ha l’associazionismo è che i soldi siano finiti.

Prosegue Filippo Miraglia, dell’Arci, introducendo il tema della cittadinanza. In Italia ci sono 5.000.000 di migranti e ciò ci interroga circa l’idea che abbiamo di cittadinanza, che è sicuramente diversa da quella del ’92. L’Arci, ma anche tutta la rete che ha partecipato alla campagna “L’Italia sono anch’io”, pensa che si debba allargare l’orizzonte del diritto e non si possa ragionare in termini “noi-loro”: la campagna ha infatti sviluppato essenzialmente i temi dell’uguaglianza e del diritto. Dobbiamo guardare ad un futuro comune e non vedere la cittadinanza come una concessione ma come un diritto. La politica non ha avuto il coraggio di indicare la strada, ma ha puntato ad una mediazione con le forze politiche. Ne consegue, quindi, che siamo fermi al ’92 dal punto di vista delle legislazione e delle pratiche.

Grazia Naletto, di Lunaria, sottolinea che in Italia c’è una evoluzione del razzismo. Il consiglio d’Europa nel suo rapporto sui diritti umani già nel 2009 ha più volte sottolineato alcuni punti di criticità: una legislazione tendente a ledere sempre più i diritti umani (caso emblematico è il pacchetto sicurezza), i CPT, i CIE, i rom… L’ultimo rapporto del consiglio d’europa esorta ad abolire i CIE. La paura è che si voglia derubricare la lotta al razzismo per via della crisi. Il governo intende prevenire il razzismo istituzionale?

Il ministro Riccardi risponde a queste prime domande sostenendo che c’è una battaglia culturale da fare nel Paese perché gli umori e le mentalità cambiano in tempi di crisi. Il discorso pubblico sugli immigrati è cambiato: abbiamo cambiato linguaggio e la minaccia nella società contemporanea è molto complessa. Purtroppo, però, questo governo non ha operato una unificazione della materia. Il prossimo governo dovrà innovare il pacchetto complessivo. Certamente la madre della battaglia è la cittadinanza: il tema è un punto miliare, sopratutto per i bambini e le bambine nati in Italia. Lo ius sanguinis va superato. Per superare l’impasse che non si può arrivare allo ius soli,il ministro riferisce di aver proposto lo ius culturae secondo cui si acquisisce la cittadinanza dopo aver frequentato un ciclo scolastico: in merito ci sono state posizioni favorevoli e posizioni contrarie. Si poteva fare di più? Sì. Ma si è scelto di rimandare il problema e si è persa una occasione preziosa: chi voleva la cittadinanza avrebbe potuto/dovuto cercare le vie del possibile.

Il ministro continua dicendo che c’è una battaglia culturale a proposito dell’immigrazione: bisogna uscire dall’idea dell’emergenza e dell’invasione. Il nostro Paese sta diventando poco appetibile. Il ministro si rivolge alla presidente di Lunaria, chiedendole se abbia la percezione dei motivi per cui se ne sono andati tanti stranieri. Il motivo non è solo il lavoro, ma anche la mancanza di migrazione di immigrazione. Un paese moderno non deve e non può concepire la sua crescita senza la presenza dei/delle migranti. Una frase del giornale Repubblica dice che se l’immigrazione fosse una materia scolastica, gli italiani sarebbero tutti bocciati: ciò è la cartina di tornasole di quanto lavoro ci sia da fare. In tal senso è importante il lavoro dell’UNAR. Il ministro, aggiunge, ha proposto di porre argine all’odio nazionale e religioso che si è sviluppato via internet e ha ricevuto una condanna per crimini contro l’umanità da un sito internet.

Il calo degli arrivi è dovuto al fatto che nel 2011 c’è stata la primavera araba che ha determinato un picco di spostamenti. In precedenza c’era un accordo preferenziale con la Libia. Oggi la situazione è cambiata. Il governo ha spostato la frontiera al di lì non per bloccare ma per orientare e prevenire le torture: in questo senso non bisogna sottovalutare il ruolo della cooperazione, strettamente connessa alle tematiche dell’immigrazione.

Prosegue Salvatore Fachile, avvocato dell’ASGI, asserendo che la sanatoria da il senso che le cose si ripetono e dimostrano il fallimento delle politiche migratorie e del testo unico immigrazione: per questo si è costretti ciclicamente a fare delle sanatorie. Il governo deve prendere atto che il decreto flussi ha fallito: che ha intenzione di fare? La sanatoria rischia di essere fallimentare per via dei requisiti molto duri richiesti e per lo sbilanciamento totale a favore del datore di lavoro. La prova d’entrata deve provenire da un organismo pubblico: molti non riusciranno ad avere la prova. Ci saranno molti ricorsi. E’ possibile una circolare interpretativa che allarghi questo requisito almeno alle associazioni iscritte al registro unico?

Se la regolarizzazione non dovesse andare a buon fine per colpa del lavoratore, il datore di lavoro si sana e non ci sono conseguenze. Se la regolarizzazione non va a buon fine per colpa del datore di lavoro che non si presenta allo Sportello Unico per la stipula del contratto di soggiorno, non sono previsti vantaggi per il lavoratore ma, anzi, è espellibile. Si può fare una circolare in cui si dica che viene dato il permesso di soggiorno per attesa occupazione ai lavoratori.

Interviene, infine, Carlo Stasolla, presidente dell’associazione 21Luglio, che porta al centro dell’attenzione come l’Italia sia il paese dei campi. Negli ultimi anni ci siamo mossi nell’emergenza. Il 16 novembre 201 c’è stata la sentenza del Consiglio di Stato che dichiarava illegittimi tutti i piani nomadi emanati a Roma, Milano e Napoli. Con stupore dell’associazione, il governo impugna la sentenza e d’altro lato – con speranza dell’associazione – emana la strategia d’inclusione di rom, caminanti e sinti, anche se non è ancora stata attuata. Gli sgomberi sono stati oltre 1000 tra Roma e Milano. Stasolla si chiede e ci chiede come far calare nell’immediato la strategia presso le amministrazioni locali. Oggi il campo nomadi è il luogo in cui c’è segregazione etnica, il ministro concorda?

Il ministro risponde a queste ultime dicendo testualmente che difende l’emersione, che si conclude il 15 ottobre e non oltre: non la considera un fallimento e se ne prende la responsabilità. I limiti evidenziati da Fachile nascono nella complessità del suo itinerario, che era comunque necessario. Fachile ha ragione: bisogna ripensare il testo unico, anche perché da quanto è stato scritto il mondo è cambiato. Al momento della discussione le richieste fatte sono 35.000. Il fatto che non si parli di pubblica amministrazione ma di organismo pubblico ha un significato: con le circolari non si aggiustano gli strumenti.

Il ministro Riccardi ha portato la strategia nazionale d’inclusione dei rom, caminanti e sinti, nata da un tavolo nazionale formato da ministri, enti locali, etc, convocato e su cui c’è stato consenso rispetto alla strategia: quest’ultima tratta le problematiche del lavoro, della scolarizzazione, dell’accesso alla sanità e del superamento della logica dei campi. Il rapporto della commissione diritti umani del consiglio d’Europa è stato molto duro con l’Italia sotto molteplici aspetti ma riconosce come in pochi mesi l’Italia si è messa in movimento. I soldi vanno spesi con gli enti locali. Per quanto concerne il ricorso, nasce dal fatto che il governo non può accettare che un giudice amministrativo metta nel nulla una decisione del governo presa in condizione d’emergenza.

DOPO LE AGGRESSIONI A VIA DEI VOLSCI RILANCIAMO LA CULTURA SOLIDALE E ANTIRAZZISTA CON UN SERIO CONFRONTO

Quello che è successo venerdì scorso a San Lorenzo, in un quartiere storico della sinistra romana e in particolare della sinistra d’alternativa, è un fatto gravissimo a maggior ragione perché l’aggressione e gli epiteti razzisti provenivano da un importante centro sociale dellacittà. Le giustificazioni e le problematiche che vengono addotte da alcuni responsabili politici di quello spazio sono senza dubbio elementi di cui tener conto ma non possono giustificare quello che è avvenuto. Siamo i primi a dire che le situazioni di emarginazione sociale dei nostri territori non possono essere abbandonate ma proprio per questo c’è bisogno di far crescere quegli elementi di cultura politica e di solidarietà sociale che sono gli unici in grado di fare da anticorpi alla marea qualunquista e fascista che ci sta attanagliando. Non si puòabdicare ai valori fondativi della nostra cultura, dai ghetti rom alle baraccopoli dei rifugiati ai quartieri delle nostre periferie, anche a San Lorenzo non rinunceremo a questi stessi valori. Nonostante quello che è successo il circolo Arci Darfur e l’Arci di Roma continueranno a pensare che nel quartiere di San Lorenzo e in quel luogo di via dei Volsci è possibile sviluppare, organizzare e costruire una esperienza importante per la vita dei rifugiati romani e dei profughi sudanesi in particolare.

Il circolo Arci Darfur che è stato colpito dai fatti di venerdì nasce in questa città dall’esperienza dell’insediamento di immigrati e rifugiati della stazione tiburtina, quello che per intenderci il sindaco Veltroni chiamava “Hotel Africa”. I ragazzi del Sudan che fanno riferimento a questo circolo in questi ultimi 10 anni hanno vissuto tutte le contraddizioni del sistema di accoglienza inesistente della città di Roma: assenza di prospettive di lavoro e di abitazione, pochissimi servizi di integrazione e vittime delle politiche razziste dei governi che si sono susseguiti negli anni.

La presenza del circolo Arci Darfur a San Lorenzo è nella prospettiva di sviluppare su quel territorio e verso la città iniziative che parlino dei due grandi aspetti che affronta un rifugiato nella sua vita: la prima, inesistenza di una tutela del diritto di asilo nel nostro Paese (basti pensare alle drammatiche condizioni dell’accoglienza e a tutto quello che è stato costruito sulla vicenda di Lampedusa); la seconda questione è quella relativa al dare visibilità al genocidio del Darfur e alle conseguenze politiche e sociali che da esso ne sono conseguite. Questo attraverso puntuali iniziative di denuncia e controinformazione e alla promozione della cultura del Sudan nel nostro Paese.

Il centro culturale sudanese Arci Darfur puòrappresentare una opportunità unica, oltre che per il quartiere, per aprire un dialogo tra tutti quelli che pensano di non aprire una guerra fra poveri nella nostra città. Pensiamo che tutte le componenti sociali e politiche del territorio interessate debbano aprire un confronto sul futuro del quartiere. Noi siamo disponibili e pensiamo che non bastino delle dichiarazioni generiche su quanto accaduto.

Il centro di via dei Volsci 33 è aperto a chiunque voglia promuovere iniziative di solidarietà con la popolazione immigrata nella nostra città. Nei prossimi giorni costruiremo altre iniziative alle quali tutti saranno invitati anche per misurare se effettivamente vi è una disponibilità delle parti sociali e politiche del territorio a stabilire una relazione positiva.

Claudio Graziano, Arci Roma

I fatti in breve:

venerdì 21 Settembre – inaugurazione centro culturale Arci Darfur

Per le 18 di venerdì scorso era prevista l’inaugurazione del centro culturale Arci Darfur in via dei Volsci, 33 a San Lorenzo. Durante l’inaugurazione i rifugiati sudanesi, in presenza di una bimba di 4 anni figlia di un rifugiato, sono stati aggrediti da alcuni individui prima con un grosso coltello a serramanico poi con un masso ed insultati con epiteti razzisti come “negro di merda torna a vendere banane nel tuo paese”, “scimmia”, “negro ti uccido”. Solo il sangue freddo dei rifugiati e l’arrivo della polizia ha impedito che l’episodio assumesse dimensioni drammatiche. Durante gli scorsi 15 giorni, mentre i rifugiati allestivano il locale per l’evento divenerdì, erano già stati vittime di altre e costanti aggressioni razziste anche con due attentati incendiari verso il locale a mezzo di due bombe carta.

Vedi anche:

http://www.globalist.it/Secure/Detail_News_Display?ID=33636&typeb=0

http://www.youtube.com/watch?v=_-h6_1_BoTE&feature=player_embedded

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Scuola popolare interculturale Arci di Roma

Orari delle lezioni:

CORSO BASE (A1):

mercoledì e giovedì 10.30/12.30

lunedì e mercoledì 15.00/17.00

CORSO INTERMEDIO:

lunedì e mercoledì 16.00/18.00

CORSO AVANZATO:

martedì e venerdì 10.30/12.30

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Diritti Rubati

Rapporto sulle condizioni di vita dei minori rom e delle loro famiglie nel villaggio “attrezzato” di via della Cesarina a Roma

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Introduce i lavori Lara Facondi, giornalista di Paese Sera, descrivendo come il campo attrezzato di via della Cesarina sia più piccolo rispetto agli altri campi attrezzati (8 in tutto) presenti in città e come viene gestito da un privato. Il rapporto si basa sulle ricerche svolte da febbraio a giugno 2012.

Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 Luglio, enuncia come il rapporto tragga origine da eventi lontani. Ci riporta con la memoria nel maggio del 2002, quando su “Il Messaggero” Federica Angeli scriveva, in riferimento al campo di via della Cesarina, che la polizia era irrotta nel campo e aveva trovato 126 rumeni senza documenti. Il gestore dell’allora camping veniva arrestato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e sfruttamento della manodopera. L’allora giunta Veltroni si interfacciò con l’amministratore del campo e la gestione del villaggio era stata affidata a C. G. in quanto proprietario. Dal 2003 al 2008 “Arci Solidarietà” si incarica della scolarizzazione dei bambini presenti. In questi stessi anni alcune famiglie vengono allontanate dal proprietario, personaggio ambiguo. Il 20 agosto 2004 la giunta Veltroni stipula una convenzione con il proprietario del campo per cui a quest’ultimo gli vengono dati 438.000 è all’anno per l’accoglienza di 150 persone.

Il 9 marzo 2007 Veltroni chiude il campo di Villa Troili e gli abitanti vengono trasferiti nel campo di via della Cesarina, arrivando a 139 abitanti.

L’associazione 21 Luglio sostiene di aver inviato rapporti mensili al V dipartimento, che proprio nel giorno della presentazione dell’ultimo rapporto, ha dichiarato di non sapere cosa avviene nei campi. Nell’agosto 2011, l’associazione aveva segnalato criticitàigienico – sanitarie rispetto al campo di via della Cesarina e ad ottobre 2011 ha segnalato che gli abitanti del “settore B” hanno un pannello di controllo dell’energia elettrica nei container, per cui quando una famiglia parte la leva viene abbassata sebbene continuino ugualmente e obbligatoriamente a pagare.

Quando, nel febbraio 2012, inizia la ricerca la Comunità è stressata, impaurita e precaria.

Antonio Ardolino, ricercatore, sottolinea come fare le interviste e i sopralluoghi (dietro permesso del Comune) sia stato molto difficile: per questo è stato scelto di non inserire neanche le iniziali nelle testimonianze. Ritiene che la situazione presente in questo campo sia una delle peggiori a Roma e l’unico dato che può risultare positivo è che, a differenza dagli altri campi, i servizi sono vicini ed è collegato con i mezzi pubblici. Il campo è piccolo rispetto agli altri e non può permettere un intervento sociale migliore di quello che c’è. Per grandezza, il campo, è comunque oltre i parametri indicati nel regolamento che il Comune si da ( per mezzo ettaro il regolamento prevede massimo 125 persone): nel campo ci sono 180 persone. Il Comune è, quindi, illegale. Anche per quanto concerne le strutture alloggiative si è fuori dai parametri: sono presenti 20 containers di 10 mq, 9 roulette di 12 mq, e 11 case mobili di 18 mq. Il regolamento comunale prevede 56 mq per 4 persone. Per una struttura così il regolamento prevede minimo 15 bagni più le docce: nel campo sono presenti 8 bagni in funzione (seppur fatiscenti) e 8 docce.

Nel settembre 2009 c’è stata l’ultima firma della convenzione con il comune di Roma con il legale rappresentante della società che gestiva l’allora campeggio. Questa societàdovrebbe occuparsi delle utenze, che vengono gestite con abusi dall’ente gestore. L’energia elettrica ha un voltaggio così basso che l’energia salta usando solo la tv e una lampadina. Se, per caso, un bambino ha bisogno di fare l’aerosol non lo può fare perché salta la corrente. Far saltare la corrente significa essere puniti dall’ente gestore, che per un paio di giorni lascerà il nucleo abitativo senza energia. L’acqua calda c’è per 2 ore e non tutti i giorni: farsi una doccia calda è un miraggio e c’è una vera e propria gara per accedere per primi alle docce. Tutti gli abitanti devono versare 50 è a nucleo abitativo all’ente gestore, che non rilascia la fattura e non dichiara a cosa servano questi soldi. Inoltre, se ci sono degli interventi da parte dell’ente gestore, ogni abitante deve pagare una quota (in aggiunta ai soldi che l’ente riceve dal Comune di Roma)

Lo scorso anno una delegazione del campo è stata da Scozzafava, il direttore del V dipartimento, e ha elencato le problematiche e le criticitàdel campo.

I servizi all’interno del campo sono gestiti da “La Casa dei diritti sociali” per la scolarizzazione, l'”Opera nomadi” per quanto concerne i minori e dalla ASL in maniera costante dal 2007 per quanto concerne i servizi sanitari. Qualsiasi intervento sociale viene inficiato: ci sono difficoltà per fare qualsiasi cosa. Per quanto ci sia prevenzione, una struttura del genere è indecente. Il punto di fondo è il campo. Si parla di integrazione e legalità, ma i campi sono illegali. Si devono superare i campi, altrimenti non si uscirà mai da questo loop.

Il 31 luglio 2009 Alemanno vara il piano nomadi all’insegna di “solidarietà e integrazione” e di “legalità e sicurezza”. Il piano nomadi prevede la chiusura della maggior parte dei campi presenti a Roma (ce ne sono circa 100 a Roma, tra tollerati e no) per arrivare a circa 13. Il piano nomadi inizia con gli sgomberi e i trasferimenti forzati. La Belviso, vice sindaco di Roma, denuncia come dentro i campi ci sia spaccio di armi ed eroina. La segregazione sociale è data dalle dinamiche: la gente è stremata. Nei campi, continua Ardolino, c’è una segregazione umana, dove i diritti sono sospesi, gli abitanti sono invisibili, fragili e precari. Gli abitanti sono all’oscuro dei proprio diritti e anche gli operatori si sentono impotenti. L’associazione 21 luglio consegna puntualmente i rapporti elaborati alla proprietà del campo di Via Cesarina, che dice che sta cercando di vendere il terreno. I rapporti vengono consegnati anche al Comune, all’ente gestore e alle organizzazioni che all’interno del campo promuovono la cultura dei diritti umani al fine di informare e mettere davanti alle ricerche chi li vi opera a vario titolo.

Brazzoduro, docente a “La Sapienza”, sottolinea come il rapporto sia eccellente e dettagliato, ricco di rimandi a leggi nazionali e internazionali. Il piano nomadi, spiega il docente, è sbagliato già nella sua dizione. Chi sono i nomadi? I rom non sono nomadi da generazioni. Solo 150.000 rom in tutta Italia hanno una vita itinerante. I rom a Roma sono in regola con i permessi di soggiorno e hanno spesso fatto domanda di casa popolare, quando dal 2000 per la prima volta erano ammessi anche i cittadini stranieri con permesso di soggiorno. Hanno però difficoltà ad avere una casa popolare perché a Roma non ci sono case popolari: le case riescono solo a coprire le esigenze degli sfrattati, e gli sgomberi non sono considerati sfratti.

Il fondamento giuridico del piano nomadi si ha nella ordinanza del Consiglio dei Ministri del marzo 2008, seguita da tre ordinanze successive a Roma, Milano e Napoli con tre commissari straordinari (i prefetti) che potevano derogare alla legge ordinaria. Le motivazioni che si leggono nell’ordinanza sono di allarme sociale e una lettura dei campi come abitati da criminali. L’ente gestore si arroga il diritto di scegliere chi accogliere e chi espellere: i rom non si oppongono a questo. Eppure vengono dipinti come pericolosi criminali. c’è stata una denuncia al TAR sul piano nomadi e lo scorso novembre il Consiglio di Stato ha dichiarato illegittimi i piani nomadi di Roma, Milano e Napoli in quanto inesistente il presupposto dell’emergenza. Lo stesso consiglio di stato ha sospeso l’effetto della sentenza. In febbraio, infatti, l’attuale governo impugna la sentenza in Cassazione: siamo in attesa di giudizio.

Il piano nomadi di Roma del 2009 è stato fatto in seguito a ben due censimenti, uno a cura della Croce Rossa Italiana e uno (dopo soli due mesi) a cura dell’esercito italiano. E’ venuto fuori, come detto dallo stesso prefetto, che a Roma ci sono 80 campi spontanei o abusivi, 14 campi tollerati (ovvero quelli semi attrezzati, come il Casilino 900) e i campi autorizzati e attrezzati (come quello di via Cesarina). Dall’entrata in vigore del piano nomadi, a Roma, ci sono stati 440 sgomberi in piena violazione del diritto internazionale dei diritti umani. Il Comune motiva gli sgomberi con la motivazione del ripristino della bonifica dell’area e della legalità. Il punto è che lo stesso Comune non offre alternative alloggiative alle persone che sgombera. Il protocollo firmato dallo Stato Italiano prevede che gli sgomberi non avvengano mai di notte, mai di inverno e che qualora necessari devono precludere il sistema alloggiativo migliore.

Si evidenzia una forte contraddizione tra il piano nomadi e la strategia nazionale d’inclusione di rom, sinti e caminanti varata dal l’attuale governo.

De Angelis, ricercatore a Roma3, sottolinea come se anche i rom vivessero in 56 mq si avrebbe ugualmente una violazione di diritti perché ciò è implicito nella creazione stessa dei campi rom. I campi rom sono stati inventati negli anni ’80 dalle amministrazioni di centro sinistra, in buona fede, per difendere le diversità culturali ma non allontanarli dai servizi. Si aveva l’idea che qualora i rom avessero voluto cambiare vita, avrebbero dovuto essere agevolati. Il ricercatore sottolinea come Alemanno e Veltroni in fondo dicano le stesse cose.

Prosegue dicendo che si ha un doppio binario da parte delle associazioni che operano nei campi: difendere i campi dagli sgomberi e diffondere l’idea che i campi vadano superati.

Quella dei campi è una segregazione etnica. La Cesarina è un carcere diffuso: dentro il mio spazio vitale, il gestore del campo può entrare in qualsiasi momento e impedire qualsiasi cosa (per esempio, l’ente gestore ha stabilito che i funerali e i compleanni debbano avvenire fuori dai campi). I rom, di fatto, non godono dei diritti di cittadinanza. La criminalità è connessa con tutte le carceri: le politiche istituzionali hanno creato questa figura sociale e i pregiudizi verso i rom.

Il problema abitativo deve essere collegato non solo ai rom, ma deve essere allargato. Le persone, a Roma, sono costrette ad occupare (esclusione abitativa): le uniche realtà che sembrano funzionare sono quelle come Metropoliz, dove i rom convivono con le altre comunità.

Carere porta l’attenzione su come si sia creato l’apartheid: si sta creando una città a parte, dove per entrare si ha la carta DAST con i codici a barre che ti contraddistinguono e segnalano se hai o meno precedenti penali e se hai o meno dei figli ( e se loro hanno precedenti o se sono scolarizzati) e in quali campi la famiglia è stata. Si può entrare al campo fino alle 22, in alcuni fino alle 24, e il cancello riapre alle 6: se arrivi dopo l’orario dormi fuori dal campo. Sono, secondo Carere, campi di concentramento di una etnia.

Conclude sottolineando come si debba cercare di portare i ragazzi e le ragazze il più possibile fuori dai campi e aiutandoli a costruire reti di relazioni esterne.

Denuncia/Esposto contro l’incitamento razziale e a sostegno del Sindaco Giusi Nicolini

Roma – “Villaggio” la Barbuta : accolto il reclamo del Comune

fonte: ASGI

Tribunale Civile di Roma, sezione feriale, ordinanza del 13 settembre 2012

Per la prima volta in Europa un giudice condanna i “campi nomadi” perché discriminatori.Malgrado sia stato provvisoriamente accolto il reclamo del Comune di Roma, si attende la pronuncia definitiva.

Ieri il Tribunale Civile, accogliendo il reclamo presentato dal Comune di Roma, ha ritenuto opportuno, nell’attesa della definitiva pronuncia del giudice, di annullare l’ordinanza di sospensione dell’assegnazione degli alloggi all’interno del villaggio La Barbuta.

Con uno scarno provvedimento, basato su spoglie argomentazioni, la Sezione Feriale del Tribunale di Roma ha voluto invalidare l’ordinanza che poche settimane prima aveva ricostruito, con una complessa serie di argomentazioni giuridiche, il quadro nazionale e internazionale di una delle più macroscopiche e criticate discriminazioni su base etnica consumate in Italia. La parola adesso ritorna alla Seconda Sezione Ordinaria del Tribunale Civile di Roma, che avrà il compito di stabilire quale delle due contrapposte pronunce debba ritenersi condivisibile a fronte della articolata normativa italiana ed europea richiamata dalla vicenda dei “campi nomadi”.

Nel decidere se ci fosse o meno la necessità di sospendere le assegnazioni in attesa della decisione definitiva, due giudici hanno preso decisioni discordanti. Si tratta solo di questo, bisogna attendere l’udienza di novembre per capire la portata della decisione dell’8 agosto scorso.

L’Associazione 21 luglio e l’ASGI ribadiscono l’importanza e l’innovatività dell’ordinanza dell’8 agosto e attendono fiduciosi gli esiti del procedimento che si svilupperà nei prossimi mesi. Un procedimento che, se confermasse la coraggiosa condanna ai “campi nomadi” della prima ordinanza, costituirebbe una pietra miliare nella storia delle Comunità rom nel nostro paese.

L’8 agosto 2012 Il Tribunale di Roma ha vagliato l’azione civile contro la discriminazione presentata dall’Associazione 21 luglio e dall’ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) in riferimento al nuovo villaggio attrezzato di Roma in località La Barbuta realizzato e organizzato all’interno delle azioni del Piano Nomadi di Roma, ritenendo che le circostanze esposte dalle due organizzazioni concorrano nel rendere verosimile il carattere discriminatorio delle attività di assegnazione degli alloggi presso il campo denominato Nuova Barbuta in quanto la realizzazione del nuovo “campo nomadi” esclude di fatto le Comunità rom e sinte della capitale dalla possibilità di accesso a soluzioni abitative propriamente intese con l’effetto di determinarne, ovvero incentivarne, l’isolamento e la separazione dal restante contesto urbano e di comprometterne la pari dignità sociale.

L’ordinanza costituisce un fatto assolutamente nuovo nell’ambito dei diritti umani e nel riconoscimento dei diritti delle Comunità rom. Per la prima volta in Europa, un Tribunale condanna la “politica dei campi” che concepisce i villaggi attrezzati come luoghi istituzionali di discriminazione, di segregazione e spazi di sospensione dei diritti umani. Per la prima volta un giudice, nel recepire le raccomandazioni e le pronunce delle istituzioni internazionali, riscontra senza mezzi termini il profilo discriminatorio di politiche locali finalizzate a fornire una soluzione stabile ad una situazione di grave disagio abitativo e sociale in base all’origine etnica.

Come da tempo denunciato dalle due organizzazioni, all’interno delle azioni del Piano Nomadi di Roma la soluzione di un “campo nomadi” viene di fatto prospettata a un solo gruppo etnico che vive un particolare disagio abitativo e non risulta – si legge nell’ordinanza – parimenti predisposta o offerta ad individui presenti sul territorio del Comune di Roma non appartenenti a tali comunità.

AI MARGINI. SGOMBERI FORZATI E SEGREGAZIONE DEI ROM IN ITALIA.

Si è svolta presso la sede romana di Amnesty International la presentazione del terzo rapporto annuale che fa emergere come l’Italia, e in particolare Roma e Milano, non sia un Paese per Rom. già dal titolo del rapporto, “Ai margini. Sgomberi forzati e segregazione dei Rom in Italia”, si intuisce come nodo centrale del rapporto sia la situazione abitativa dei rom.

Apre i lavori Christine Weise, presidente di Amnesty International Italia, osservando come questo terzo rapporto ci porti ad un ragionamento sullo stato di diritto e la democrazia: se un paese si giudica in base a questi due elementi, in Italia siamo in totale assenza di democrazia e di diritti. Hanno preceduto questo rapporto altri due: uno nel 2010, che ha esaminato nello specifico gli sgomberi dei campi di Roma; e uno nel 2011, che ha esaminato gli sgomberi di Milano. Era giunto il momento di fare un rapporto sulla situazione in Italia, e così è venuto fuori questo terzo rapporto.

Nel 2008 si è dichiarato lo “stato di emergenza nomadi” sulla base del quale è stato varato un piano nomadi dichiarato illegittimo dal Consiglio di Stato nel 2011. Il piano nomadi, infatti, ha portato avanti per tutto questo periodo una continua violazione di diritti umani ai danni del popolo rom: “i campi vengono sgomberati senza consultazione, preavviso e offerta di un alloggio alternativo”, osserva Elisa de Pieri, ricercatrice di Amnesty.

Ma se da un lato il governo Monti si impegna mediante i trattati internazionali volti al rispetto razziale dei diritti umani e presentando in febbraio una strategia nazionale di inclusione dei rom, sinti e caminanti (ancora non attuata!) all’Unione Eurpea, d’altro lato nel febbraio 2012 fa ricorso in Cassazione contro la sentenza del Consiglio di Stato che ha dichiarato illegittimi gli sgomberi. Nei fatti, quindi, il Governo Monti non opera politiche discontinue rispetto al passato e rispetto agli enti locali.

Amnesty International ha così deciso di ricorrere alla Commissione Europea affinchè quest’ultima avvii una procedura d’infrazione contro l’Italia sulla base della Direttiva sull’uguaglianza razziale, per il trattamento discriminatorio dei rom rispetto al loro diritto a un alloggio adeguato.

Elisa De Pieri, ricercatrice Amnesty International, sottolinea come l’associazione si occupa dei diritti dei Rom in Europa dal 2006 e come questo rapporto sia di carattere internazionale. In Francia, per esempio, si fanno sgomberi senza prospettare politiche alternative: questo avveniva tanto con Sarcozy quanto ora con Hollande. L’Italia si inserisce perfettamente in questo quadro e il problema della violazione dei diritti umani dei rom richiede risposte europee.

Amnesty indaga dal 2009 la violazione al diritto all’alloggio adeguato dei rom: è emerso che vi sono continue e sistematiche violazioni all’alloggio adeguato senza prospettare un rimedio effettivo e una riparazione adeguata. Nella migliore delle ipotesi, quando un campo viene sgomberato, i rom vengono spostati in altri campi dove è difficoltoso accedere ad acqua, luce e servizi sanitari. Altre volte, invece, i rom ricostruiscono delle baracche nei pressi del campo appena sgomberato, con una situazione igienico sanitaria ancor più precaria. A ciò si aggiunge il problema relativo alla scolarizzazione dei bambini: diventa difficoltoso per loro continuare a seguire la scuola nella stessa classe dove hanno iniziato l’anno.

Le case popolari sono di difficile accesso per i rom: quasi un miraggio! I requisiti per le graduatorie sono, infatti, escludenti: viene richiesta la residenza (come si fa ad essere residenti in un campo rom non autorizzato?), vengono assegnati dei punti se si viene sfrattati da alloggi privati, non se si viene sgomberati da un campo; viene assegnato un punteggio alto se si lavora nella città dove si fa richiesta di casa popolare da almeno 5 anni, ma i rom spesso lavorano in nero. La De Pieri aggiunge che la vicesindaca di Roma, Sveva Belviso, ha dichiarato l’11 settembre che i rom devono scordarsi le case popolari e che il piano nomadi romano è apertamente discriminatorio.

Dal rapporto emergono sostanzialmente tre grandi aree di discriminazione:

– Gli sgomberi forzati continuano. Nei primi sei mesi del 2012 sono state sgomberate oltre 850 persone rom a Roma e oltre 400 a Milano. Ovviamente gli sgomberi sono stati fatti senza preavviso e senza la possibilità di scegliere alternative adeguate in riferimento a un periodo medio-lungo.

– La chiusura dei campi continua. Il 31 luglio è stato chiuso il campo di Tor dè Cenci, a Roma.

– c’è una segregazione etnica-abitativa. A Roma la segregazione continua: è stato costruito il nuovo campo La Barbuta in maniera tale che i rom siano isolati. Il campo è isolato, ci sono le telecamere di sorveglianza, il quartiere più vicino è a 2,5 Km e per raggiungerlo si deve camminare necessariamente su una strada principale sprovvista di marciapiede. Non c’è pari dignità sociale e ci si chiede: “è legale dopo la sentenza del Consiglio di Stato dello scorso novembre?”

Giusy D’Alconzo, direttrice ufficio campagne e ricerca di Amnesty International Italia, ricorda come il 22 settembre sia la giornata del diritto all’abitare dei rom e come la campagna abbia maggiore effetto nella società civile che nelle istituzioni italiane.

Dzemila, una attivista rom, ci porta la sua testimonianza: “Chi è fuori dalla città non ha diritti perché è ai margini, non si vede. A Roma in particolare ci sono parecchi sgomberi: c’è la crisi per tutto ma non per gli sgomberi, che pure hanno un costo. E’ stato fatto un calcolo e negli ultimi anni sono stati spesi 7 milioni di euro per gli sgomberi: potevano usarli per costruire delle case popolari.

Io sono una cittadina italiana, come molti rom, ma noi siamo ai margini, non siamo come gli altri italiani. Per noi rom non c’è la possibilità di migliorare la nostra condizione di vita: siamo condannati a essere ai margini. E ciò vale in particolar modo per le donne. Quando ho iniziato a lavorare, a 18 anni, potevo solo fare la baby sitter e le pulizie ma nessuno mi ha mai richiamata dopo i colloqui che un prete mi procurava, rassicurando i capi di turno che ero una brava ragazza. Un po’ più grande ho cercato casa, col contratto di lavoro, ma nessuno mi ha voluto affittare una casa. Parlano tanto di integrazione, ma nessuno ci fa integrare. Siamo esseri umani! Se non ci si da questa opportunità non si può parlare di integrazione”

Conclude Elisa De Pieri, che ci elenca le richieste di Amnesty:

– Attuare la sentenza del Consiglio di Stato del novembre 2011, ritirare il ricorso in Cassazione e fornire un risarcimento alle vittime di violazioni dei diritti verificatesi a seguito dell'”emergenza nomadi”

– Attuare la strategia di inclusione dei rom, sinti e caminanti

– Adottare tutte le misure necessarie per assicurare che gli sgomberi forzati cessino in tutta Italia e per eliminare la segregazione nei campi autorizzati

– Un processo di dialogo con i residenti rimasti a Tor dè Cenci per esplorare possibili alternative di alloggio

– Effettuare una valutazione sulla sicurezza e sulla salubrità del campo per i residenti della Barbuta

– Rivedere e modificare la legislazione, le politiche e la prassi riguardante le case popolari e l’accesso ad esse.

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Tor de Cenci, il Tar sospende lo sgombero dei rom

fonte: http://frontierenews.it/2012/08/tor-de-cenci-il-tar-sospende-lo-sgombero-dei-rom/

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Un gruppo di famiglie rom ha presentato un’istanza cautelare al Tar del Lazio, chiedendo la sospensione dell’esecuzione dell’ordinanza di sgombero “di persone e cose” dal campo attrezzato di Tor de’ Cenci, a Roma. Un’ordinanza già firmata dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno, e sospesa ieri, in accoglimento dell’istanza cautelare, dai giudici amministrativi.

La decisione del Tar è l’ultimo capitolo di una storia cominciata lo scorso 2 agosto, il giorno in cui, dopo aver cercato di trasferire una parte degli abitanti negli spazi della Barbuta e Castel Romano, e a seguito della distruzione di 35 container con l’impiego delle ruspe, il Comune aveva notificato un’ordinanza di sgombero ai restanti abitanti del campo.

A fianco dei nomadi sfrattati si erano schierate alcune importanti realtà dell’associazionismo capitolino. Tra queste, la Comunità di Sant’Egidio, noto movimento di laici impegnato nella tutela delle diverse comunità, e l’ Associazione 21 Luglio, gruppo apartitico promotore di progetti di solidarietà sociale.

Quella di Alemanno sarebbe stata, a loro dire, una soluzione poco efficiente. Gli attivisti avevano poi spiegato come la riqualificazione del campo fosse meno dispendiosa e più costruttiva della sua distruzione. Salvando gli spazi attrezzati, sarebbero state offerte tutele e garanzie ai tentativi di integrazione dei quasi 200 adolescenti stranieri inseriti nelle scuole della città.

Tuttavia, il Piano nomadi previsto dal Comune di Roma prevedeva tutt’altro: lo sgombero e la distruzione del campo. Ma le procedure messe in atto dall’esecutivo sono state, in fine, sospese dal Tribunale Amministrativo Regionale: le richieste delle famiglie che, impugnando l’ordinanza del Sindaco, hanno scelto di adire l’autorità competente sono state tutte accolte.

La Comunità di Sant’Egidio ha commentato positivamente la sentenza e non ha evitato di criticare anche le recenti posizioni della giunta di Alemanno, in precedenza molto critica nei confronti del movimento: “La decisione del Tar dimostra come alcuni convincimenti si basino sulla conoscenza della realtà, e non siano nè falsità e attacchi politici, nè tantomeno posizioni irrealistiche, come affermato recentemente dai vertici della giunta capitolina”.

L’Associazione 21 Luglio, dal canto suo, aveva intrapreso una battaglia contro la scelta di un “campo monoetnico”, così come è stata definita l’area in cui si sarebbero dovuti trasferire i Rom se il Tar del Lazio non avesse sospeso l’esecuzione dello sgombero. Una battaglia che ha consentito all’associazione di raccogliere circa duemila firme contro le ordinanze discriminatorie della Giunta romana.

E non è stata solo la società civile a far sentire la propria voce. Anche dagli ambienti politici cittadini si sono levati commenti sulla questione. Da un lato, quelli della maggioranza, critici e duri: secondo Fabrizio Santori (Pdl), presidente della commissione Sicurezza, le associazioni di volontariato dovrebbero “mettere a disposizione dei nomadi gratuitamente i propri immobili”.

Di ben altro tenore, invece, quelli dal fronte dell’opposizione: Emanuela Droghei (Pd), responsabile delle politiche Sociali e Roberto Di Giovan Paolo, senatore del Pd, si sono detti convinti di come la sentenza del Tar fermi “la politica demagogica del Campidoglio”. Una scelta sensata, che ridimensiona i risultati sbandierati da Alemanno, il quale, “dopo aver speso allegramente 30milioni di euro di soldi pubblici, non ha ottenuto alcun risultato se non quello di moltiplicare i micro campi, insicuri per tutti”.

Emilio Garofalo

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ASSEMBLEA INFORMATIVA SULLA REGOLARIZZAZIONE 2012
(d. lgs. 109/2012)

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Il Governo ha approvato lo scorso 16 luglio un decreto legislativo che consentirà lì emersione dal lavoro irregolare su dichiarazione del datore di lavoro

Ieri sera l’associazione Senzaconfine ha organizzato una prima assemblea informativa sul d.lgs. con l’avv. Salvatore Fachile, il quale ha subito precisato che la sanatoria serve a fare cassa ( rientra infatti nel piano della spending review) e che è stata pensata dalla parte del datore di lavoro. Se il lavoratore viene truffato, infatti, non sono previste forme di tutela.

Il lavoratore deve dimostrare di essere in Italia dal 31 dicembre 2011 e per almeno 6 mesi continuativi. ciò lo deve dimostrare con documentazione proveniente da organismo pubblico: in tal senso non è ancora chiaro cosa si intenda per organismo pubblico. Le questure sicuramente dichiareranno che saranno validi gli atti e i documenti provenienti da Stato ed Enti locali, ospedali et similia (per es. un decreto di espulsione italiano, l’STP, la domanda di asilo). Questa lettura restrittiva del termine “organismo pubblico” si pensa che apra la possibilità al mercato falso dei documenti relativi alla presenza continuativa nel territorio italiano. Le associazioni, gli avvocati e gli operatori del settore ritengono che possono costituire atti di organismi pubblici anche il timbro sul passaporto, l’apertura di un conto corrente bancario, l’iscrizione a scuola di un figlio, tutti gli enti convenzionati con lo Stato o associazioni iscritte a registri nazionali o locali e così via. Si pensa che l’interpretazione del termine “organismo pubblico” possa venire interpretato dalla giurisprudenza in in secondo momento.

Il datore di lavoro che può presentare domanda di regolarizzazione può essere italiano, comunitario e straniero con carta di soggiorno (non con permesso di soggiorno ordinario). Il datore di lavoro deve dichiarare che il lavoratore lavora da almeno 3 mesi e deve effettuare i seguenti pagamenti:

– 1000 è alla domanda come penale (non si possono scaricare)
– Alla stipula del contratto di soggiorno si devono pagare almeno 6 mesi di Inps, oneri fiscali e affini. Il legislatore pensa che si paghino 6 mesi perché 3 mesi sono quelli richiesti per l’emersione dal lavoro nero e altri 3 sarebbero quelli passati al momento della chiamata per stipulare il contratto di soggiorno. Se passano 10 mesi, il datore di lavoro dovrà pagare i 10 mesi e così via.

Il sito internet immigrazione.biz lascia intendere che l’ammontare della sanatoria si aggiri intorno ai 6.000

La regolarizzazione non riguarda solo colf e badanti, ma tutti i tipi di lavoro. Le colf e badanti costituiscono l’unica categoria che è possibile regolarizzare part time: tutte le altre categorie devono avere un contratto di lavoro full time. Bisogna studiare le tabelle dell’Inps per capire meglio il costo della regolarizzazione.

Limiti relativi al datore di lavoro: non può fare domanda di regolarizzazione colui che ha avuto condanne relative all’immigrazione clandestina, allo sfruttamento della prostituzione e attività illecite con i minori; colui che ha fatto flussi e sanatorie in precedenza e non si è presentato a stipulare il contratto di soggiorno per colpa imputabile a lui. 8sarebbe opportuno richiedere il casellario giudiziario del datore di lavoro se se ne avesse la possibilità)

Limiti relativi al lavoratore: non può essere soggetto a regolarizzazione colui che ha una espulsione da un paese Schengen (segnalato nel SIS). Bisognerebbe, se ci sono i termini, fare richiesta di cancellazione dal SIS o, in alternativa, si potrebbe fare domanda se la questura non fosse in grado di dimostrare l’iscrizione al SIS.; colui che ha una condanna anche non definitiva penale per reati per cui è previsto l’arresto obbligatorio (da rapina in su). Per i reati di furto, resistenza a p.u., oltraggio a p.u. è prevista denuncia a piede libero e non l’arresto: per loro non è automatica la preclusione dalla regolarizzazione. In questi casi c’è la possibilità che la questura dichiari il migrante pericoloso socialmente: in questo caso si può impugnare la dichiarazione e forse vincere.

Le domande di regolarizzazione si potranno fare dal 15 settembre 2012 al 15 ottobre 2012, verosimilmente on line. In una fase successiva il lavoratore sii dovrà presentare allo sportello unico col datore di lavoro perla firma del contratto di soggiorno. Non si prevede nessun tipo di sanzione se il datore di lavoro non si presenta allo sportello unico (in passato si sono fatte delle cause dei datori di lavoro che non si sono presentati, ma la percentuale è talmente esigua che non va presa in considerazione). In ogni caso, se il datore di lavoro non si presenta a firmare, può essergli fatta causa entro 60 gg. Nel caso in cui il lavoratore abbia una espulsione in essere, questa è sospesa fino alla convocazione allo sportello unico per la firma del contratto: se il datore non si presenta, il lavoratore è espellibile.

La direttiva parla di grave sfruttamento del lavoro nero, non di lavoro nero. Per cui il lavoratore che decidesse di denunciare il datore di lavoro che non lo regolarizza entro il 15 ottobre non avrebbe diritto a rientrare nella sanatoria seppur tardivamente. Si aprirebbe un contenzioso di lavoro, che poi darebbe diritto al pds (vedi le due sentt. di Bari).

Possono fare domanda anche i lavoratori che hanno permesso di soggiorno non convertibile, pds per lavoro limitato, pds con cui non è permesso lavorare, pds per motivi di studio (non in tutti i casi conviene, valutare le situazioni).

Ad oggi non è ancora stato indicato il reddito del datore di lavoro che può fare domanda di regolarizzazione: si pensa uscirà nei prossimi 15 gg.

Leggi il testo del decreto als eguente link:

http://www.scribd.com/doc/101218228/Decreto-Legislativo-109-del-16-Luglio-2012

SCUOLA POPOLARE INTERCULTURALE: FINE DEL PRIMO ANNO TRA CONSEGNE DEI DIPLOMI E FESTEGGIAMENTI

La neonata Scuola Popolare Interculturale “Arci di Roma” ha consegnato ieri sera, a margine di un’allegra serata al Circolo Arci Concetto Marchesi, i suoi primi diplomi in lingua e cultura italiana. L’esperienza pluriennale della scuola di italiano per studenti stranieri dell’Arci di Roma trova il suo naturale sbocco in un’esperienza ludica e formativa al tempo stesso. Le molteplici provenienze culturali hanno dato vita a una fusione di tradizioni culinarie e a uno scambio di idee vivace e gioviale. L’atmosfera informale della cerimonia ha inoltre promosso quei rapporti amichevoli tra studenti, insegnanti e organizzatori che sono sempre stati tra gli obiettivi primari della scuola stessa. Cerchiamo di collocare sempre al primo posto le relazioni.

Abbiamo deciso di chiamare la scuola di italiano già presente nell’Arci di Roma “Scuola popolare Interculturale” per mettere in luce quali sono le esperienze ideali a cui vorremo ricollegarci e quali sono i tratti che contraddistinguono il nostro modo di portare avanti le cose. Vorremo infatti raccogliere l’esperienza delle Scuole Popolari che a Roma operavano nelle borgate (contribuendo sensibilmente all’innalzamento del tasso di alfabetizzazione), coniugandola con la nostra specifica esperienza nella contaminazione e nello scambio interculturale. Un progetto ambizioso che trova nell’insegnamento della lingua italiana agli stranieri un momento cruciale per promuovere l’integrazione sociale degli stessi nel reticolato urbano.

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IO NON SGOMBERO – ARTISTI PER I ROM DI TOR DE’ CENCI

L’Arci aderisce alla Mobilitazione contro lo sgombero del campo rom di Tor de’ Cenci

Entro la metà di luglio, 350 persone del campo rom di Tor de’ Cenci verranno sgomberate e trasferite nel villaggio de La Barbuta, un insediamento ancora più distante dal centro abitato. Secondo Amnesty International, che ha già diffuso un appello, “nessuna garanzia procedurale e di legge è stata seguita per garantire che lo sgombero dei residenti di Tor de’ Cenci abbia luogo nel rispetto degli obblighi regionali e internazionali in materia di diritti umani”.

Contro lo sgombero del campo e in difesa della volontà delle famiglie di non trasferirsi, sta nascendo una mobilitazione che vede l’impegno di Arci solidarietà assieme ad Amnesty International e alla Comunità di Sant’Egidio e che sta coinvolgendo sempre più personalità legate al mondo della cultura e dello spettacolo. A sostegno di questa mobilitazione, Arci solidarietà e Scuola della Pace – Comunità di Sant’Egidio promuovono una maratona artistico-musicale nello stesso campo di Tor de’ Cenci: dal pomeriggio del 10 luglio (ore 18), data entro la quale la Giunta Alemanno avrebbe pianificato l’inizio dello sgombero, diversi artisti, musicisti, attori, si alterneranno nel piazzale antistante il campo con performance e interventi.

Guarda le foto

Welfare senza futuro? Quale spazio per le politiche sociali nel prossimo Comune di Roma

venerdì 13 luglio 2012 h 18.30

L’ Altra Festa – città dell’altra economia

Domani l’Arci di Roma sarà presente al seguente dibattito

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Roma, agenti in borghese fermano ragazzo. Folla si ribella, lui si sente male

Un 22enne somalo è stato bloccato da tre uomini che non si sono identificati come carabinieri. Sentite le urla del giovane, le persone che assistevano alla scena, hanno cercato di impedire l’arresto del rifugiato politico che intanto era stato colto da crisi epilettica

di Nello Trocchia , da Il fatto quotidiano

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Almeno è riuscito ad incontrare il padre, un abbraccio atteso e cercato da anni. L’incontro con il genitore aveva spinto il giovane 22enne somalo a raggiungere Roma. Un viaggio verso la capitale carico di emozioni e ricordi, ma che poteva trasformarsi in tragedia. Evitata la tragedia, ora dovrebbe essere stato denunciato per resistenza a pubblico ufficiale. “Non c’è stato notificato ancora nulla”, racconta il suo avvocato. Il ragazzo vive ad Enna, in Sicilia, dove svolge l’attività di aiuto cuoco ed è in Italia da alcuni anni avendo ottenuto la protezione internazionale riconosciuta ai rifugiati politici.

Era arrivato a Roma per ricongiungersi con il padre che non vedeva da tempo. Prima dell’atteso abbraccio, il ragazzo ha vissuto un’esperienza che lo ha traumatizzato e che, a 24 ore di distanza, preferisce non commentare. Nella serata di martedì camminava in via degli Ausoni, nel quartiere San Lorenzo a Roma, quando una pattuglia di agenti in borghese lo ha fermato per un controllo. I carabinieri non si sarebbero identificati e il giovane, spaventato, chiedendo spiegazioni e provando a sottrarsi dalla morsa, ha iniziato a gridare aiuto. Gli agenti che lo hanno bloccato erano in tre, un altro era rimasto nell’auto. Avrebbero chiesto i documenti senza ottenerli e questo avrebbe prodotto la loro reazione bloccando il ragazzo contro una saracinesca. Il giovane ha raccontato che temeva volessero derubarlo fingendosi appartenenti alle forze dell’ordine come gli era già successo in Sicilia.

” Io ho assistito a tutta la scena – racconta una ragazza che lavora nei paraggi – quando ho visto che lo fermavano tenendogli le braccia e sentivo la sua richiesta di aiuto, con un’altra amica ci stavano avvicinando. L’agente in macchina ha detto siamo carabinieri'”. In pochi minuti le urla del ragazzo hanno attirato l’attenzione dei passanti. Gli abitanti della zona si sono riversati in strada, è piovuto qualche insulto sugli agenti. In rete viene caricato un filmato che ripercorre l’accaduto.

Si sentono gli agenti dire che il ragazzo “ha fatto resistenza” mentre lui smentisce chiedendo aiuto. I carabinieri continuano a trascinare il ragazzo verso la macchina, le persone cercano di aiutarlo chiedendo agli agenti di mostrare il tesserino di riconoscimento. Il giovane è stato, poi, ammanettato, gli è stato sottratto il portafogli con i documenti prima di cadere, colto da una crisi epilettica. Momenti drammatici, documentati dal video, con il giovane riverso a terra mentre viene chiamata l’ambulanza.

Portato in ospedale è uscito nelle prime ore della notte riportando una prognosi di 15 giorni. ” All’inizio – racconta un’altra ragazza – pensavo che il giovane fosse rimasto vittima di una aggressione soprattutto per le urla disumane che sentivo. Non si può immaginare di avere paura dei tutori dell’ordine”. Un’attività di controllo del territorio che viene svolta quotidianamente da agenti in borghese e dalla locale stazione dei carabinieri di San Lorenzo per garantire la sicurezza del quartiere. In questo caso la situazione poteva degenerare e avere anche un epilogo più grave. “Vengono ogni sera gli agenti – racconta un abitante del quartiere – con questa Renault Clio, fanno il loro lavoro, ma dovrebbero identificarsi altrimenti chi viene fermato non sa con chi ha a che fare”.

CHIUSURA SPORTELLO LEGALE

Lo Sportello legale dell’Arci di Roma rimarrà chiuso dal 17 Luglio al 4 Settembre 2012

MIGRARE IN TEMPI DI CRISI
martedì 10 luglio, ore 18.00
“L’altra festa”

L’Arci di Roma parteciperàalla tavola rotonda sulle tematiche che riguardano l’accoglienza dei migranti e le criticità di Roma.

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Speciale Forum internazionale antirazzista
Generazione diritti

30 giugno – 7 luglio, Cecina Mare (Li
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L’Arci di Roma, come ogni anno, ha partecipato al XVIII forum internazionale antirazzista organizzato dall’Arci: un momento di confronto con le varie realtà territoriali ma anche di formazione, in particolar modo per le ragazze del servizio civile che operano nell’ambito del progetto “l’officina dei diritti 2012”. Il filo conduttore di questa edizione erano i diritti in senso ampio: dal combattere l’idea del mare come luogo di non diritto al tema della cittadinanza, dall’accoglienza per i richiedenti asilo e rifugiati al tema della tratta, da intendersi sia come sfruttamento sessuale che lavorativo.

Il meeting si è aperto con una giornata dedicata alla campagna “Boats 4 People”, promossa – tra gli altri – anche dalla stessa Arci. La campagna è stata lanciata circa un anno fa al fine di capire ciò che succede in mare e per contrastare l’idea del mare come luogo di non diritto: infatti, nel contesto delle rivoluzioni arabe, il tema ha avuto maggiore visibilità. Gli interlocutori del dibattito hanno tutti sottolineato come le regole del mare, nella pratica, siano spesso contraddittorie, pur vigendo – secondo il diritto internazionale – l’obbligo di prestare soccorso e una direttiva europea del 2004 dica che è obbligo del governo che ha recuperato l’imbarcazione offrire accoglienza e cure.

Sempre nell’ambito del diritto a migrare e del chiarire ciò che succede in mare, l’avvocata Simona Sinopoli, nel workshop sul “contenzioso giuridico come strumento per combattere l’idea del mare come luogo di non diritto”, racconta come l’Arci – insieme ad Asgi e ai familiari degli scomparsi – ha avviato un procedimento per avere chiarezza su quanto accaduto in seguito agli sbarchi dello scorso anno delle imbarcazioni provenienti dalle coste tunisine: infatti non si ha traccia di centinaia di ragazzi e si fatica a reperire le impronte digitali sia attraverso le autorità italiane che tunisine, benchè in taluni casi ci siano delle prove relative all’arrivo dei migranti in Italia.

In questo contesto si è inserita l’assemblea nazionale dei comitati della campagna per i diritti di cittadinanza “L’Italia sono anch’io”, in cui si sono ripercorse le tappe fondamentali della campagna e si è sottolineato come il ruolo del comitato non è ancora finito, specie ora che si avvia a una discussione in Parlamento.

Sono seguite tre giornate dedicate ad “UNIDA – Università d’estate sul diritto d’asilo” suddivise nel primo giorno in moduli dedicati all’emergenza nord Africa e Sprar con una formazione specifica a cura dell’ASGI per poi unirsi nel secondo e terzo giorno e affrontare le criticità e i punti positivi dei due tipi di accoglienza. A conclusione delle tre giornate si è svolta una tavola rotonda su “come integrare, correggere, potenziare i sistemi di accoglienza” a cui hanno partecipato diverse realtà che si occupano attivamente di accoglienza, a partire dal Servizio Centrale che coordina i progetti SPRAR nel Paese.

La formazione specifica per operatori dello sportello immigrazione, partendo da esercitazioni volte a dare soluzioni ai casi pratici che potrebbero presentarsi agli sportelli, ha affrontato la tematica più generale e ha analizzato la situazione territorio per territorio, valutando anche i tempi di attesa per l’espletamento delle pratiche da parte delle questure: come ci si può aspettare, è emerso un quadro molto differente a seconda delle zone e della mole di lavoro delle questure.

Un tema molto interessante affrontato all’interno del meeting è stato quello relativo alla “tratta di esseri umani. Il fenomeno e la normativa in merito. Possibili connessioni tra la protezione sociale e la protezione internazionale” , che ha evidenziato come spesso ci sia sovrapposizione tra richiedente asilo e tratta,da intendersi come sfruttamento sessuale e lavorativo. perché ci sia tratta, enuncia il Protocollo di Palermo delle Nazioni Unite, devono sussistere tre elementi: lo spostamento, l’uso di metodi coercitivi e lo scopo di sfruttamento. A seguito della denuncia si può rientrare in un programma di protezione sociale volto a reinserire socialmente la vittima di tratta, che – appunto – spesso è anche richiedente asilo.

All’interno dello spazio “Scrittori contro il razzismo”, Farid Adly ha presentato il libro “La rivoluzione libica”, sottolineando come ci sia ancora tanto da fare in Libia e come i media non raccontino la reale situazione del Paese.

Il meeting si è concluso con una giornata interamente dedicata al tema ” New generation” in cui si sono affrontate le differenti sfaccettature delle seconde generazioni: dalla “condizione del mondo giovanile nella cittadinanza e nel lavoro” a “generi e generazioni a confronto”. E’ seguito il dibattito su “diritti e cittadinanza”.

Il forum internazionale antirazzista è stato una occasione culturale che ha permesso di approfondire tematiche che spesso si affrontano separatamente, mentre connettere alcuni temi e confrontarsi con le altre realtà è utile e produttivo nell’ottica di un servizio che sia efficace.

“Da residenti a cittadini. Il diritto di cittadinanza alla prova delle seconde generazioni”

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Ieri, nella sala conferenze della sede romana dell’A.N.C.I. (Associazione Nazionale Comuni Italiani), è stato presentato l’interessante volume “Da residenti a cittadini: il diritto di cittadinanza alla prova delle seconde generazioni” a cura di Monia Giovannetti e Veronica Nicotra.
Il tema dibattuto è quello del diritto di cittadinanza per i figli nati in Italia da genitori stranieri. Purtroppo la legislazione italiana in merito è basata sullo ius sanguinis, che considera come discrimine fondamentale tra cittadini e non cittadini la discendenza biologica. Le uniche eccezioni contemplate alla legge del sangue sono:
1) Il caso in cui “lo straniero nato in Italia” risieda per 18 anni continuativamente (cioè senza interruzioni alla sua permanenza sul suolo italiano) nel nostro paese. Una volta compiuto il diciottesimo anno d’età deve richiedere la cittadinanza entro un anno, dopodichè cessa di avere diritto.
2) Il caso in cui i genitori del minore acquistino la cittadinanza italiana, che può essere trasmessa ai propri figli
3) In generale, per tutti gli stranieri, è contemplata la possibilità di acquisire la cittadinanza dopo dieci anni di residenza legale in Italia (anche se i tempi reali si protraggono ben oltre quello previsto dalla legge) .
Per quanto riguarda il primo caso è curioso notare l’ossimoro citato direttamente dall’art.4 dalla nostra legge: “lo straniero nato in Italia”. Non c’è certo bisogno di commentare una simile espressione, che oltre a rivelarsi nei fatti fonte d’ingiustizia, è del tutto illogica. Questo perché la nostra legislazione non prende in considerazione (se non in minima parte) lo ius soli, ovvero il diritto del suolo, come mezzo per l’acquisizione della cittadinanza.
Sul sito del Ministero dell’Interno, inoltre, le norme che regolano l’ottenimento dello status di cittadino da parte degli stranieri, sono raccolte sotto il titolo “Concessione della cittadinanza”, che implica direttamente un concetto di grazia da parte dello Stato verso l’individuo che sino a quel momento viveva nel limbo dei non cittadini. L’avvocato Antonio Giulio Lana, durante il suo intervento alla conferenza, ci ricorda come per Hannah Arendt invece la cittadinanza fosse “il diritto ad avere diritti”. Il passaggio da residente a cittadino, per le seconde generazioni, dev’essere considerato un diritto e non una concessione.
Per testimoniare la contraddizione insita in questa concezione ci sembra giusto citare un caso paradossale, raccontato dall’avvocato Lana durante l’incontro, occorso a due ragazzi nati a Sassuolo. I genitori, entrambi stranieri, possedevano un permesso di soggiorno per lavoro, ma sono rimasti improvvisamente disoccupati e così non hanno ottenuto il rinnovo dell’autorizzazione per rimanere nel nostro paese. I figli si sono ritrovati da un momento all’altro in un CIE in attesa di un provvedimento di espulsione che comunque non poteva essere attuato. Infatti non sono mai stati censiti in Bosnia, il paese originario dei loro genitori. Per quello Stato i due ragazzi di Sassuolo non esistono. Si sono ritrovati così , sospesi nel limbo del Centro d’Accoglienza, perché non sono cittadini di nessun paese.
La legislazione italiana, come emerge dal volume presentato, adotta un modello di cittadinanza non inclusiva, volta a frenare il fenomeno esistente di una società che si fa sempre più multiculturale. Il nostro è un sistema che tende a confinare la maggioranza delle persone che chiamiamo “stranieri” all’interno di una situazione paradossale. La legge, da che è mondo è mondo, serve per codificare la realtà, non certo per arginare dei fenomeni già in atto. Il suo obiettivo dovrebbe essere quello di regolarli, controllarli e permettere agli individui uno sviluppo delle proprie potenzialità in armonia con gli scopi del paese in cui vivono. Per questo si auspica che si possa realizzare quanto prima una discussione parlamentare delle proposte di legge popolare presentate dai partiti e dai movimenti riuniti nella campagna “l’Italia sono anch’io”. Per dimenticare al più presto lo ius sanguinis e fare dello ius soli, più o meno temperato, la fonte d’ispirazione principale della nostra legislazione.

LO SGOMBERO DI TOR DI QUINTO

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Stamane sono cominciate le prove generali dello sgombero di Tor di Quinto, a Roma, da parte del Comune. Un sindaco impotente a risolvere i problemi del degrado della nostra città persevera nella scelta che l’unica alternativa all’emarginazione dei cittadini Rom di Roma è quella della “concentrazione” nel megacampo della Barbuta. Il sindaco Alemanno continua a perseguire la sua politica dispendiosa e inutile di emergenza fatta di sgomberi e concentrazione di centinaia di persone nei campi. Non vi è nelle politiche dell’amministrazione capitolina nè nelle affermazioni del sindaco nessun elemento di discontinuità con il passato: la politica dell’emergenza continuerà a farci pagare i costi di una politica miope e inconcludente mentre centinaia di persone saranno nella migliore delle ipotesi deportate in moderni campi di concentramento ed altre disperse sul territorio della città, producendo nuovo disagio per i cittadini romani. In particolare negli ultimi giorni sia per quanto riguarda la Comunità Rom di Tor di Quinto che per quanto riguarda quella di Tor dè Cenci anche gli stessi Rom hanno dichiarato la loro indisponibilità a essere forzatamente trasferiti. Dopo la Sentenza del Consiglio di Stato che dichiarava inesistenti le condizioni dell’emergenza Rom a Roma, il Comune continua a perseverare in tale direzione: come Arci auspichiamo che la prospettiva della soluzione della vicenda Rom all’interno della segregazione dei campi venga definitivamente abbandonata e questo per venire incontro alle giuste esigenze sia dei cittadini della città che dei cittadini Rom. Roma non ha bisogno di ghetti urbani ma di politiche di inserimento sociale. Vogliamo sottolineare come con questi provvedimenti di “trasferimento” vengono penalizzati oltretutto tutti quei minori che o attraverso progetti dell’amministrazione o per iniziativa delle famiglie sono regolarmente iscritti nelle scuole del territorio. I campi Rom non sono una alternativa ad una domanda di inserimento socioabitativo di questi cittadini. Auspichiamo la loro chiusura definitiva in tempi brevi per alternative abitative che siano rispettose dei diritti umani e di quelli di cittadinanza di questi cittadini e cittadine.

Claudio Graziano, Arci Roma

IL DIRITTO ALLA PROTEZIONE

Presentazione della ricerca sullo stato del sistema di asilo in Italia e proposte per la sua evoluzione.

Presso la Sala Di Liegro della Provincia di Roma si è svolta la presentazione dei principali dati della ricerca svolta da Asgi, Consorzio Communitas, Caritas Italiana, CESPI e co-finanziata dall’unione Europea e dal Ministero dell’interno in merito al sistema di asilo e al suo futuro nel nostro Paese. La tenuta dei lavori ha avuto un taglio piuttosto internazionale, data anche la natura della normativa italiana che recepisce in toto le direttive europee e non avendo una regolamentazione specifica del nostro Paese: questo elemento viene ricordato in ogni intervento degli interlocutori, sia per annunciarne i pro che i contro.

Apre i lavori Gianfranco Schiavone, dell’ASGI. In merito al tema trattato enuncia che nel 2001 i numeri dei richiedenti asilo e rifugiati sono stati elevati ma non emergenziali: egli sottolinea bene come l’emergenza viene percepita ed è tale in termini di gestione, ma ciò perché il nostro Paese non ha un piano di accoglienza e non c’è una programmazione della gestione dei flussi in arrivo e/o in transito e, ancor di meno, è previsto un piano di integrazione sociale rivolto a richiedenti asilo e rifugiati. E’, quindi, la totale incapacità del nostro Paese di far fronte a queste necessità che determina un continuo stato di emergenza. Anche recepire i dati per la ricerca in oggetto non è stato semplice, tanto meno lo è stato incrociarli. A grandi linee si può comunque concludere dicendo che oltre il 60% delle protezioni internazionali o umanitari, dopo aver ricevuto il documento e l’accoglienza, si trovano senza alcun sostegno e devono ripartire da zero, verso la strada dell’inclusione sociale. In ciò Roma e Milano sono punti dolenti: sono due città in cui la mala gestione dell’accoglienza e dei vari servizi si avverte più che in altri piccoli centri. Altro punto critico emerso dalla ricerca sono le qualità dei procedimenti decisionali: l’attuale composizione delle commissioni, una normativa che le regoli, la formazione continua dei membri della commissioni. Si evince, in linea generale, che ci sono decisioni scarsamente precise e motivate in fatto e in diritto con riassunti e non racconti dettagliati. Ci sono problemi anche di strutture, risorse e mezzi: spesso è un problema fare persino una certificazione medica, benchè la direttiva europea parli di “mezzi appropriati”. Il collegamento ai CARA è irrazionale: ci sono, infatti, 10 commissioni territoriali che non hanno una divisione territoriale. Spesso ci sono problemi di competenza dei tribunali, i quali spesso vedono una mole di lavoro più intensa rispetto a quella che dovrebbero avere. Sul procedimento decisionale si evince un problema di tempi: da 15 a 30 giorni per il ricorso, a discrezione. Spesso anche il gratuito patrocinio ha delle mancanze: la normativa europea lo prevede, ma spesso si smentisce nei fatti ed è difficile ottenerlo, o lo si ottiene in ritardo: ciò si trasforma in un blocco della procedura, a svantaggio del richiedente asilo e/o rifugiato. La proposta della riforma di accoglienza è un nodo cruciale perché da essa dipende il futuro del richiedente asilo e/o rifugiato. Bisogna mettere in accoglienza e assistenza anche i centri significativi di prima accoglienza con una lettura estensiva dell’ART. 11 D. Lgs. 286/98. Si deve prevedere la riammissione nel rispetto delle norme internazionali in materia di asilo e di diritti umani. In tal senso il Mediterraneo sarà un’area di frontiera sempre più calda: le migrazioni del 2011 hanno posto interessanti quesiti rispetto alla natura della migrazione. Si trattava di migranti economici o richiedenti asilo? La risposta è che si trattava di flussi misti all’interno della stessa barca, ma spesso anche nella stessa persona. Si evince anche come ci siano nuove “migrazioni forzate”: sono i rifugiati ambientali (o climatici), di cui sono esempio i migranti provenienti dalle zone dello tsunami e in seguito ad altri disastri naturali. I rifugiati ambientali non sono riconosciuti come tali, salva la protezione temporanea legata a disastri naturali.

Bisogna sottolineare anche come i CARA e gli SPRAR siano due modelli di accoglienza riservati a richiedenti asilo e rifugiati e che funzionano in maniera nettamente differente. Quello a gestione diretta non funziona. Spesso, per quanto concerne i CARA, sono strutture nate per altri scopi e riadattate per lo scopo in oggetto. Per avere una migliore funzionalità bisognerebbe passare ad un sistema decentrato: il sistema deve essere quello di una protezione unica (un riconoscimento, uno status), ma la logica deve essere quella territoriale. In questa ottica avremo quindi uno status di asilo di competenza statale ma la gestione deve essere delegata agli enti locali, come affermano gli artt. 118 e 119 Cost, (le funzioni amministrative sono delegate ai Comuni). Invece, così come stanno le cose, se lo Stato mantiene la gestione dei Centri ne affida la gestione mediante appalto a privati, trovandosi con una gestione sicuramente meno efficiente rispetto a quella che si avrebbe se a gestire il tutto fossero gli enti locali.

La dottoressa Chiara Marchetti, del Consorzio Communitas, pone l’accento in particolar modo sulle frontiere, mettendo l’accento sul controllo delle stesse “tra vecchi e nuovi rifugiati”. La dottoressa sostiene come per le frontiere vanno affrontati standard uniformi per accoglienza ed assistenza ai valichi: il nodo della frontiera è cruciale perché da esso dipende il futuro del richiedente asilo e/o rifugiato. Sono noti sostanzialmente tre tipologie di gestioni delle frontiere:

– FRONTIERE DURE, MILITARIZZATE (Frontex, respingimenti, Vd. Sent. Strasburgo), in cui rientrano le:

– Barriere fisiche (muri, vd Turchia – Grecia)

– Barriere giuridiche (accordi con Paesi Terzi)

– Barriere economiche (accordi di cooperazione con Paesi di invio e transito, vd il decreto dello scorso 5 aprile riguardante la Tunisia)

– FRONTIERE “FAKE BORDERS”, con filtri in ingresso. Non si può impedire di entrare nelle frontiere perché la Convenzione di Ginevra nega la discriminazione dei richiedenti asilo e rifugiati: il problema, in questo caso, diventa “mandare fuori”. così si utilizzano diversi strumenti per fare in modo di ottenere il risultato dinieghi, mancanza di accoglienza, respingimenti “differiti”, invisibilità dei richiedenti asilo.

– FRONTIERE “SMART BORDERS”. Sono frontiere significative con centri di accoglienza ad elevati standard qualitativi e con politiche di visti più aperti e con una congrua riallocazione delle risorse.

Una scheda relativa agli ultimi mesi del 2011 evidenzia in maniera molto chiara come il fenomeno dei morti in mare sia più frequente di quanto si pensi. Solo negli ultimi due mesi abbiamo avuto sbarchi con morti a:

– Locri (Reggio Calabria), 26 aprile 2012,

– Licata (Agrigento), 28 aprile 2012,

– Venezia, 2 maggio 2012,

– Lecce, 18 giugno 2012,

– Bari, 22 giungo 2012,

– Ancona, 28 giugno 2012.

Patricia Van De Peer, Parlamento Europeo – Dipartimento libertà civili, evidenzia come al Parlamento si sita lavorando sul Regolamento di Dublino e sulle direttive Accoglienza: si spera che si raggiunga l’accordo, iniziato sotto la presidenza danese, entro il prossimo giugno: il 28, infatti, inizieranno i negoziati sulla direttiva procedure. La dottoressa pone l’accento su alcuni spunti, come dei flash chiarificatori. Per ciò che concerne l’accesso alla procedura e la reale possibilità di fare o meno domanda da parte del richiedente asilo, enuncia che al Parlamento si è propensi per l’accesso veloce e fluido cancellando, nella direttiva, il fatto che deve essere assoggettata alle autorità competenti. I tempi per la registrazione delle richieste, previsti in 72 ore, devono essere considerati come tempi meramente amministrativi: si deve essere considerati rifugiati fin dalla domanda, il resto è una pratica amministrativa e anche in termini di ore si sta cercando di diminuirne il lasso, anche se il Consiglio vorrebbe allargarlo. La formazione delle autorità accertanti è un problema: al Parlamento si è propensi che la parola nel dichiarare o meno lo status id rifugiato debba sempre spettare all’autorità accertante. Si propone, però , di fare un reale ” transcript ” del verbale, in modo tale che sia più agevole in caso di ricorso risalire ai dettagli della storia narrata dal richiedente ssilo.

Giulio De Blasi, Commissione Europea- Unità d’asilo, ricorda che l’accordo riguarda anche gli EURODAT. Precisa che la direttiva qualifiche è in vigore già da Dicembre, per cui il promo pezzo del pacchetto in discussione è già avviato. Il pacchetto, sottolinea, va nella direzione di elevare le garanzie anche se non è semplice trovare un filo conduttore tra Paesi con politiche migratorie nettamente differenti. Sottolinea che anche per questo motivo necessaria una formazione, non solo dei membri delle Commissioni ma anche del personale di frontiera: il training europeo esiste, ma è poco conosciuto.

Egli evidenzia come si giocherà tutto sulle deroghe e pone in evidenza come il Regolamento di Dublino sia un po’ il “Trattato di Maastricht” in materia d’asilo. Infatti, secondo De Blasi, pone i paletti per accedere al sistema evidenziando che è imperfetto ma necessario. Particolare attenzione, invece, è da porre sulla prevedibilità dei flussi, senza pretendere dati perfetti: già avere dei margini di previsione sarebbe una buona cosa per poter programmare un sistema di accoglienza degno di chi richiede asilo. Il tema dei fondi europei è vecchio, ma – se passerà – sarà sostituito da un nuovo fondo, che pianificherà l’accoglienza in 9/7 anni, e non più nei termini dell’annualità.

Il dottor De Bonis, UNHCR, ricorda in principio la ricorrenza di domani: la giornata delle vittime di tortura. Molti richiedenti asilo che giungono nel nostro Paese sono vittime di tortura, ma noi ancora non abbiamo una normativa che punisca tale reato. Aggiunge che i tempi trattati sono stati tanti e che la ricerca sembra essere molto accurata, specie per il ruolo degli enti locali, delle criticità, dei minori non accompagnati e delle vittime di tortura. Il giudizio complessivo sulla ricerca è condivisibile: il 2008 ha segnato un po’ una linea di confine, in cui si è passati dalla preistoria alla civiltà recependo le direttive europee. Da allora si registra un dato involutivo. Aggiunge che bisognerebbe aggiungere al sistema SPRAR i sistemi attivati durante l’emergenza nord africa dello scorso anno, che hanno dimostrato di funzionare. Evidenzia come la Sentenza di Strasburgo che ha condannato l’Italia per i respingimenti una sentenza storica e che ha avuto piacere che in occasione della scorsa giornata mondiale del rifugiato (20 giugno) sia il Min. Riccardi che la Cancellieri hanno dichiarato in differenti luoghi di volerla rispettare, ma pone l’accento su come l’Italia abbia mancato nel non formalizzare questo impegno per iscritto, isnerendola negli accordi che si andranno a discutere da qui a breve: sarebbe stata una buona occasione per sottolineare l’impegno nel rispetto dei diritti umani da parte del nostro Paese.

Aggiunge come spesso ci siano delle difficoltà ad integrarsi, da parte dei richiedenti asilo. De recenti ricerche, del CIR e della CARITAS ITALIANA, ci danno dati preoccupanti: evidenziano un alto tasso di disoccupazione di beneficiari di protezione internazionale, un alto tasso di persone che vivono in luoghi abbandonati o in insediamenti volontari, un alto tasso di persone che non conosce la lingua italiana. Queste sono spesso persone che sono state nei CARA o nei progetti SPRAR. Tutto ciò dovrebbe portarci a riflettere ad una normativa che preveda azioni positive di accesso e sostegno all’impiego per beneficiari di documenti di protezione internazionale e la rimozione di ostacoli di natura amministrativa, come il rilascio del certificato di residenza che spesso viene negato su basi non giuridiche.

Chiude il Prefetto Riccardo Compagnucci, ponendo in evidenza come l’Italia sia maggiormente sensibile al fenomeno e come sia maggiormente colpita dal fenomeno. Evidenzia, infatti, che i numeri possono anche essere bassi ma salavare anche 30.000 vite in mare significa tanto e che nei nostri panni sarebbe in difficoltà anche qualsiasi altro Paese europeo.

Confessioni” di un rifugiato: dal cinema di Mogadiscio alle carceri libiche

18 giugno 2012

di Andrea Scutellà

Ultima intervista prima della Giornata Mondiale del Rifugiato: parla un ragazzo somalo che racconta lucidamente la guerra nel suo paese e l’integralismo islamico, senza dimenticare la sua lunga permanenza nelle carceri libiche

Arci Roma e Fuori le Mura, in preparazione della Giornata Mondiale del Rifugiato del prossimo 20 giugno, hanno deciso di raccontare le storie di alcuni rifugiati.
Vogliamo fuggire il pietismo d’accatto del “poverini”: lasceremo parlare soprattutto loro, nel tentativo di sottolineare quanto sono importanti alcune conquiste, come la Convenzione di Ginevra, quanto c’è di sbagliato e quanto ancora ci sarebbe da fare. Quel “confessioni” incastonato tra virgolette non va inteso nel senso di un’ammissione di colpa, ma nel suo significato più profondo: testimonianza di un vissuto. perché i lettori possano cercare di comprendere cosa c’è dietro una richiesta d’asilo prima ancora di formulare un giudizio.

Aweis Ahmed è come un fiume in piena: il problema non è tanto riuscire a farlo parlare, quanto cercare di interrompere il discorso che porta avanti per fargli un’altra domanda. Alcuni rifugiati sono come lui: intendono testimoniare chiaramente quello che hanno subito nei paesi in cui arrivano. Altri invece sono comprensibilmente più chiusi: accettano di essere intervistati ma rispondono con poche parole. Altri ancora preferiscono non parlare, perché troppo scossi dall’accaduto. è una questione di carattere, si dice in questi casi. Ma i vissuti traumatici di queste persone non possono essere semplicemente ricondotti ad una questione caratteriale. Questa intervista, come tutte le altre, è dedicata a chi ha deciso di non parlare, a chi non può parlare per ragioni linguistiche o culturali, o perché ha paura di essere scovato, ma anche a chi non è stato interpellato. A tutti i rifugiati silenti, di qualsiasi credo o nazionalità.

Aweis viene dalla Somalia, è passato per le carceri libiche ed oggi lavora per l’Arci come mediatore linguistico, nel tentativo di aiutare le persone che hanno seguito il suo stesso iter. La sua è una testimonianza importante, sincera, senza peli sulla lingua. L’ideale per ricordare l’importanza di quella Giornata Mondiale del Rifugiato che si celebrerà il 20 giugno e che noi, con questo speciale, abbiamo cercato di testimoniare.

Da dove vieni Aweis?

Da Mogadiscio, la capitale della Somalia. Ma posso raccontare il mio lavoro, quello che facevo lì ?

Certo, vorrei che tu parlassi soprattutto di quello…

(ride di gusto, ndr) Io a Mogadiscio avevo un cinema. Nel mio cinema facevo vedere la televisione di tutto il mondo e anche il calcio, perché il mio paese viene da una guerra che dura da 21 anni, la gente è povera e non può vedere il calcio europeo. Pagavo 90 dollari al mese per le trasmissioni. Avevo una sala da mille posti. Io sono nato a Waberi, un quartiere molto importante vicino il porto di Mogadiscio. Non ho mai avuto problemi tutti mi conoscevano da quelle parti e venivano al mio cinema. Ho fatto questo lavoro per dodici anni, finché non sono arrivati quelli di Al-Shabaab. Un giorno il comandante è venuto e mi ha detto che dovevo lasciare il cinema o che comunque non potevo far più vedere il calcio, la televisione occidentale, i film americani o indiani. Ricordo quello che è successo si giocava la partita di Champions League Liverpool-Barcellona. Sono arrivate tre macchine da guerra davanti al cinema e senza motivo mi hanno sparato ad una mano (mostra la cicatrice,ndr) e hanno ucciso sette persone. Mi hanno rotto un dito, il proiettile è entrato e uscito. Nella capitale tra l’altro non c’erano ospedali pubblici, solo farmacie. Prima c’erano quelli dei volontari, ma da quando è arrivata Al Shabaab sono andati via. Loro non vogliono bianchi o cristiani in Somalia, se li trovano li uccidono. Quelli che c’erano prima sono scappati in Etiopia e in Kenya. Ora per essere curato devi pagare 3000 dollari. Allora ho lasciato il cinema e mi sono unito all’Amisom per combattere Al Shabaab.

Chi sono quelli di Al Shabaab?

Nel nostro paese abbiamo ancora la guerra, anche se c’è un governo, ma questo governo non ha nessun potere. Questo governo è stato aiutato dall’Unione Africana che ha mandato le truppe ugandesi, chiamate Amisom (African Union Mission in Somalia, ndr), a cui si sono aggiunte quelle del Burundi, del Kenya e dell’Etiopia. Tutti uniti per combattere Al-Shabaab, che significa “ragazzi giovani” (per rendere l’idea si tratta di una sorta di gioventù integralista islamica, ndr). Sono arrivati nel 2006, quando è finita la guerra tra le tribù somale. Loro sono dei terroristi, taliban, come quelli che stanno in Afghanistan, fanno parte di Al Qaeda. Loro si coprono la faccia, non vogliono vedere le partite, non vogliono giocare a calcio. Puniscono le persone mettendole in una buca fino a metà corpo e tirandogli i sassi. Oppure usano la frusta.

Com’è la vita nel tuo paese?

Adesso non c’è niente: non c’è lavoro, non c’è scuola, ogni giorno muoiono tra le trenta e le cinquanta persone senza motivo. Scoppiano le bombe per strada, saltano in aria le macchine. I bambini rimangono a casa tutto il giorno. Il paese non va avanti. In quella situazione non si può fare niente: tu mangi, dormi, esci. Se esci però spesso devi tornare a casa perché c’è stato un attentato. La mia famiglia oggi mangia perché io sto in Italia e gli mando i soldi. Loro non possono lavorare. Adesso si dice che Al-Shabaab abbia lasciato Mogadiscio e si sia ritirata vicino il Kenya. Anche se si sta meglio ci sono alcuni ragazzi che hanno le pistole e girano travestiti. Tu non lo sai se io sono di Al-Shabaab e io non so se tu sei di Al-Shabaab.

Ti va di raccontarci qualcosa del tuo viaggio dalla Somalia all’Italia?

Ho lasciato il mio paese nel 2006 e sono andato in Etiopia dove sono rimasto sei mesi. Poi ho attraversato il Sudan, il deserto e sono arrivato in Libia. Il viaggio è lungo e fa molta paura. Io non ho mai pensato adesso parto e un giorno arriverà in Italia. Ho sempre pensato momento per momento: se oggi non muoio si arriva a domani. Siamo partiti per il deserto in 42 e siamo arrivati in Libia in 30: 12 persone sono morte nel viaggio. In Italia sono arrivato l’8 ottobre del 2008 alle 10 di mattina. Da Lampedusa mi hanno trasferito al Cara di Campobasso in Molise, dopo sei mesi hanno accettato la mia richiesta di asilo politico e mi hanno dato il permesso di soggiorno.

Te la senti di dirci qualcosa in più sulla Libia?

Sono rimasto lì 10 mesi, di cui 6 in carcere senza motivo. La mia prigione era quella di Zuwarah. Là dentro vivevo nello spazio di tre mattonelle. Facevamo i turni per sdraiarci a terra e dormire. C’era chi dormiva dalle sette a mezzanotte, chi da mezzanotte alle sette. Alle quattro di mattina tutti uscivamo fuori e facevamo la conta, poi ci riportavano dentro e ci davano un panino e un bicchiere di latte. Il pranzo e la cena non c’erano. Ti picchiavano spesso. Se c’erano donne le stupravano, a noi ci picchiavano. Ogni mese mi portavano in tribunale, i libici parlavano tra di loro e quando gli chiedevo quanto tempo dovevo rimanere lì loro mi rispondevano che dovevo stare zitto e rientrare nel camion. Ho pagato 1500 dollari per uscire di lì . Per andare in Italia invece ho pagato il barcone 1000 dollari. I soldi me li ha mandati mia sorella da Londra, altrimenti sarei rimasto lì . Se una persona non ha soldi resta in carcere fino a quando non ne trova o qualcuno paga per lui. Tanti somali, senegalesi, etiopi, sono rimasti lì .

Cosa fai tu qui in Italia adesso?

Lavoro alle case famiglia dell’Arci a Monterotondo. Aiutiamo le donne con bambini in difficoltà, che per il Regolamento di Dublino II, visto che il primo paese in cui sono arrivate e in cui gli sono state prese le impronte digitali è l’Italia, non possono andare in altri stati dell’area Schengen.

So che hai fatto il ricongiungimento familiare per arrivare i tuoi figli in Italia, giusto?

Sì, sono arrivati lo scorso 20 agosto. Sono 3 maschi e vivono con me. Non li vedevo da cinque anni e mi mancavano moltissimo. Mi manca molto mia mamma, mi manca la mia terra. Non riesco a vedere quello che voglio io qui in Italia: bisogna imparare la lingua e conoscere bene le persone. Per tante cose non è facile vivere qui. Qui non riesco a chiamare qualcosa mio, fuori dal tuo paese questo è veramente difficile. Però mi piace l’Italia, mi piace il lavoro che faccio con l’Arci e mi piace aiutare le persone, non solo i somali, ma tutti quanti, perché il mio cuore è aperto a tutto il mondo.

DIRITTI ORA! CITTADINANZA E LAVORO!

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Sabato 9 giugno si è svolta presso i giardini di Viale Carlo Felice, zona S. Giovanni, l’iniziativa “Diritti ora! Cittadinanza e lavoro!”, promossa dall’Arci e dalla Cgil di Roma e del Lazio, con il patrocinio della Provincia di Roma. L’iniziativa, svoltasi per il secondo anno di seguito, riprende l’essenza della storica festa di Piazza Vittorio, “Intermundia”. La riproposizione della festa era stata fortemente voluta da Alfredo Zolla, sindacalista e militante antirazzista sempre in prima linea nelle battaglie al fianco dei migranti.

La giornata si apre proprio col suo ricordo, col ricordo di Alfredo e delle sue battaglie che continuano a vivere mediante le nostre. Oltre a delineare un ricordo dell’attivista sotto un punto di vista politico e sindacale, è stato delineato un profilo più privato da padre Giovanni, che ha sapientemente descritto come spesso Alfredo riproponesse nel suo privato quelle che erano le battaglie che tanto lo impegnavano e lo appassionavano nella vita pubblica. Proprio in virtù della sua caparbietà e del suo non arrendersi davanti alle ingiustizie, gli è stato simbolicamente intitolato per un giorno un vialetto dei giardini di Viale Carlo Felice affinchè l’amministrazione Capitolina gli intitoli una via.

A fare da cornice gli stand delle varie associazioni, intervenute nel corso della giornata. E’ proprio con loro che si apre il pomeriggio, con l’assemblea dei migranti e delle associazioni: un momento di incontro e di confronto, che spesso non si ha il tempo di fare a causa delle emergenze (che tali non dovrebbero essere) che si affrontano in città.

Claudio Graziano, dell’Arci di Roma, ricorda quello che è lo sfondo giuridico quando si parla di migranti e connette la vita pratica, le difficoltà che ogni migrante si trova ad affrontare con i limiti imposti dal legislatore e, talvolta, dalle stesse istituzioni. Spesso, sottolinea Graziano, ci sfuggono degli aspetti: un migrante che trova un lavoro in nero e che è costretto a comprarsi un contratto di lavoro si trova davanti a un business fatto sulla sua pelle al quale spesso non è in grado di ribellarsi. E’ una scelta costretta, quella del business. Grazia Naletto, rappresentante della campagna “L’Italia sono anch’io“, rappresenta con altrettanta concretezza il tema delle seconde generazioni: generazioni che spesso fungono da ponte tra i loro genitori e le nostre istituzioni, generazioni che spesso sono nate in Italia e che però non vengono riconosciute come italiane. La Naletto sottolinea come la campagna e di cittadinanza e di diritto al voto sia una campagna di civiltà. Williams, un rifugiato intervenuto in seguito, evidenzia, infatti, che in Francia la cittadinanza viene acquisita dopo un anno di permanenza nel Paese, con tutto ciò che ne consegue, e quindi anche col diritto di voto. Proprio Williams racconta come una bimba, figlia di un rifugiato, sia nata in Italia e delle difficoltà che si trova ad affrontare. Lei mangia la pizza e gli spaghetti: non le piacciono i piatti tipici del paese d’origine del padre. Eppure, quando è venuto il momento di fare una vacanza con la scuola, non si spiegava perché lei dovesse chiedere dei “permessi speciali” rispetto ai suoi compagni e alle sue compagne. Perchè? Lei non si sentiva differente da loro, ma lo Stato Italiano l’ha messa in queste condizioni.

Sempre Williams evidenzia come sia difficile trovare un lavoro dignitoso dei minimi diritti del lavoratore: anche la paga, per un migrante è inferiore. I dati, infatti, enunciano come i migranti e le migranti – a parità di qualifica e inquadramento – prendano il 20% in meno di un lavoratore e di una lavoratrice italiana. Gasim, in questo senso, dice come sia difficile per un rifugiato trovare un lavoro. Lui è arrivato in Italia da circa 10 anni e ancora non ha la cittadinanza, così come le sue due splendide bimbe. E in più ha difficoltà a trovare un lavoro stabile. Lo Stato Italiano chiede, quindi, integrazione: ma quanto fa concretamente per mettere i migranti e le migranti in condizione di integrarsi?

Interviene anche una mamma in rappresentanza dei “Tunisini dispersi nel Mediterraneo”: tutti rimangono attoniti di fronte alle emozioni che la signora trasmette. La stessa Cgil dice pubblicamente di essere pronta a fare tutto ciò che è in suo possesso per far emergere la questione. Si ricorda che Arci, Asgi e i genitori dei migranti scomparsi nel Mediterraneo hanno presentato una denuncia alle autorità competenti per avere risposte in merito: in seguito alle rivolte dei paesi arabi, lo scorso anno sono partiti centinaia e centinaia di migranti dalle coste tunisine e non si sa che fine abbiano fatto benchè in qualche caso si abbiano delle prove concrete del loro arrivo nelle coste italiane. . La domanda è quella che ripeteva la Signora Meherzia: “Dove sono i nostri figli? Voglio solo sapere la verità !”

Un altro intervento molto pratico è quello del delegato Silp: lui lavora in questura, all’ufficio immigrazione, e racconta come si trovi ad operare in condizioni difficili. Vorrebbe essere più utile ai migranti che si presentano allo sportello ma purtroppo non gli è consentito.

L’assemblea si conclude con l’intervento di Claudio Di Berardino, della Cgili di Roma e del Lazio, che pone l’accento sui diritti dei lavoratori dei migranti e di come essi siano da considerare una risorsa, anche se troppo spesso non lo si fa. Di carne al fuoco ce n’è tanta: sono, infatti, molteplici gli spunti lanciati nei vari interventi. Ora al via il lavoro degli addetti ai lavori, ovvero le associazioni e il sindacato, per cercare di colmare i problemi che i migranti affrontano giorno dopo giorno.

“Confessioni” di un rifugiato: la richiesta d’asilo di Matteo il senegalese

di Andrea Scutellè

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Intervista a un ragazzo del Senegal, visibilmente scosso, costretto ad abbandonare la sua terra per le minacce di morte causate dalla sua attività politica

Arci Roma e Fuori le Mura, in preparazione della Giornata Mondiale del Rifugiato del prossimo 20 giugno, hanno deciso di raccontare le storie di alcuni rifugiati.
Vogliamo fuggire il pietismo d’accatto del “poverini”: lasceremo parlare soprattutto loro, nel tentativo di sottolineare quanto sono importanti alcune conquiste, come la Convenzione d Ginevra, quanto c’è di sbagliato e quanto ancora ci sarebbe da fare. Quel “confessioni” incastonato tra virgolette non va inteso nel senso di un’ammissione di colpa, ma nel suo significato più profondo: testimonianza di un vissuto. perché i lettori possano cercare di comprendere cosa c’è dietro una richiesta d’asilo prima ancora di formulare un giudizio.

La persona che ho intervistato preferisce farsi chiamare Matteo, piuttosto che con il suo vero nome. è la cosa più prudente per non mettere in pericolo la vita di un ragazzo che ha tanta voglia di parlare, ma rischia di essere individuato dalle persone che lo hanno costretto ad andare via dalla sua terra. A differenza di Gasim e Wialliams, però , non ha ancora ottenuto lo status di rifugiato, un richiedente asilo: attende di poter esporre la sua storia di fronte ad una commissione che giudicherà se ha il diritto di esser protetto in Italia o se dovrà fare ritorno nel suo paese d’origine.

Parla italiano abbastanza bene il nostro Matteo. Spesso balbetta però , palesando un particolare disagio, tipico di chi ha vissuto cose che pochi di noi possono immaginare e che si fa fatica – vi assicuro – persino a chiedere. Matteo è dovuto scappare dal suo paese a causa delle sue opnioni politiche. Quelli del governo Wade non hanno certo usato la mano morbida con i dissidenti, come documenta il Rapporto Annuale di Amnesty International nella sua scheda sul Senegal.

Da dove vieni Matteo?

Vengo dal Senegal. Precisamente dalla periferia di Dakar,la capitale, 15-17 chilometri più in lì il posto si chiama Guìdiawaye.

Qual’era la situazione del tuo paese?

Ricordo una situazione sociale molto difficile: non c’era lavoro, la vita diventava ogni giorno più cara, i politici facevano quello che volevano con i soldi del paese. L’educazione non andava bene, per la salute c’era la stessa situazione. C’era un grande disagio sociale. Nel mio paese i governanti e i loro amici vivono bene, il resto delle persone vive nella povertà.

Tu cosa hai deciso di fare in quella situazione?

Sono entrato nel mondo della politica. Precisamente facevo propaganda per fare sapere ai giovani come me che dovevano iscriversi sulle liste elettorali per votare un altro governo. Per mandare via finalmente Wadee far diventare presidente Idrissa Seck.

La passione politica ti ha costretto ad andare via dal tuo paese. Cosa ti hanno fatto per forzarti ad abbandonare la terra in cui sei nato?

Mi hanno minacciato, mi hanno insultato, mi hanno picchiato, hanno minacciato la mia famiglia. Prima di minacciarmi hanno provato a darmi dei soldi perché stessi zitto. Ho preferito andare via perché se non ammazzavano me, ammazzavano sicuramente un mio familiare.

Ci puoi raccontare qualcosa del viaggio dal Senegal in Italia?

Dal Senegal sono andato in Mauritania, lì sono rimasto bloccato un mese. Successivamente sono partito per il Marocco. Da lì è ho preso la barca per Las Palmas nelle Isole Canarie, poi ho proseguito fino al Continente. Sono rimasto in Spagna 6 mesi, quindi sono arrivato in Italia con il treno Madrid-Roma. Il viaggio è molto difficile dal Senegal al Marocco, ho dovuto attraversare il deserto in macchina: ci vogliono molti giorni e fa sempre molto caldo. Il viaggio dal Marocco alle Canarie è molto pericoloso, il mare è agitato (facile da immaginare essendo l’Oceano Atlantico,ndr) e la barca non è molto stabile (altrettanto facile da immaginare, trattandosi più di zattere che di transatlantici, ndr).

E allora hai deciso di chiedere asilo politico in Italia…

Sì ho appuntamento il 27 luglio con la commissione che deve giudicare la mia richiesta. Spero che possano darmi i documenti. dovrà raccontare quello che ho vissuto nel mio paese, perché sono fuggito e come sono fuggito.

Cosa speri di ottenere per il futuro?

In Senegal hanno eletto un nuovo governo (il presidente ora è Macky Sall,ndr), spero che la situazione cambi per il mio paese e per me così da poter tornare al più presto a Dakar, quando io non sarò più in pericolo e non metterò in pericolo i miei familiari.

Se tu potessi scegliere preferiresti restare qui o tornare in Senegal?

Sì, sì veramente… Preferisco stare vicino alla mia famiglia, ai miei due figli, a mia moglie, ai miei parenti. Se la situazione cambia senza dubbio torno nel mio paese.

Di cosa ti occupavi nel tuo paese?

Ho fatto l’Università a Dakar, stavo alla Facoltà di Lettere e Scienze Sociali, nel Dipartimento di Storia. Dopo gli studi ho cominciato ad aiutare i miei genitori. Ho fatto il commerciante in un piccolo negozio di vestiti.

Quale mestiere ti piacerebbe fare?

Se c’è la possibilità vorrei un grande negozio, anzi un grandissimo magazzino da gestire tutto da solo.

“Confessioni” di un rifugiato: il Camerun di Williams e il diritto di cittadinanza

di Andrea Scutellà

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Intervista a un ragazzo camerunense rifugiatosi a Roma – dove è attualmente operatore del numero verde dell’Arci per i richiedenti asilo e rifugiati – da Yaound perché si occupava di diritto al lavoro e diritto allo salute

Arci Roma e Fuori le Mura, in preparazione della Giornata Mondiale del Rifugiato del prossimo 20 giugno, hanno deciso di raccontare le storie di alcuni rifugiati.
Vogliamo fuggire il pietismo d’accatto del “poverini”: lasceremo parlare soprattutto loro, nel tentativo di sottolineare quanto sono importanti alcune conquiste, come la Convenzione di Ginevra, quanto c’è di sbagliato e quanto ancora ci sarebbe da fare. Quel “confessioni” incastonato tra virgolette non va inteso nel senso di un’ammissione di colpa, ma nel suo significato più profondo: testimonianza di un vissuto. perché i lettori possano cercare di comprendere cosa c’è dietro una richiesta d’asilo prima ancora di formulare un giudizio.

Spesso i rifugiati non sono liberi di utilizzare neanche il proprio nome per paura di ritorsioni. Il ragazzo camerunense con cui ho avuto la fortuna di parlare non si chiama Williams, ma noi lo chiameremo così perché abbiamo bisogno di un nome per intenderci. Lui parla italiano perfettamente, anche se definisce “piccola” la sua conoscenza della nostra lingua. è laureato, ma ha dovuto fare un Master per vedere il proprio titolo riconosciuto in Italia. Ha un buon lavoro, nonostante questo il suo desiderio più grande è quello di tornare in Camerun quanto prima: cosa che traspare dai suoi occhi prima ancora delle risposte che dà. La richiesta d’asilo politico la definisce una “violenza” che ha dovuto fare sulla propria personalità . Ha grandi idee il nostro Williams e una grande stima delle potenzialità dell’Italia. Quel che gli fa montare la rabbia al cervello è che queste energie vadano disperse. Crede inoltre che le società, a differenza di quanto affermato dall’ex premier Silvio Berlusconi un po’ di tempo fa, non possano scegliere se divenire multietniche o meno. Lo sono già da tempo. La questione oggi è quella di rispondere alla chiamata di una responsabilità che viene prima di ogni libertà. Non stiamo parlando di un fenomeno che si può frenare: si tratta di comprenderlo e di organizzarlo. Sarebbe antistorico, antieconomico, antiumanitario pensare di poter tornare all’omogeneità dello Stato Nazione. Inoltre Ein Volk (un popolo), fa parte di uno slogan di cui in Europa non sono rimasti certo buoni ricordi. è più utile però lasciare a lui il compito di esporre i suoi pensieri.

Quali sono i ricordi più piacevoli che hai del Camerun?

Io direi due cose fondamentali: la vita familiare – cioè i genitori e i fratelli – e le mie attività associative. Queste sono le cose che mi piace ricordare più.

Che tipo di attività svolgevi con le associazioni con cui collaboravi?

Ero responsabile di una rete di associazioni del Municipio dove ero cittadino, a Yound la capitale del Camerun. Noi ci occupavamo del diritto al lavoro e del diritto alla salute perché facevamo campagne di sensibilizzazione sull’ambiente, la lotta alla malaria e anche sul rischio di contagio dell’HIV.

Perchè sei venuto in Italia?

Sono stato costretto in qualche modo a venire in Italia perché anche quest’attivismo a livello locale era malvisto. già all’Università ero stato arrestato e minacciato per via delle attività che portavo avanti. Quando ho finito gli studi mi sono impegnato ancora di più. Quindi sono stato trattenuto e sono stato indagato non dalla polizia normale, ma dai Servizi Segreti, per dirti. Mi è stato detto: “La prossima volta che ti prendiamo sul posto di una manifestazione ti facciamo fuori”. Me l’ha detto il capo della polizia: “Ti faccio fuori e nessuno saprà mai dove sei finito”. Ed è vero, perché quando mi hanno arrestato nessuno sapeva dove ero finito. Quando sono tornato a casa mia madre non sapeva nulla. Le ho spiegato, lei mi ha risposto che se avevo ragione per lei andava bene. Mi ascoltava e mi capiva, nonostante non sapesse molto delle mie battaglie.

In cosa ti sei laureato in Camerun?

Sono laureato in Economia e Commercio, diciamo management ecco.

La tua Laurea è riconosciuta in Italia?

La Laurea dovrebbe avere un valore legale, purtroppo però la procedura per il riconoscimento dei titoli di studio universitari è molto complicata. L’Italia tende a non prendere in considerazione i nostri titoli di studio. però sono riuscito a fare un Master in Immigrazione, Asilo e Comunicazione Sociale alla “Sapienza” e in qualche maniera l’ho integrato con il mio titolo camerunense.

Ci puoi raccontare il tuo viaggio dal Camerun in Italia?

Sono partito con un visto per Strasburgo in Francia, però il sentimento che nutro per quel paese mi impediva di restare, cosi ho deciso a caso di emigrare verso l’Italia: il 7 agosto 2006 sono arrivato a Firenze.

Che tipo di sentimento nutri per la Francia?

Visto il rapporto che quella nazione ha con il governo camurenense non potevo restare lì . Sicuramente mi sarei fatto arrestare, perché non mi sarei trattenuto dal mandarli aff…ulo! Ogni tanto mi viene questa rabbia per questo non potevo rimanere lì . Non ce l’ho con la gente, ma con la politica di sostegno ai “dittatori democratici” del Camerun. Non potevo rimanere in Francia anche perché in Italia la mia storia è stata creduta, mentre lì un camerunense deve essere il capo del partito di-che-cosa-non-lo-so per ottenere asilo politico. Io sono un semplice attivista, esistono i semplici attivisti e rischiano grosso anche loro.

Quanto tempo fa sei venuto in Italia e qual è stato il percorso che hai seguito una volta arrivato?

Saranno sei anni ad Agosto. Ho aspettato molto a chiedere asilo politico perché per me era una piccola violenza il fatto stesso di chiederlo. Ho subito delle “pressioni”, se così posso chiamarle, da amici che mi dicevano “Lo devi fare!”. Avevo sempre il biglietto di ritorno per il mio paese in tasca. Poi purtroppo ho dovuto scegliere e ho fatto richiesta d’asilo alla Prefettura di Firenze, più o meno tra Giugno e Luglio del 2007. Sono stato un mese in un albergo a Firenze, perché la responsabile degli asili della Prefettura stava cercando un posto nel sistema d’accoglienza, dopodichè mi hanno mandato allo Sprar di Fara Sabina. Sono rimasto lì per 11 mesi perché la questura ha tardato nel rilasciarmi il permesso di giorno, che è arrivato sessanta giorni dopo che ho lasciato il centro d’accoglienza. In teoria la permanenza dovrebbe durare al massimo 6 mesi.

Dopo il centro d’accoglienza cosa hai fatto?

Ho iniziato a lavorare come addetto alle pulizie. Solo che lavoravo appena un’ora e mezza al giorno, affittavo una stanza per 300 euro al mese e ne guadagnavo poco più di 240. Bisognava fare i salti mortali per pagare l’affitto. Devo dire che la mia piccola conoscenza dell’italiano mi ha permesso di poter fare mediazioni culturali sempre nello Sprar. Quando c’erano nuovi arrivi di anglofoni e francofoni mi chiamavano per tradurre e qualche volta anche per fare la sicurezza. Questo mi ha permesso di pagare l’affitto e di mangiare. Poi ho trovato il lavoro all’Arci.

Cosa fai tu all’Arci adesso?

Sono operatore del numero verde (800 905 570, ndr) che fornisce supporto ai richiedenti asilo e ai rifugiati.

So che sei molto attivo per quanto riguarda il diritto di cittadinanza e che hai partecipato, mercoledì scorso, a una conferenza stampa alla Camera, alla presenza del Presidente Fini. Cosa ci puoi dire , anche in merito alla nuova proposta di legge, proprio sul diritto di cittadinanza?

Lì per lì ero molto contento. Ho pensato che avrebbero potuto accettare di parlare della cittadinanza proprio alla Camera dei Deputati. La proposta è stata calendatizzata. però mi sono dovuto riprendere due giorni dopo. Speriamo che non succeda la stessa cosa che è successa per altri temi, per cui il Governo ha dovuto rimandare. Ci saranno la Lega e i duri della destra che faranno blocco. Cominceranno a dire che si tratta di un Governo tecnico che deve occuparsi solo di cose inerenti la crisi economica. Ma il fatto della cittadinanza può esser visto come un elemento di crisi. Credo che chi si sente italiano, si sente ancora di più coinvolto nella crisi. perché se nel suo piccolo può far qualcosa per far cambiare la situazione è suo dovere farlo. è una questione d’appartenenza.

Tu ritieni più italiano Thiago Motta, o un ragazzo di quindici anni nato in Italia da genitori stranieri?

(ride,ndr) Thiago Motta può anche avere un po’ di sangue italiano, ma io sono convinto che nel suo cuore si senta più brasiliano che italiano. Lui è cresciuto in Brasile conosce più la samba che i balli tradizionali italiani. Un ragazzino come quello che ho citato prima (si riferisce al suo intervento alla giornata dedicata da Arci Roma e CGIL proprio al tema della cittadinanza e al diritto al lavoro per gli stranieri, intitolata IL tempo delle scelte, ndr) che mangia solo prosciutto e pizza margherita, che conosce solo la cultura italiana, che a 6 anni parla italiano meglio di me e Thiago Motta messi insieme, ha diritto di essere cittadino. Una volta ha chiesto al padre “Papà perché ci sono tanti neri qui?”. Non si rende conto neanche di esser nero. Per me questi sono cittadini italiani non quelli a cui viene concessa la cittadinanza per opportunismo. Se ci fossero calciatori dello stesso livello nel ruolo di Motta, nella nazionale italiana, la sua richiesta di cittadinanza non sarebbe stata ascoltata. Quel bambino, invece, se dovrà fare una gita con la scuola prima dei diciotto anni, soprattutto in Inghilterra o in America, non potrà andare con i compagni.

Come si riflette il negato diritto di cittadinanza sulla vita quotidiana delle persone, secondo la tua esperienza al numero verde dell’Arci?

Vedi è difficile sentirsi in un limbo dove non sai se sei a sinistra o a destra, perché la fatica che fai per ottenere quel riconoscimento ti produce semplicemente frustrazioni. Ho un connazionale medico, tra i primi nella sua professione, che oggi è tra i collaboratori di Serie B perché non può guadagnare quanto il medico italiano. Quando stava facendo la specializzazione, lui era l’unico studente il cui parere veniva tenuto in considerazione dal suo professore quando c’erano casi molto gravi. Ha fatto anche un Master in Francia, ma ha rifiutato tutti i lavori che gli hanno proposto lì , perché lui vuole vivere qui. Alla fine ha trovato lavoro perché uno dei suoi professori ha saputo che era disoccupato ed è rimasto stupito, quindi si è attivato per lui. Una persona che s’innamora di un paese e che ci vede la sua casa, deve essere accolta. Gli italiani, come i francesi, i tedeschi e tutti gli altri non hanno scelto una società multietnica, l’hanno trovata. E’ una responsabilità molto grande, non si tratta di una libera scelta: invece di provare ad arginarla possiamo tentare di gestirla meglio. Non è facile, ma da nessuna parte è facile. è una situazione che va capita. Questo mondo è diventato un grande villaggio. Per cui io decido di vivere nel paese in cui mi sento bene, in cui mi sento a casa. La sfortuna dell’Italia è che il clima è anche molto vicino a quello dell’Africa, quindi molti africani si trovano bene qui.

Il diritto di cittadinanza è legato anche a un altro argomento fondamentale, cioè il diritto di voto. Secondo te ha più diritto di votare un italiano che vive in America da vent’anni, o un camerunense che vive in Italia dallo stesso tempo?

Ecco, questa è proprio una cavolata. Io conosco meglio la politica italiana rispetto a quanto la possano conoscere la maggior parte degli italiani all’estero. Spesso loro le schede elettorali non le usano nemmeno. Soprattutto c’è l’elemento del voto locale: io che sono residente a Roma non posso scegliere il mio sindaco. Leggendo la cosa in chiave politica, se gli stranieri avessero il diritto di votare almeno alle elezioni amministrative, questo spingerebbe i politici a prendere in considerazione i diritti dell’immigrazione. Ma finché gli immigrati non potranno votare è come se non esistessero.

Vorresti tornare in Camerun un giorno se ti si presentasse l’occasione?

Non vedo l’ora. Sono sei anni che non vedo i miei genitori e i miei fratelli e tutto questo mi manca molto.

(A microfoni spenti Williams si lascia andare all’elogio delle potenzialità dell’Italia. Potenzialità paradossali, che lo fanno arrabbiare terribilmente: perché immense e inutilizzate. Dice di aver visto alla televisione che molti degli scienziati del Cern di Ginevra sono italiani e che un importante sociologa in Francia di cui non ricorda il nome è italiana.
Non solo la politica, secondo lui, lascia andare gli studenti italiani all’estero, ma fa lo stesso con gli studenti africani che arrivano qui con delle borse di studio e dopo l’Università non trovano lavoro. Quando questi vorrebbero ripagare quanto i cittadini italiani con le loro tasse hanno finanziato, restituendo dei contributi – fiscali e non – alla crescita del paese, si trovano costretti ad andare via. Dando per scontato il lato umanitario della questione, questa linea politica è poco astuta anche dal punto di vista economico: la crescita così resta un miraggio.
Alla fine c’è sempre chi prende lauree fittizie e finisce per governarci perché figlio di… E vengono pure a parlarci di merito. Vengono pure a parlarci di valore della gioventù: per demagogia, perché i problemi dei ragazzi sono sentiti tanto da loro stessi, che non riescono a iniziare una nuova vita al di fuori del nucleo familiare, che dai loro genitori, che li vedono arrancare e soffrire, dunque soffrono con loro.
I loro problemi valgono tre voti: madre, padre e figlio. Ma la gioventù non è un valore in se stesso e ve lo dicono due giovani come Williams e Andrea. Perchè il Trota vale meno di zero anche se ha poco più di vent’anni. Fa rabbia solo vederlo sedere sulla poltrona d’un governo regionale, mentre il più competente laureato africano, nella maggior parte dei casi, non ha neanche il diritto di votare).

Agorà Transeuropa

Non ci sono alternative?

Beni Comuni, Cultura e Democrazia

Per un’altra idea d’Europa.

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Il 2 e 3 Giugno, al Teatro Valle Occupato di Roma, si è svolta l’ “Agorà TransEuropa“, momento conclusivo della terza edizione del “TransEuropa Festival“, promossa da European Alternatives, Teatro Valle Occupato, Arci, Provincia di Roma e altre organizzazioni. Il festival si caratterizza per avere contenuti politici e culturali internazionali. Per il primo anno il Festival si è svolto contemporaneamente in 14 città europee (Amsterdam, Barcellona, Belgrado, Berlino, Bologna, Bratislava, Cluj – Napoca, Londra, Dublino, Parigi, Praga, Roma, Sofia, Varsavia). L’obiettivo è stato interrogarsi sulle sfide poste in campo dalla crisi, le nuove forme di partecipazione dal basso e le società multiculturali.

La due giorni dell’ Agorà TransEuropa si è svolta su un confronto Europeo, sulle proposte di alternativa messe in campo nei diversi Paesi. Il termine “agorà” fa riferimento alle prime forme di sviluppo democratico elleniche, dove la democrazia è stata più visibilmente affossata, osando un sottile parallelo tra quanto accaduto nell’antica Grecia e quanto vive il nostro Paese insieme ad altri Paesi europei. Il programma si è concentrato essenzialmente su tre temi: partecipazione dal basso, alternative alle misure di austerità poste dalla BCE, sfaccettature di una società multiculturale basata su diritti individuali e collettivi. In questo quadro sono state anche presentate delle importanti campagne transnazionali sui temi dei beni comuni, della libertà di informazione, del reddito minimo garantito e della chiusura dei centri di identificazione e di espulsione (CIE).

La seconda giornata in particolare si è incentrata sui diritti individuali, legati da un filo rosso a quelli collettivi trattati in particolar modo nella prima giornata. Tra questi si è trattato anche il tema della “cittadinanza e alternativa ai CIE” passando per una performance sonora sui frammenti delle testimonianze dei familiari dei 236 Tunisini dispersi nel mar Mediterraneo a cura di “Stalker” in collaborazione con “Amisnet” e il “Comitato dei familiari degli scomparsi“. La performance è stata molto suggestiva e ha rievocato la rabbia e il dolore dei familiari dei migranti scomparsi, presenti in sala, che chiedono da mesi a gran voce notizie sui loro figli e fratelli.

In seguito agli sbarchi provenienti dal nord Africa dello scorso anno, infatti, non si ha traccia di centinaia di ragazzi partiti dalle coste tunisine. Una rappresentanza delle famiglie si trova nel nostro Paese da qualche mese per far sentire la loro voce: si fatica a reperire le impronte digitali sia attraverso le autorità italiane che tunisine, benchè in taluni casi ci siano delle prove relative all’arrivo dei migranti in Italia. In merito è stata presentata a Roma una denuncia dalle famiglie, insieme ad ARCI e ASGI, volta a far emergere la verità sui fatti.

La denuncia ha una rilevanza da entrambe le sponde del Mediterraneo: ciò si richiama direttamente al diritto alla mobilità, talvolta proprio delle merci e dei capitali ma non delle persone. Paradossalmente l’Europa, tanto diversa sotto molteplici aspetti, va nella stessa direzione in quanto alla regolamentazione dell’ingresso e del rimpatrio dei cittadini stranieri nei propri Paesi. I centri di identificazione e di espulsione sono il risultato di questa regolamentazione. L’Arci da tempo ha aderito alla campagna “Open Access Now”, che richiede formalmente la chiusura di questi centri, caratterizzati dal fatto di non rispettare la dignità delle persone e i più banali diritti fondamentali dell’uomo. E come ricordava proprio l’Arci all’interno dell’iniziativa in oggetto, spesso alla parola CIE si accompagna la parola morte, da intendersi sia nella sua accezione fisica che psicologica.

Alla stessa conclusione è giunta la fase due della campagna “LasciateCIEntrare”, che ha formalizzato la strada da intraprendere per perseguire l’obiettivo che si è fissata: un obiettivo non di parole ma di fatti molto concreti volti a far chiudere i CIE e a mettere in discussione nel nostro Paese la Legge Bossi – Fini e il pacchetto sicurezza. Non più, quindi, una sola richiesta di trasparenza, di informare la collettività su quanto avviene all’interno di questi centri, ma – dopo aver visto – la presa d’atto che questi centri sono una vera e propria istituzione totale in cui la punizione, la detenzione, non è pari al dolo, l’irregolarità amministrativa di essere sprovvisti del permesso di soggiorno.

Nell’ambito dell’iniziativa sulla cittadinanza europea si è ampiamente fatto richiamo alla campagna tutta nostrana “L’Italia sono anch’io”, in cui ancora una volta l’Arci è presente.

Si è ricordato come la campagna sia non solo di cittadinanza ma anche sul diritto di voto dei cittadini stranieri, che spesso vivono nel nostro Paese da diversi anni ma non possono esercitare il diritto di voto. Mettendo in primo piano la rilevanza politica della campagna, è emerso come ancora una volta sarà la politica italiana a decidere del destino dei migranti, senza dare loro la parola in merito, sebbene siano presenti nel territorio italiano diverse realtà di seconde generazioni che rivendicano pienamente sia la cittadinanza che il diritto di voto. Non essendo i migranti gli interlocutori diretti del Parlamento, le associazioni e le diverse realtà impegnate nella campagna hanno formalizzato la loro intenzione a tenere alto il conflitto, sia d’opinione che di mobilità, sui temi indicati chiedendo di non essere estromessi dalla discussione su una legislazione in merito.

A conclusione della due giorni è emerso un appello comune alla mobilità, che lega tutte le campagne e per quanto concerne le realtà italiane presenti si sono costruiti dei tavoli nazionali e locali per dare seguito a quanto detto.

DIRITTI ORA! CITTADINANZA E LAVORO

Sabato 9 giugno 2012

ore 10.30 – 23.30

Giardini di Viale Carlo Felice (San Giovanni)

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Sabato 9 giugno nei giardini di Viale Carlo Felice lato S. Giovanni la CGIL di Roma e del Lazio e l’Arci di Roma, con il Patrocinio della Provincia di Roma, propongono una giornata di incontro, partecipazione e riflessione sulla realtà dell’immigrazione nel nostro territorio. L’iniziativa, che si tiene per il secondo anno consecutivo, ha l’obiettivo di mantenere vivi i temi della convivenza civile, dell’intercultura e del rispetto dei diritti in una città, Roma, ed in una Regione, il Lazio, in cui le scelte delle istituzioni non favoriscono le forme di integrazione e di inclusione.

La festa intende creare l’occasione per momenti di incontro aperti a tutti all’insegna dell’anti-razzismo. Saranno presenti con stand attrezzati i servizi della CGIL e dell’Arci, associazioni di solidarietà sociale, ONG, associazioni di immigrati, Centro Servizi Immigrati della Provincia di Roma.

L’iniziativa sarà dedicata ad Alfredo Zolla, compagno della CGIL storicamente impegnato sui temi dei diritti dei migranti.

Il suo ricordo, quello delle battaglie antirazziste che ci ha accomunato in anni di lotte saranno il filo conduttore di un’iniziativa che cercherà di annodare un filo tra diritti di cittadinanza e lavoro attraversando i temi cruciali della presenza dei migranti nella nostra città.

La mattina canterà il coro dei bambini della scuola Di Donato e verrà intitolata la piazza ad Alfredo Zolla, e nel pomeriggio si terrà l’assemblea su “diritti di cittadinanza e diritti del lavoro”. Parteciperanno le associazioni di immigrati presenti sul territorio di Roma e del Lazio ed è previsto il saluto dell’Assessore Claudio Cecchini della Provincia di Roma. Alle ore 19 sarà offerto un aperitivo dal Comitato Romano della Campagna “L’Italia sono anch’io”. La giornata si concluderà con la musica di Bip Gismondi e dei Matices e i balli dei Capari-Can e del gruppo Isaro.

“Confessioni” di un rifugiato politico: Gasim, il Darfur e Roma

di Andrea Scutellà

Intervista a Muhammad Abu Al-Gasim, rifugiato politico e attivista proveniente dalla regione sudanese del Darfur

Arci Roma e Fuori le Mura, in preparazione dellaGiornata Mondiale del Rifugiatodel prossimo 20 giugno, hanno deciso di raccontare le storie di alcuni rifugiati.
Vogliamo fuggire il pietismo d’accatto del “poverini”: lasceremo parlare soprattutto loro, nel tentativo di sottolineare quanto sono importanti alcune conquiste, come la Convenzione di Ginevra, quanto c’è di sbagliato e quanto ancora ci sarebbe da fare. Quel “confessioni” incastonato tra virgolette non va inteso nel senso di un’ammissione di colpa, ma nel suo significato più profondo: testimonianza di un vissuto. perché i lettori possano cercare di comprendere cosa c’è dietro una richiesta d’asilo prima ancora di formulare un giudizio.

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Gasim è un rifugiato piuttosto particolare.

Già in Sudan era impegnato in politica e questo gli è costato l’esilio, ormai decennale, dalla sua terra natìa. In Italia con i suoi amici – sudanesi e italiani- ha sempre cercato di organizzare la propria vita in autonomia, di difendere la sua libertà e quella degli altri rifugiati. Durante l’intervista ho cercato in ogni modo di farlo parlare al singolare e ci sono riuscito piuttosto raramente. Gasim è una specie di entità collettiva e quando parla, lo fa sempre a nome di tutti. Ma non lo fa con piglio decisionista, anzi è la testimonianza vivente dell’unità d’intenti del gruppo dei rifugiati sudanesi. Per questo fa impressione sentirlo dichiarare “Spesso i politici parlano del diritto alla casa, ma io lo so, la casa non esiste al momento per noi.”. è venuto però il momento però di lasciare la parola direttamente a lui, o meglio, a loro.

Ciao Gasim, presentati ai nostri lettori.

Mi chiamo Muhammad Abu Al-Gasim sono sudanese e vengo dal Darfur, adesso sono in Italia come rifugiato politico.

Perchè sei venuto in Italia?

Perchè noi abbiamo avuto una guerra terribile nel nostro paese e in particolare nel Darfur. Il conflitto in Sudan è cominciato nel 1956 e non è una cosa nuova. In Italia la notizia è arrivata una decina d’anni fa, quando noi cominciavamo a sbarcare nel vostro paese. Siamo stati fortunati a fuggire, perché tantissime persone non ce l’hanno fatta e sono morte durante il conflitto. Il viaggio è stato molto lungo: abbiamo attraversato il deserto fino in Libia e da lì abbiamo preso uno dei barconi che portano a Lampedusa. lì abbiamo fatto la richiesta di asilo politico e ci siamo trasferiti a Lecce in un centro d’accoglienza dove siamo rimasti tre mesi in attesa del documento. Quando ce l’hanno consegnato siamo venuti qui a Roma.

E quando sei arrivato a Roma cosa hai fatto?

Con un gruppo di rifugiati del Sud Sudan e del Darfur abbiamo occupato uno spazio della Stazione Tiburtina (sotto Ponte Lanciani, ndr). I giornali lo chiamavano Hotel Africa, ma a noi non piaceva chiamarlo così . Anzitutto qui siamo in Italia e non in Africa, poi quello non era esattamente un hotel: mancavano l’acqua, la luce, l’elettricità. Noi lo chiamavamokherpa, che significa “posto abbandonato”. Appena siamo arrivati era solo un magazzino.

Ma le istituzioni quindi non ti hanno proposto nessuna soluzione alternativa quando sei arrivato?

Abbiamo visto com’era la vita in un centro d’accoglienza e non abbiamo accettato. La gente entra la sera e alle 7 del mattino deve essere fuori. Un paio di noi hanno avuto problemi perché sono disabili e sono stati mandati via anche durante la pioggia. Loro hanno detto “Dove andiamo, cosa facciamo?Non possiamo reggere l’ombrello!” e non hanno avuto nessuna risposta. Per questo pochi di noi hanno fatto richiesta per entrare in quei posti. Quasi tutti hanno preferito restare liberi, anche se senza acqua calda, luce o elettricità.

Torniamo al kherpa, cos’è successo dopo?

All’interno di quello spazio abbiamo organizzato la nostra vita. Ognuno ha preso la sua stanza e, in seguito, sono arrivati altri gruppi come gli etiopi e gli eritrei. Allora abbiamo occupato due capannoni grandi. lì è cambiato proprio il concetto: abbiamo comprato dei generatori elettrici, abbiamo fatto dei ristoranti e dei bar all’interno dei capannoni, è diventata una città viva… Abbiamo stretto molte amicizie con dei gruppi di italiani grazie ai nostri bar e al fatto che frequentavamo le scuole d’italiano delle associazioni di volontariato.

Però ci siamo resi conto che non potevamo vivere tutta la vita in un magazzino, per quanto l’avessimo sistemato bene. così abbiamo deciso di formare il Coordinamento per i rifugiati di Roma Tiburtina: composto da rappresentanti degli italiani, dei sudanesi, degli etiopi e degli eritrei. Siamo andati in migliaia a manifestare sotto il Campidoglio, richiedendo un tavolo con l’amministrazione Veltroni. Hanno accettato, ma alcune associazioni di volontariato come la Casa dei Diritti Sociali e Medici Senza Frontiere, volevano andare a parlare con le istituzioni senza di noi. Non abbiamo accettato, così queste persone hanno detto all’amministrazione che noi non facevamo parte del Comitato, ma parlavamo esclusivamente per la nostra gente. Per noi andava bene lo stesso: perché è una cosa nostra e dovevamo farlo in prima persona. Quindi abbiamo continuato per la nostra strada.

Il Comune di Roma in seguito ci ha contattati, dicendo che se volevamo trattare dovevamo presentarci solo noi rifugiati senza i nostri amici italiani.

Perchè?

Loro pensavano che la nostra forza fosse il gruppo di italiani che avevamo intorno…

Pensavano di imbrogliarvi più facilmente…

Bravo! (ride,ndr) Il Comune a quel punto ci ha detto di aver trovato delle sistemazioni, solo che tutti insieme non potevamo più stare, perché non c’era un posto grande come il kherpa di Roma Tiburtina. Ci avevano assicurato che non ci avrebbero messo in dei centri d’accoglienza, ma quando abbiamo chiesto di vedere i posti dove ci avrebbero voluto mettere hanno rifiutato. Noi abbiamo detto che non potevamo uscire dal kherpa senza aver prima visto le nostre nuove case. A quel punto si era creata una grande attenzione intorno a noi: stavano cominciando i lavori per la nuova Stazione Tiburtina ed i giornali non facevano altro che parlare del Darfur. Fu in quel momento che cominciarono a chiamare il magazzino Hotel Africa.

Gli altri gruppi sono andati via, solo noi sudanesi siamo rimasti. Hanno cominciato a minacciarci, ci volevano sbattere per strada.

Com’è finita la questione?

Abbiamo fatto un giro per vedere tutte le sistemazioni in cui avevano messo gli altri gruppi. Si trattava di centri d’accoglienza fuori Roma (vicino Latina per esempio), o degli alberghi vicino Termini. Mettere dei rifugiati in un albergo, naturalmente, significa cacciarli via dopo una settimana. Abbiamo resistito e siamo rimasti al kherpa.

La nostra forza è stata l’unità. Il Comune ha cercato di dividerci, di spaccare il gruppo, ma non ci sono riusciti. Alla fine ci hanno trovato un posto a Via Scorticabove, sulla Tiburtina, vicino a Via del Casale di San Basilio.

Quali erano le vostre principali richieste?

Volevamo un posto gestito da noi.

E vi hanno fatto gestire lo spazio che vi hanno concesso?

No. Noi volevamo portare avanti un nuovo modello di accoglienza per rifugiati, gestito dai rifugiati stessi. Uno spazio concepito come posto di passaggio che preparasse chi arrivava a inserirsi nella società: uncentro culturale aperto a tutti, anche ai nostri amici italiani. Il problema è che dentro abbiamo trovato l’associazione Arci Confraternita. Il Comune ci aveva fatto credere che quel posto lo avremo gestito noi e che a loro sarebbe toccata la parte legale. Ma sono loro che anche oggi comandano, in maniera completamente diversa da come vorremo noi. Tengono il centro sempre chiuso all’esterno e dicono di no a tutte le nostre iniziative. Per esempio abbiamo contattato dei medici volontari per fare delle visite, solo che non ci concedono le stanze e gli spazi per fare quest’attività.

Un’altra cosa chenon abbiamo capito è come funziona la convenzione tra Arci Confraternita (che prende dei soldi per la gestione del posto) e il Comune di Roma: abbiamo chiesto le documentazioni ma non ce le hanno mai volute far vedere. All’interno del centro d’accoglienza ci sono zero servizi: non ci passano i pasti, non ci rimborsano i biglietti degli autobus che usiamo per andare a scuola, servizi che tutti i luoghi del genere a Roma offrono gratuitamente. Noi paghiamo tutto. Al massimo ci danno posate, piatti, bicchieri e sapone.

Non c’è nessuna attività sociale, quel centro d’accoglienza è un luogo morto. Ma se dev’essere un luogo di passaggio, il centro dovrebbe essere aperto e non chiuso, come pensano di fare quelli di Arci Confraternita.

Mi potresti parlare un po’ del tuo percorso personale a Roma?

Io non sono mai stato nel centro di Scorticabove. Ho avuto una bancarella, poi mi hanno preso a lavorare all’Ikea di Porta di Roma. Ho abitato per un po’ di tempo a Orte, ma oltre al tempo di lavoro, perdevo ogni giorno quattro o cinque ore per spostarmi. Tornavo a casa a mezzanotte ed ero distrutto. Abitare a Roma è impossibile per un rifugiato, gli affitti sono troppo cari. Nel frattempo ho fondato con i miei amici due associazioni: Arci Darfur e Darfur. Con la prima facciamo il lavoro sociale, con la seconda quello politico. già da quando siamo arrivati abbiamo mandato dei giornalisti in Darfur per documentare la situazione e per farla conoscere a tutti.

Adesso, grazie agli amici delBlocco Precario Metropolitano, vivo a Metropoliz. Una volta era una fabbrica, ora ci abitano molte persone diverse: rom, sudamericani, marocchini, eritrei, sudanesi, ma anche famiglie romane. lì a ognuno viene data una stanza grande che può arredare come vuole.

Fate anche delle iniziative a Metropoliz?

Certo, adesso stiamo facendo Mediterraneo Antirazzista (si è concluso il 3 giugno, ndr), dove ci sono varie attività . Noi sudanesi proponiamo una mostra fotografica sul Darfur, organizziamo tornei di calcetto e discussioni sui temi dell’immigrazione. Quelli del BPM fanno tante cose buone. La loro ultima occupazione si trova in un’ex casa di cura per anziani in Via Casal Boccone 201. Avevano venduto quello stabile a un’agenzia immobiliare, cacciando le persone che ci abitavano dentro. lì ora vivono più di 200 famiglie. Questi spazi le istituzioni cercano sempre di darli ai ricchi, nella città purtroppo non ci sarebbe posto per noi, se non fosse per le occupazioni. Spesso i politici parlano del diritto alla casa, ma io lo so, la casa non esiste al momento per noi.

Cosa ti sarebbe successo se ti avessero respinto a Lampedusa, come hanno fatto con quelli che sono arrivati lo scorso anno?

Io sono arrivato circa dieci anni fa e ancora non cacciavano via le persone come hanno fatto l’anno scorso. Il problema è che con il Regolamento di Dublino hanno cominciato a prenderci le impronte digitali all’ingresso e da quel momento non abbiamo più libertà di movimento in Europa. Dobbiamo rimanere nel primo paese in cui sbarchiamo: se andiamo in Francia, in Spagna o in Germania, ci riportano subito in Italia.

Ma per far capire meglio ai nostri lettori, cosa ti potrebbe succedere se per assurdo ti rimandassero in Sudan?

Mi metterebbero in carcere e mi condannerebbero a morte.

Tu vorresti tornare in Sudan?

Un giorno quando la guerra sarà finita sicuramente, ma la situazione purtroppo diventa sempre più difficile. Il governo ha firmato la pace con il Sud Sudan, ma ci sono molte altre guerre nelle zone del paese. Le vittime sono i civili, i governanti dormono sempre sogni tranquilli. Le persone vivono malissimo, noi abbiamo avuto la fortuna di scappare perché in quel momento stavamo proprio al confine. Ma fuggire è molto, molto difficile. Adesso la vita nel Sudan è davvero pericolosa.

Presentato il Rapporto italiani nel mondo 2012, a cura di Fondazione Caritas Migrantes

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Ieri, 30 maggio 2012, la fondazione Migrantes ha presentato a Roma il 7° rapporto sull’immigrazione italiana nel mondo, a cura di 65 autori. L’ultimo volume coincide con la chiusura della ricorrenza del 150° anniversario dell’unità d’Italia, che in più di una occasione ha portato ad un confronto sulle tematiche dei fenomeni migratori e del radicamento degli italiani nei paesi esteri. In questo senso Franco Pittau, presidente della fondazione, per tutta la presentazione del libro ricorda come l’emigrazione italiana nel mondo sia l’altra faccia dell’immigrazione nel nostro Paese: questi due elementi stanno modificando l’Italia. Egli sottolinea come la mobilità sia il fulcro di un mondo ormai globalizzato in cui, però , non si devono perdere di vista le proprie radici e il proprio patrimonio storico-culturale, oltre che linguistico. Vengono quindi annoverate le diverse personalità che in passato e nel presente hanno fatto conoscere il nostro Paese all’estero e, d’altro lato, la condizione degli italiani all’estero, che specie in passato hanno vissuto momenti difficili. In merito viene ricordato il cantautore Gianmaria Testa, il quale pone in evidenza le sofferenze degli emigrati italiani in Francia: essi venivano chiamati “Ritals” in senso dispregiativo. L’antropologo visivo Mario Pesce, docente alla terza Università di Roma, omaggia il cantautore usando le sue canzoni come colonna sonora di un video, strettamente connesso al Rapporto Migrantes 2012, che narra l’emigrazione italiana. Viene anche sottolineato come, a differenza del passato, tra i primi 50 autori più tradotti al mondo non ci sia neanche un italiano.

Tra i diversi oratori intervenuti, il prefetto Pansa, facendo una panoramica dei dati in possesso del Ministero dell’Interno, sottolinea come i giovani italiani spesso partano all’estero per motivi di studio e, dopo la fase di formazione, non siano intenzionati a rientrare nel Paese d’origine. Sono infatti tanti i giovani che si recano in un paese estero nella speranza di migliorare la loro vita lavorativa, che in Italia è nella maggior parte dei casi precaria: essi spesso partono senza avere una buona conoscenza della lingua del posto, ma hanno quasi sempre un curriculum formativo di tutto rispetto. Secondo i dati Eurispes 2012 quasi il 60% degli italiani tra i 18 e i 24 anni è disposto a intraprendere un progetto di vita all’estero. I più sfiduciati rispetto alla permanenza in Italia e alle possibili offerte del mercato del lavoro sono i giovani tra i 25 e i 34 anni, e per lo più donne. Un dato significativo è che la sfiducia aumenta quando il titolo di studio posseduto è più elevato: ciò è indicativo del fatto che in Italia i laureati e le laureate, quando trovano un lavoro, sono spesso sottoinquadrati. Al 1 gennaio 2012 risultano iscritti all’AIRE (l’anagrafe dei residenti all’estero) 4.208.977 cittadini italiani (in cui sono compresi anche coloro che hanno acquisito la cittadinanza in un paese estero): essi costituiscono il 6,9% della popolazione. Sul totale degli iscritti all’AIRE il 47,9% è rappresentato da donne e il 15,8% da minori. Si tenga a mente che nel 1861 gli italiani emigrati all’estero erano 230.000 su 22.182.000 residenti (l’incidenza era dell’1%): sulla base di questi dati, si può tranquillamente affermare che c’è stato un forte incremento migratorio degli italiani. Il prefetto ricorda anche che le migrazioni sono dall’Italia verso i Paesi esteri e dal sud verso il nord del nostro Paese: questo, per il prefetto Pansa, determina un impoverimento intellettuale e giovanile del nostro Paese. E’ in questo senso, aggiunge, che bisogna trovare il modo di far tornare coloro che partono per un Paese estero. Sottolinea, infatti, come rispetto al passato coloro che partono hanno età, titolo di studio ed esperienze di lavoro diverse rispetto al passato: chi parte è per lo più iperformato e qualificato. L’obiettivo del nostro Paese dovrebbe essere quello far tornare i cosiddetti “cervelli”. In merito a ciò, Monsignor Perego, sottolinea come l’emigrazione degli italiani non deve essere conseguenza di un bisogno ma una scelta legata ad un momento di formazione e di confronto, meglio se di passaggio e con la prospettiva di tornare nel paese d’origine.

Delfina Licata mette in evidenza anche le cosiddette “spiagge INPS”: gli anziani, che costruiscono il 19% dei residenti all’estero, scelgono di andare a vivere nei Paesi dove il costo della vita è inferiore e riescono a vivere con la pensione italiana. Ad esempio, alle Barbados, si pagano affitto e bollette con 400 è mensili, cosa impensabile nel nostro Paese.

In contraddizione con questi dati, ci sono quelli dell’ISTAT. Questi ultimi evidenziano come ci sia una generale diminuizione del movimento: generalmente chi decide di cambiare Paese ha in media 32 anni e mezzo ed è maschio. ciò evidenzia, come ha sottolineato la stessa Licata, che i dati siano ancora troppo insufficienti rispetto al fenomeno migratorio italiano: ancora non si indaga abbastanza rispetto alle variabili.

Nel Rapporto Migrantes 2012 si mette in evidenza in più di un capitolo come la situazione degli italiani nel mondo sia problematica: il ridimensionamento della rete consolare, i tagli delle risorse per la promozione della lingua e della cultura italiana, i tagli delle risorse per la produzione italiana e per le attività dei comitati degli italiani all’estero sono elementi su cui riflettere. La spesa per gli italiani all’estero è passata da 58.000.000 di è del 2008 a 16.000.000 nel 2012, con una diminuizione del 72%: questi tagli, si sottolinea, dipendono sia da carenze finanziarie ma anche progettuali. Il Rapporto si chiude, quindi, con il mettere in evidenza la contraddizione tra l’annoverare il patrimonio storico- culturale e linguistico, oltre che del “made in italy“, e – d’altra parte – i continui tagli che non possono dare seguito in maniera concreta a quanto di bello abbiamo da offrire.

Valentina Greco

Le sbarre più alte. rapporto sul Cie di Ponte Galeria, a cura di MEDU

Il 30 marzo 2012 è stato presentato all’Università “La Sapienza” il Rapporto sul centro di identificazione e di espulsione di Ponte Galeria a cura dell’associazione Medici per i diritti umani. Il Rapporto deriva dalla visita effettuata dalla onlus il 22 febbraio 2012 al CIE di Ponte Galeria: la visita rientra nell’ambito del programma “Osservatorio sull’assistenza socio-sanitaria per la popolazione migrante nei CPTA/CIE” avviato dall’associazione nel 2004 e della campagna “LasciateCIEntrare” a cui MEDU ha aderito. Questa è la sesta visita effettuata dagli operatori di MEDU all’interno della struttura di Ponte Galeria. Le precedenti visite risalgono al 2005 (gennaio, luglio, ottobre), 2008 (ottobre) e 2010 (ottobre). Nel corso del 2009 e 2011 MEDU

non ha avuto accesso al centro poichè le richieste di visita non sono state accolte dalla Prefettura.

Il Centro di identificazione ed espulsione, come dice lo stesso nome è un centro volto ad “ospitare” gli immigrati che si trovano in posizione irregolare nel nostro Paese: essi vengono rinchiusi per una sanzione amministrativa, quella di non avere il permesso di soggiorno, paragonabile a una normale contravvenzione che tutti noi possiamo prendere se, per esempio, guidiamo senza cintura. ciò che ci differenzia è la conseguenza, la punizione. Il relatore sottolinea come la detenzione amministrativa sia lo strumento attraverso cui gli Stati talvolta vengono meno al rispetto dei diritti umani. Continua ponendo in evidenza come il CIE sia un “non luogo”, una istituzione totale al pari degli ex manicomi e delle carceri: questi non luoghi sono spesso generatori di violenza verso sè o gli altri, di esclusione sociale e di negazione dei diritti fondamentali dell’uomo. Sotto la copertura del modello securitario, la detenzione amministrativa non è che una detenzione carceraria, rafforzando nell’opinione pubblica la dicotomia migrazione- criminalità.

Dopo una breve panoramica sulla legislazione vigente, si entra nello specifico di Roma: Ponte Galeria è il CIE più grande presente nel territorio italiano. E’ curioso notare che esso, come tutti gli altri CIE, non sia presente nello stradario e negli elenchi telefonici. Strutturalmente, oltre ad essere fatiscente, si presenta esattamente come le carceri: oltre a una massiccia presenza delle forze di pubblica sicurezza ci sono delle sbarre alte 5 metri, e in seguito alle rivolte dello scorso novembre sono stati aggiunti dei pannelli di plexiglass per evitare che i migranti salgano sul tetto. Infatti lo scorso anno, in particolare dopo che i migranti hanno appreso che il trattenimento nei CIE era stato prolungato fino a un massimo di 18 mesi, le tensioni sono salite stimolando delle rivolte: ci sono stati parecchi tentativi di fuga dal centro, anche con esiti positivi. Questa tensione ha generato anche l’aumento di casi di autolesionismo e da ciò è scaturita una circolare della prefettura in cui si imponeva ai migranti di indossare le sole ciabatte. ciò ha avuto come conseguenza la cosiddetta “rivolta delle ciabatte”, che ha costretto la prefettura a tornare sui suoi passi e i migranti ora possono indossare le scarpe, ma senza lacci. Per motivi di sicurezza, infatti, oltre ai pannelli in plexiglass sui tetti e il divieto di mettere i lacci nelle scarpe, i migranti non possono utilizzare il pettine, utilizzare la penna o avere tutti e contemporaneamente libri e giornali: questi si possono solo consultare presso la biblioteca del centro. Le uniche attività ricreative presenti nel centro sono legate allo sport, seppur con accessi contingentati per motivi di sicurezza: sono presenti un campo da calcio e uno di pallavolo nelle due sezioni, maschile e femminile.

Il centro può arrivare ad ospitare un massimo di 364 persone, di cui 176 uomini e 178 donne. c’è anche una piccola sezione, di 6 posti letto, destinata agli ospiti transessuali, che non è mai stata resa funzionante. Al momento della visita la maggioranza degli ospiti uomini proveniva dall’area del Maghreb mentre per le donne la prevalenza è quella nigeriana. Si conferma un dato emerso già negli scorsi rapporti, ovvero che l’80% degli uomini proviene dalle strutture carcerarie e che l’80% delle donne è vittima di tratta.

Come è stato per le carceri in passato, i CIE non rientrano nella territorialità del servizio sanitario nazionale (SSN): l’assistenza è fornita dall’ente gestore, che è in grado di fornire una assistenza solo di 1° livello. Per i casi più gravi i pazienti, sotto scorta, devono recarsi alle ASL o agli ospedali. Circa il 50% degli ospiti assume psicofarmaci, pur in assenza di specialisti psichiatrici per le consulenze: l’ente gestore si limita a fornire le medicine. ciò sottolinea il netto disagio degli ospiti dentro il centro e la condizione di sofferenza che vivono sulla propria pelle. Mette anche in evidenza che il rapporto che c’è è quello di “sorvegliante-sorvegliato” e non “medico- paziente”, come dovrebbe essere. Si mette in evidenza come nel 2009 ci sono stati 4 decessi, di cui almeno uno è stato accertato che si trattava di un suicidio. Era il caso di una donna tunisina che, vivendo in Italia da 19 anni, si era ritrovata all’improvviso senza documenti e il giorno prima del rimpatrio ha deciso di togliersi la vita perché non poteva sopportare di rientrare nel paese da cui era andata via. Un altro caso che mette in evidenza le condizioni di logoramento interiore che vivono colore che sono passati dai CIE è quella di un ragazzo egiziano, detenuto a Ponte Galeria per 6 mesi. Una settimana dopo essere stato rilasciato, si è suicidato. Nel 2011 ci sono stati almeno 11 casi di autolesionismo nel centro, che sono stati puntualmente sottovalutati dal direttore del centro, il quale li fa rientrare nei casi di “simulazione”, cioè solo volti ad attirare l’attenzione ma privi dell’intenzione di procurarsi del male fisico e/o psicologico.

All’interno del centro sono presenti le associazioni “Differenza Donna” e “Be Free“, le quali si occupano essenzialmente delle donne vittime di tratta volta alla prostituzione; altri servizi offerti sono quelli per i richiedenti asilo (“Centro Astalli“), la mediazione culturale erogata dall’ente gestore. A differenza del carcere, è impossibile parlare con persone terze: si possono avere i colloqui solo con i familiari e i legali.

Nel 2010 su 460.000 irregolari presenti nel territorio romano, sono stati espulsi mediante il CIE di Ponte Galeria solo lo 0,6%: ciò testimonia l’inefficacia di tale centro rispetto all’obiettivo che si è dato nella legislazione presente in materia. Negli ultimi anni sono anche ridotti i rimpatri rispetto ai trattenuti nel CIE: nel 2010, sul totale dei trattenuti nel centro, sono stati rimpatriati il 47% degli ospiti; nel 2011 il 39%. ciò dimostra che i CIE sono inefficaci nell’espellere, che dovrebbe essere il loro obiettivo. Quindi la domanda: ” queste strutture sono efficaci? A chi e a cosa servono? Rispettano la dignità e diritti fondamentali dei trattenuti?”. Sicuramente i dati dimostrano che spesso, purtroppo, si fa un uso puramente propagandistico di queste strutture volte a criminalizzare i migranti e che le strutture non assolvono i compiti che la legislazione affida loro, ovvero identificare e rimpatriare i migranti irregolari presenti nel nostro Paese.

Valentina Greco

E’ stato votato l’emendamento a tutela della minoranza linguistico-culturale dei rom e sinti

Il 23 maggio 2012 è stato approvato dalla commissione Esteri di Montecitorio l’emendamento Mecacci – Touadi alla Ratifica della Carta Europea delle lingue regionali o minoritarie volto a riconoscere le minoranze Rom e Sinti. L’emendamento in oggetto è stato votato senza il parere positivo della Lega e si accinge ad essere discusso in Parlamento.

La Carta, entrata in vigore il 1 marzo 1998, si pone come obiettivo fondamentale quello di salvaguardare e promuovere le diversità del patrimonio culturale Europeo e l’Italia ha ratificato la Carta con L. 482/99, in virtù della quale tutela già 12 lingue minoritarie – albanese, catalano, germanico, greco, sloveno, croato, francese, franco-provenzale, friulano, ladino, occitano e sardo – anche mediante l’insegnamento nelle scuole, l’utilizzo nelle circoscrizioni giudiziarie e la diffusione di programmi culturali mediante i principali mezzi di comunicazione. E’ in questa stessa ottica di tutela che si inserisce l’emendamento sulle minoranze Rom e Sinti, e non può che costituire una fonte di arricchimento culturale per il nostro Paese.

Il riconoscimento della minoranza linguistica Rom e Sinti è una richiesta che in questi anni è stata fatta da tutte le associazioni di tutela e dalle associazioni di Rom. Le stesse linee guida del governo in materia di politica di integrazione della Comunità Rom e Sinti indicano questa soluzione. Riteniamo questo passaggio fondamentale per far uscire il popolo Rom dal ghetto di emarginazione e disprezzo nel quale è costretto da secoli. In particolare il riconoscimento della minoranza linguistico-culturale da dignità ad una intera cultura e storia dignitosissima ed affascinante, completamente diversa da come è narrata dalla nostra politica e dalla nostra informazione.

Lettera aperta dell’European Roma Rights Centre e dell’Associazione 21 luglio alle autorità della città di Roma

Nei prossimi giorni il Comune di Roma porterà a termine i lavori per la costruzione del “villaggio attrezzato” per le Comunità rom e sinte situato a Roma nella località periferica denominata La Barbuta. La struttura, collocata tra il Grande Raccordo Anulare, la linea ferroviaria Roma-Cassino e l’aeroporto “G.B. Pastine” di Ciampino, è lontana dal contesto urbano, recintata, videosorvegliata, destinata ad accogliere circa 650 persone rom.

Il “villaggio attrezzato” La Barbuta è il primo “campo nomadi” di tale grandezza costruito ex novo a Roma negli ultimi 7 anni. Alcune organizzazioni internazionali, tra le quali European Roma Rights Centre (Centro Europeo per i Diritti dei rom), hanno più volte riconosciuto come l’Italia è il solo paese in Europa a promuovere un sistema di ghetti, organizzato e sostenuto pubblicamente, con lo scopo di privare i rom di una piena partecipazione alla vita italiana, o addirittura di avere un contatto e dei rapporti con essa. Questi rom vivono, secondo il gergo italiano, in “campi” o squallidi ghetti, questi “autorizzati” (Il paese dei campi, ERRC, 2000).

Negli ultimi anni tale specificità italiana fondata sul sistema dei ghetti è stata evidenziata da diversi organismi internazionali, a partire dal 2000, quando il Comitato per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale delle Nazioni Unite nella General Recommendations n. 27 sulla discriminazione contro i rom, ha raccomandato all’Italia di astenersi dal confinare i rom in campi fuori dalle aree residenziali, isolati e senza accesso all’assistenza sanitaria e ad altri servizi base (raccomandazione reiterata nel 2008 nelle Osservazioni conclusive sull’Italia). Recentemente il Comitato Europeo dei Diritti Sociali (Centre on Housing Rights and Evictions c. Italy, Rec. 58/2009) ha condannato la politica abitativa dell’Italia relativa alle Comunità rom, in particolare perché basata sui “campi rom”, che si ritiene non garantiscano le condizioni minime essenziali per una vita dignitosa. Lo stesso Comitato ha dichiarato lo Stato Italiano colpevole della condizione di segregazione vissuta nei “campi nomadi”.

L’anno dopo, nel 2011, la Commissione Straordinaria per la Tutela e la Promozione dei Diritti Umani del Senato ha affermato nel Rapporto conclusivo dell’indagine sulla condizione di Rom, Sinti e Camminanti in Italia: L’esperienza del Piano Nomadi di Roma mette in luce tutta una serie di criticità che suggeriscono come, per risolvere la questione rom in modo efficace sia sotto il profilo della sicurezza sia dell’integrazione, sia utile provare ad esplorare nuove strade e nuove soluzioni che vadano al di lì della cosiddetta campizzazione suggerendo di seguire l’esempio di altre città italiane che hanno scelto di chiudere i campi rom.

Nel febbraio 2012 il governo Monti ha sottolineato, all’interno della Strategia Nazionale d’inclusione dei rom, dei sinti e dei camminanti, inviata alla Commissione Europea la necessità di superamento del modello dei campi per combattere l’isolamento e favorire percorsi di interrelazione sociale. La politica amministrativa dei “campi nomadi”– sostiene la Strategia –ha alimentato negli anni il disagio abitativo fino a divenire da conseguenza, essa stessa presupposto e causa della marginalità spaziale e dell’esclusione sociale per coloro che subivano e subiscono una simile modalità abitativa.

A fronte di una civiltà giuridica che si è sviluppata nelle norme e nelle sensibilità italiane e europee, il prefetto-commissario di Roma, Giuseppe Pecoraro, ha deciso, nel settembre 2011, di iniziare la costruzione di un nuovo villaggio attrezzato per le Comunità rom in località La Barbuta. La realizzazione dell’insediamento verrà portata a termine dal Comune di Roma nei prossimi giorni prima di procedere all’assegnazione dei moduli abitativi alle famiglie rom e sinte che qui verranno trasferite.

Spetterà al Comune di Roma dimostrare ai cittadini romani che i 10 milioni di euro già spesi per la costruzione del nuovo villaggio attrezzato, più quelli che dovrà erogare a tempo indeterminato per adempiere ai compiti di gestione e vigilanza (circa 3 milioni di euro l’anno), sono da considerarsi un investimento proporzionale ad accogliere i 650 rom in una condizione di esclusione sociale e segregazione piuttosto che disporre altre soluzioni più economiche e valide per cittadini italiani e stranieri, rom e non rom. In vari ambiti, accademici e politici, nazionali ed europei, è ormai consolidata la convinzione che ogni amministrazione locale dovrebbe rispondere alle esigenze abitative di questa parte della Comunità rom, quella presente negli insediamenti formali e informali, con le stesse misure di politica dell’alloggio poste in essere per qualunque altro cittadino italiano, comunitario ed extracomunitario presente sul territorio. D’altra parte a nessuno potrebbe apparire adeguata una soluzione abitativa escludente e segregativa, concepita, per esempio, per soli cittadini asiatici, africani o magari ebrei.

Secondo European Roma Rights Centre e Associazione 21 luglio il Comune di Roma nel voler portare a termine la costruzione del nuovo “campo nomadi”, sta reiterando il già citato sistema dei ghetti, optando così per una scelta antistorica, antieconomica e discriminatoria che pone la città di Roma al di fuori di una politica in linea con le strategie, le raccomandazioni e le norme europee e internazionali. European Roma Rights Centre e Associazione 21 luglio invitano pertanto l’amministrazione romana a fare un passo indietro, sospendendo i lavori e l’assegnazione delle unità abitative del nuovo “campo nomadi” e istituendo un tavolo tecnico il cui obiettivo potrà essere quello di individuare le misure più idonee per una “riconversione di uso” dell’area de La Barbuta.

www.21luglio.com

LE SBARRE più ALTE

Rapporto di Medici per i Diritti Umani sul centro d’identificazione ed espulsione di Ponte Galeria.

mercoledì 30 maggio, ore 15

Aula I della ex-Facoltà di Lettere
Sapienza Università di Roma
Piazzale Aldo Moro, 1

I centri di identificazione ed espulsione garantiscono il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali dei migranti trattenuti? A quattordici anni dall’istituzione dei CPTA/CIE, quali sono la rilevanza e l’efficacia dell’istituto della detenzione amministrativa nel contrasto dell’immigrazione irregolare? Un’analisi articolata del centro di Ponte Galeria non può prescindere da una valutazione complessiva del sistema dei centri di identificazione ed espulsione in Italia. Le conclusioni di questa indagine confermano quanto rilevato dai tre precedenti rapporti di Medici per i Diritti Umani (MEDU): il CIE di Ponte Galeria si dimostra una struttura inefficace per i suoi scopi dichiarati (secondo i dati forniti dalla Prefettura, nel 2011 su 2.049 transitati nel centro solo il 39% è stato effettivamente rimpatriato, mentre sono stati ben 265 gli stranieri che sono riusciti ad allontanarsi dal CIE), costosa e congenitamente incapace di garantire il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali della persona. Le stesse considerazioni possono essere estese al sistema dei CIE in generale come indicano in maniera sufficientemente oggettiva, sistematica e coerente le indagini più significative realizzate da attori indipendenti e istituzionali nel corso degli anni e come sostanzialmente confermano i primi dati del 2011 sul rendimento dei CIE a livello nazionale e le visite recentemente effettuate da MEDU in altre strutture (Bologna e Torino). Un sistema, quello dei centri di identificazione ed espulsione, che in base ai dati oggettivi (nel 2010 gli stranieri effettivamente rimpatriati attraverso i CIE sono stati appena lo 0,7% del totale dei migranti in condizione di irregolarità che si stima siano presenti nel nostro Paese) si dimostra di scarsa rilevanza nel contrasto dell’immigrazione irregolare.

Il diritto alla salute per i trattenuti appare ancora meno garantito che in passato in ragione del fatto che l’ente gestore del CIE romano è in grado di assicurare solo un’assistenza sanitaria di primo livello, che il personale sanitario della ASL non ha accesso al centro e che il periodo massimo di trattenimento è stato prolungato a 18 mesi. Il caso clinico riportato in questo rapporto dimostra poi come i gravi ritardi nel percorso diagnostico-terapeutico accumulati nel circuito carcere-CIE possano comportare delle serie conseguenze sugli esiti e sulla prognosi di una malattia progressiva come, ad esempio, una neoplasia maligna. Le numerose testimonianze e i dati raccolti delineano in modo ancor più evidente che in passato i tratti oppressivi di un nuovo tipo d’istituzione totale chiusa al mondo esterno, luogo generatore di violenza e di esclusione. In questo senso, il prolungamento a 18 mesi del trattenimento sembra aver contribuito unicamente ad esacerbare gli elementi di violenza e disumanizzazione di queste strutture. Un sistema che dunque sembra essere deputato non tanto ad identificare ed espellere quanto piuttosto a sorvegliare e punire.

MEDU ritiene che le criticità ripetutamente rilevate nel corso degli anni sulla natura e il funzionamento dei CPTA/CIE abbiano una tale rilevanza e pervasività da rendere indispensabili e urgenti sia l’abbandono dell’attuale sistema di detenzione amministrativa, sia l’adozione contestuale di strategie di gestione dell’immigrazione irregolare più razionali, articolate e rispettose dei diritti fondamentali della persona.

Per informazioni:

www.mediciperidirittiumani.org

STAFFETTA MAPPAMONDO 2012

Sabato 26 Maggio

presso l’impianto del CUS Roma (via di Tor di Quinto, 64) si terrà il consueto appuntamento con la Staffetta Mappamondo a cura della Corsa di Miguel.

Per un giorno la corsa diventerà soprattutto occasione di confronto con altre culture, di conoscenza reciproca con le più grandi Comunità straniere della città di Roma, che animeranno lo splendido impianto del CUS e che saranno il vero perno di questa manifestazione.

La grande novità per l’edizione 2012 sarà la Pedalata Mappamondo, un’iniziativa che permetterà agli appassionati di ciclismo, ma anche ai semplici amanti delle passeggiate in bicicletta, di unirsi alla festa della Staffetta Mappamondo. Il ritrovo per tutti sarà alle ore 16 di sabato 26 maggio presso la pista del ghiaccio dell’Axel, in Piazza Mancini.

La conferenza stampa di presentazione della “Staffetta Mappamondo” è in programma martedì 22 maggio alle ore 11 presso l’aula magna del Liceo Plinio Seniore (via Montebello 122)

Interverranno tra gli altri:

Patrizia Prestipino, assessore allo sport della Provincia di Roma

Antonio Mancuso, coordinatore di educazione fisica dell’Ufficio Scolastico Regionale e Provinciale

Giorgio Lo Giudice, presidente del Club Atletico Centrale

Gianluca Di Girolami, commissario dell’Uisp Roma

Nicola Visconti, presidente di Sport Against Violence

Antonio De Carvalho, presidente dell’associazione Acorp per l’assistenza dei bambini di strada in Brasile.

Valerio Piccioni, giornalista de La Gazzetta dello Sport e organizzatore de La Corsa di Miguel.

Un rappresentante del Golden Gala di atletica leggera

BOATS 4 PEOPLE

Il progetto nasce al Meeting Internazionale Antirazzista (MIA) del 2011, in occasione della sessione dedicata alle migrazioni dell’incontro “Il Vento del Cambiamento”, cui hanno partecipato centinaia di rappresentanti della società civile delle due sponde del Mediterraneo.

Punto di partenza della discussione che ha dato avvio a B4P il bisogno di “passare all’azione” per fermare la vera e propria ecatombe in corso nel canale di Sicilia e di “riappropriarsi” del Mediterraneo per (ri)farne uno spazio di solidarietà e libertà di movimento.

B4P è un’iniziativa di lungo periodo che si propone di:

– Costruire una rete di organizzazioni e militanti di entrambe le sponde del Mediterraneo e non solo che promuovano iniziative di denuncia volte a cambiare radicalmente le politiche adottate fino ad oggi dagli Stati in violazione dei diritti dei migranti in mare affinchè il Mediterraneo diventi uno spazio di solidarietà e cessi di essere un cimitero di migranti.

– Costruire un sistema di allerta con il coinvolgimento dei marinai per monitorare quanto accade nel mediterraneo affinchè vengano rispettati i diritti dei migranti in mare.

– Intervenire, ricorrendo agli strumenti giuridici del diritto nazionale e internazionale, per richiamare alle proprie responsabilità tutte le istituzioni degli Stati, della NATO e dei programmi dell’UE (Frontex e altri) affinché vengano rispettate le norme del diritto interno e internazionale relative alle libertà personali e al diritto d’asilo

– Organizzare missioni in mare per monitorare, prevenire e denunciare le violazioni dei diritti umani dei migranti.

Oggi, a fronte di 1.500 morti in mare accertate nel 2011 e 81 in questi primi mesi del 2012, ma anche di numerose testimonianze su omissioni di soccorso da parte degli eserciti coinvolti nell’operazione NATO in Libia, della condanna dell’Italia da parte della Corte europea di Strasburgo, che ha emesso all’unanimità una sentenza contro i respingimenti verso la Libia, il senso e l’urgenza di un progetto come B4P sono ancora più evidenti.

B4P riunisce oggi reti internazionali ed associazioni italiane, francesi, tedesche, olandesi, maliane, marocchine e tunisine ed ha già avviato le attività di tipo giuridico supportando i 9 coraggiosi sopravvissuti – gli unici dei 72 migranti lasciati alla deriva per settimane nel marzo scorso nelle stesse acque libiche – in un ricorso contro ignoti per omissione di soccorso depositato a Parigi l’11 aprile scorso (c.d. “caso Guardian”).

A luglio le azioni in mare saranno lanciate con una traversata dall’Italia alla Libia a bordo della Goletta Oloferne, messa a disposizione dall’associazione La Nave di Carta, il cui equipaggio sarà composto da rappresentanti della società civile, parlamentari nazionali ed europei, giornalisti, fotografi, video-makers ecc.

Le tappe previste sono: Cecina/Rosignano (1-2 luglio); Palermo/Trapani (5-7 luglio); Monastir (11/12-16 luglio); Lampedusa (18-20 luglio).

PROROGA PERMESSO PER MOTIVI UMANITARI PER I MIGRANTI PROVENIENTI DAL NORDAFRICA

Il decreto, firmato dal Presidente del Consiglio Mario Monti lo scorso 15 maggio e pubblicato sulla G.U. n.117 del 21 maggio 2012, proroga di altri 6 mesi i permessi di soggiorno per motivi umanitari dei nordafricani, per lo più tunisini, giunti nel nostro Paese in seguito alle rivoluzioni arabe. Il decreto è un “bis” rispetto a quello dello scorso ottobre, che si pensava potesse essere l’ultimo. Invece, proprio nelle premesse del decreto, si legge che lo stesso è stato varato al fine di mantenere buoni rapporti con le autorità tunisine in virtù del “proficuo rapporto di collaborazione“. La proroga è quindi volta a “rafforzare il processo di graduale inserimento” dei migranti nel nostro Paese.

La valenza di questo decreto è molto importante, non solo per la relazione tra i due Paesi, ma anche perché in mancanza della proroga i migranti nordafricani si sarebbero trovati in posizione irregolare, con tutto ciò che ne consegue. Il decreto è utile ma non esaustivo alle richieste dei nordafricani: una su tutte quella delle famiglie dei tunisini dispersi nel Mediterraneo. In seguito agli sbarchi dello scorso anno non si ha traccia di centinaia di ragazzi partiti dalle coste tunisine. Una rappresentanza delle famiglie si trova nel nostro Paese da qualche mese per far sentire la loro voce: si fatica, infatti, a reperire le impronte digitali sia attraverso le autorità italiane che tunisine, benchè in taluni casi ci siano delle prove relative all’arrivo dei migranti in Italia. In merito è stata presentata a Roma una denuncia dalle famiglie, insieme ad Arci ed ASGI, volta a far emergere la verità sui fatti.

Claudio Graziano

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Apettando i Mondiali antirazzisti

Sabato 19 Maggio 2012, ore 17,00

Tutti a fare il tifo per la squadra dei Liberi Nantes sugli spalti del campo del Dopolavoro
Ferroviario in via di Villa Spada 64 e poi tutti al campo del XXV Aprile

*Liberi Nantes* è la prima squadra intereamente composta da rifugiati e

richedenti asilo che milita in un campionato di terza categoria… ma per
le regole discriminatorie della Federazione è fuori classifica.

Ma in 4 anni non si è mai arresa, ogni sabato è scesa sui campi di Roma
e provincia per raccontarsi e raccontare delle storie di calcio, di
vita, di spazi di libertà conquistati attraverso lo sport.

Nell’ultimo anno di attività la squadra composta da 20 ragazzi
provenienti da Togo, Senegal, Iran, Afghanistan, Rep. Centro Africana,
Mali, Romania hanno accumulato 33 punti “virtuali” e il 19 maggio li
aspetta l’ultima partita di campionato a Roma contro la Pro Sette.

In più durante tutto l’anno sul campo del XXV Aprile di Pietralata, la
casa dell’associazione si sono alternati negli allenamenti dell’Open
team 120 ragazzi di vari centri di accoglienza.

Il 19 maggio quindi ci sarà una grande festa finale in cui si comincerà
ad aspettare la prossima fatica della squadra: i Mondiali Antirazzisti.

Alle 17,00 tutti a fare il tifo sugli spalti del campo del Dopolavoro
Ferroviario in via di Villa Spada 64 e poi tutti al campo del XXV Aprile
per una festa finale con cena a sottoscrizione per finanziare il viaggio

della squadra a Bosco Albergati dove dal 4 al 6 luglio si svolgeranno i
Mondiali antirazzisti.

per informazioni

www.uisp.it

LAVORO SPORCO. Il Comune di Roma, i rom e le “borse lavoro”

Roma, 16 maggio 2012 ore 17,00

Presentazione del Report

presso la sala FP CGIL a Roma, in via di san Basilio, 51 (metro A, Barberini)

L’Associazione 21 luglio presenta il report LAVORO SPORCO, con l’obiettivo di valutare i risultati delle politiche di inclusione lavorativa realizzate, tra il 2010 e il 2011, dal Comune di Roma e rivolte alle Comunità rom presenti in alcuni insediamenti della capitale. La ricerca, realizzati da Angela Tullio Cataldo con la collaborazione di Carlo Stasolla e Andrea Anzaldi, tenta di comprendere i costi dei progetti, il loro reale andamento, di mostrare le conseguenze degli stessi e la loro incisività sulla vita delle persone che ne hanno usufruito.

Il 4 ottobre 2011, in occasione del Forum sull’inclusione delle Comunità rom in Europa, la vice sindaco Sveva Belviso ha riconosciuto pubblicamente al Comune di Roma il merito di aver aperto un’agenzia di collocamento, la RETIS, per persone fragili tra cui rientrano le persone con difficoltà di inclusione: grazie a questa rete – ha concluso la vice sindaco -ci sono 150nomadi che lavorano. Tra il 2010 e il 2011 il Comune di Roma ha speso una cifra stimata di 1.600.000 euro per finanziare tre progetti di inclusione socio-lavorativa rivolti ai rom residenti nella capitale: il progetto RETIS, il progetto Form on the Job e il progetto di pulizia all’interno dei campi stessi. I tre percorsi hanno in realtà coinvolto inizialmente solo 125 rom e hanno avuto origine, sviluppi ed esiti diversi.

Per informazioni e prenotazioni:

segreteria@21luglio.com

Io non posso votare’. In Italia il suffragio è davvero universale? No, il 5,3% della popolazione non può votare.

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Il 6 e 7 maggio si vota in oltre mille comuni italiani. In totale, comprendendo i comuni delle regioni a statuto speciale, saranno chiamati al voto più di 9 milioni di elettori.

Considerando solo i comuni maggiori, una percentuale in taluni casi superiore al 10% di potenziali elettori (per esempio a Como, Parma, Verona e Piacenza, dove si arriva addirittura al 14,4%) è esclusa dal voto perché non in possesso della cittadinanza italiana.

In totale, ad oggi, ben il 5,3% della popolazione residente non può votare. Per rendere visibile questa situazione, la Campagna l’Italia sono anch’io distribuirò, nei comuni interessati dalla consultazione, un adesivo (immagini in allegato) con la frase Io non posso votare’.

Tunisini scomparsi: depositato un esposto alla Procura della Repubblica di Roma

Sono le mamme e i familiari di circa 270 tunisini che, dopo la rivoluzione, sono partiti per raggiungere l’Europa. Da più di un anno non ne hanno notizie.

Sostenuti da un collettivo di donne – Le venticinque undici – che ha promosso la campagna Da una sponda all’altra: vite che contano’ e diffuso un appello nei due paesi, una loro delegazione è da qualche mese in Italia per cercare i propri cari.

Hanno organizzato manifestazioni e sit-in, sia qui che in Tunisia, hanno raccolto il sostegno di altre organizzazioni, tra cui quello dell’Arci e dell’Asgi.

Hanno incontrato ministri e funzionari, una di loro è riuscita a parlare anche col Presidente Napolitano in visita al Centro Islamico lo scorso lunedì.

Hanno ottenuto che le impronte degli scomparsi fossero fornite per un riscontro dal governo tunisino a quello italiano. Sull’esito di questo confronto le autorità dei due paesi, incomprensibilmente, non si sono ancora espresse, anche se circolano voci contradditorie a riguardo.

Intanto, i familiari si chiedono se il risconto sia stato effettuato sulle impronte di tutti e con la necessaria attenzione. perché non vogliono rassegnarsi all’idea che i loro cari siano scomparsi nel nulla. Hanno mai raggiunto l’Italia? Sono stati respinti in mare secondo una prassi seguita illegalmente dalle autorità italiane ancora nel 2011? Chiedono risposte.

Adesso, dopo tanti tentativi andati a vuoto, hanno deciso di affidarsi alla magistratura.

Alcuni familiari di ragazzi imbarcatisi, in giorni e su barche diverse, nel marzo e all’inizio di maggio del 2011 hanno infatti dato incarico a due avvocati italiani – Simona Sinopoli e Fabio Baglioni – di presentare una denuncia contro ignoti per la loro scomparsa alla Procura della Repubblica di Roma nella speranza che questo serva a mettere in moto indagini più scrupolose. L’esposto è stato sottoscritto anche dal presidente dell’Arci Paolo Beni e dal Presidente dell’Asgi Lorenzo Trucco. Basterebbe verificare che un solo ragazzo per barca è arrivato in Italia per trarne l’ovvia conclusione che tutti coloro che occupavano quella imbarcazione hanno raggiunto le nostre coste.

Intanto la mobilitazione delle famiglie continua, con un forte appello anche ai media perché li supportino nella ricerca attraverso la pubblicazione dei nomi e delle immagini degli scomparsi.

Open Access Now: dopo i Cie di Bologna e Trapani Milo, l’Arci visita il valico di frontiera dell’aeroporto di Fiumicino

All’interno della Campagna europea Open Access Now – Aprite le porte. Lasciateci entrare!’, anche in Italia prosegue la mobilitazione per la libertà di informazione in tutti i luoghi in cui i migranti vengono detenuti o trattenuti, anche per brevi periodi.

Questa mattina, il responsabile immigrazione di Arci Lazio, Claudio Graziano, la cui richiesta non aveva ricevuto risposta, grazie alla presenza del senatore Marco Perduca del Partito Radicale, ha potuto visitare il valico di frontiera dell’aeroporto di Fiumicino.

Lo scopo era verificare se anche quella zona viene utilizzata come luogo di trattenimento, per quanto temporaneo, e se il diritto alla libertà personale e alla difesa, nel caso di limitazione della libertà, siano rispettati, come pure la possibilità di accedere alle procedure per l’asilo nel caso ne sia fatta richiesta.

Le stesse autorità aeroportuali hanno ammesso che, nei periodi in cui gli arrivi di stranieri non comunitari sono particolarmente numerosi, quella zona, che dovrebbe essere di transito, diventa di permanenza.

I migranti costretti a passarvi la notte devono arrangiarsi sui sedili d’attesa o per terra, i pasti vengono forniti solo ai richiedenti asilo, mentre agli altri vengono forniti buoni pasti da utilizzare nell’area. Per le donne e i bambini è invece prevista la permanenza in una piccolissima stanzetta, spoglia e priva di finestre.

Quel che emerge è insomma l’assoluta inadeguatezza a garantire un’accoglienza dignitosa a chi viene trattenuto in un luogo che peraltro non è previsto che debba assolvere a questa funzione.

Dai dati forniti, emerge invece che l’anno scorso e nei primi mesi di quest’anno vi sono transitati per periodi più o meno lunghi un numero consistente di stranieri.

Nel 2011, 934 richiedenti asilo e ben 3094 rimandati in Italia da altri paesi in base alla Convenzione di Dublino. Al 25 aprile del 2012, i numeri sono rispettivamente 273 e 879, mentre i respinti in questi primi 4 mesi dell’anno sono già stati 627, per la maggior parte albanesi.

Questa situazione conferma che, oltre che ai Cie, grande attenzione da parte di chi vigila sui rispetto dei diritti dei migranti, va posta anche a tutti i valichi di frontiera, che in molti casi rischiano di trasformarsi in altrettanti luoghi di trattenimento senza che la legge lo preveda. Per questo è necessario che anche in questi spazi sia consentito l’accesso a giornalisti e organizzazioni indipendenti.

Dopo questo primo giro di visite, ci pare urgente l’istituzione di una commissione nazionale permanente, con possibilità di accesso in tutti i luoghi di trattenimento e detenzione, per vigilare sul rispetto dei diritti delle persone private della libertà di movimento.

18 dicembre 2011: Giornata di azione globale contro il razzismo e per i diritti dei migranti, rifugiati e sfollati

In diverse occasioni, durante le riunioni nei vari Forum Mondiale e in altri eventi internazionali, il movimento dei migranti ha potuto costatare il bisogno di realizzare una azione comune a livello mondiale, perché mondiale è il nemico con il quale ci scontriamo quotidianamente.

Dal Forum Sociale Mondiale delle Migrazioni di Quito dell’ottobre 2010 e dal Forum Sociale Mondiale svoltosi a Dakar nel febbraio scorso ci arriva la proposta per la realizzazione di una giornata di azione globale per i diritti dei migranti, rifugiati ed sfollati, il 18 dicembre 2011, giorno in cui le Nazioni Unite adottarono la Convenzione per i diritti dei lavoratori Migranti e le loro famiglie.

Si tratta di riappropriarsi di questa data e di riempirla di significato: quello delle migliaia di lotte che quotidianamente il movimento dei migranti, rifugiati ed sfollati realizza nel mondo.

In Italia vogliamo raccogliere e rilanciare la proposta affinchè sia concretizzata e riempita di contenuti e pratiche anche in questo paese; e vi proponiamo di farlo anche voi, diventando protagonisti dell’ideazione, della promozione e della realizzazione della giornata.

Sappiamo che è una proposta ambiziosa, ma crediamo sia anche necessaria e possa rappresentare un’opportunità e una responsabilità.

Un’ opportunità: perché la data del 18 dicembre 2011 può rappresentare un appuntamento unificante delle varie reti e movimenti dei migranti e degli antirazzisti che in ogni angolo del pianeta si battono per il diritto umano, sociale e politico di ogni cittadino del pianeta di decidere in piena libertà dove costruire il proprio futuro. Un’opportunità per diffondere in Italia la Carta Mondiale dei diritti dei Migranti, firmata a Gore il 4 febbraio 2011.

Una responsabilità: perché aderire a questa giornata e farla vivere in Italia significa rilanciare e proseguire l’impegno di mobilitazione che in questi anni ha avuto espressioni particolarmente significative in questo paese: dalle esperienze di lotta e di solidarietà che si sono moltiplicate per il diritto al permesso di soggiorno e per l’affermazione di diritti uguali per tutti fino alla preparazione della prossimo Primo Marzo 2012 – “Un giornata senza di noi”.

In ultimo, ma non per importanza, fare la nostra parte per la realizzazione della Giornata d’Azione Globale del 18 dicembre è un modo per contribuire, apportando le nostre esperienze ed energie, alla tessitura di una rete che si sta infittendo nel mondo: coi fili che collegano associazioni e movimenti di diverse nazioni e lungo le traiettorie che percorrono le popolazioni migranti: non più sentieri interrotti di disperazione, ma cammini di speranza, di progresso condiviso, di incontro e di pace.

Campagna di cittadinanza “L’Italia sono anch’io”: il 1 ottobre raccolta firme in tutta Italia

Sono stati centinaia i cittadini che giovedì 22 settembre, in poche ore, al gazebo allestito in Piazza del Pantheon a Roma hanno sottoscritto le due proposte di legge di iniziativa popolare promosse dalla campagna “L’Italia sono anch’io”.

Pierluigi Bersani, Fausto Bertinotti, Luigi Bobba, Ascanio Celestini, Graziano Delrio, Roberto Di Giovanpaolo, Paolo Ferrero, Mimmo Lucè, Pancho Pardi, Gianni Rivera, Andrea Sarubbi, Jean Leonard Touadi, Livia Turco, Nichi Vendola sono solo alcuni dei nomi del mondo della politica e della cultura che hanno deciso di firmare per modificare l’attuale normativa sulla cittadinanza e introdurre il diritto di voto alle amministrative per le persone di origine straniera.

La raccolta proseguirà nei prossimi giorni con tanti appuntamenti locali e nazionali: l’obiettivo è raggiungere nei prossimi sei mesi le 50.000 firme necessarie per ciascuna delle due proposte di legge.

Banchetti saranno allestiti il 25 settembre, in occasione della Marcia della Pace, ai punti di partenza dei pullman che raggiungeranno Perugia, mentre lungo il percorso del corteo verranno allestiti dei punti informativi.

Sabato 1 ottobre i promotori hanno previsto una giornata nazionale di raccolta firme. Banchetti verranno allestiti in decine di città. L’elenco degli appuntamenti sarà pubblicato sul sito www.litaliasonoanchio.it.

Ricordiamo che la campagna L’Italia sono anch’io è promossa da 19 organizzazioni della società civile (Acli, Arci, Asgi-Associazione studi giuridici sull’immigrazione, Caritas Italiana, Centro Astalli, Cgil, Cnca-Coordinamento nazionale delle Comunità d’accoglienza, Comitato 1° Marzo, Coordinamento nazionale degli enti locali per la pace e i diritti umani, Emmaus Italia, Fcei – Federazione Chiese Evangeliche In Italia, Fondazione Migrantes, Libera, Lunaria, Il Razzismo Brutta Storia, Rete G2 – Seconde Generazioni, Sei Ugl, Tavola della Pace, Terra del Fuoco) e dall’editore Carlo Feltrinelli. Presidente del Comitato promotore è il Sindaco di Reggio Emilia, Graziano Delrio.

Speciale decreto flussi 2010/2011

Domande al via dal 31 gennaio 2011.

I moduli per la compilazione disponibili dal 17 gennaio

Le informazioni, i consigli utili, i commenti, gli aggiornamenti, i documenti, le guide, le segnalazioni

In questi giorni che ci separano dal click day del 31 gennaio 2011 il Progetto Melting Pot Europa manterrà sempre aperta una finestra speciale ricca di informazioni, aggiornamenti, consigli utili e documenti sul decreto flussi per l’anno 2010 operativo nelle prossime settimane.

Inviate le vostre segnalazioni ed i vostri commenti all’indirizzo email

redazione@meltingpot.org

Attenzione!!! Le informazioni ed i consigli utili contenute di seguito sono fornite in attesa dell’emanazione di apposite circolari ministeriali che specificheranno in maniera più dettagliata le prcedure

Il presente articolo è in continuo aggiornamento.
Se copi sul tuo sito questa scheda, o la stampi, aggiornala continuamente con le novità e le precisazioni inserite quotidianamente.

http://www.meltingpot.org/articolo16151.html

Clandestino Day

Questa mattina il comitato romano del Clandestino Day ha bloccatto l’accesso al cosidetto Centro di accoglienza di via Salaria 971 del Comune di Roma, un’iniziativa dedicata “Alla ricerca dei bimbi perduti”. Quei bambini spostati senza criterio da una baracca ad una struttura alloggiativa ugualmente precaria, abbandonando tutto quello che avevano costruito nel passato: i minori smettono di andare a scuola, i genitori perdono il lavoro, le relazioni, l’aiuto spontaneo di tanti romani. Era presente anche Simonetta Salacone, già preside dell’istituto scolastico Iqbal Masil, che da anni impegnata nella scolarizzazione dei minori Rom, e Luca Mascini, cantante del gruppo Assalti frontali.

Un centinaio di aderenti a diverse associazioni romane, insieme alle famiglie Rom ed ai migranti, hanno così voluto denunciare il Piano Nomadi del Sindaco Alemanno, basato sullo sgombero senza prospettive di quanti, poveri ed emarginati, tentato di sopravvivere ai margini della capitale d’Italia. La soluzioni dei problemi di Roma non passa per l’allontanamento forzato dei Rom, per l’esodo dei poveri italiani o stranieri, proponendo stupidamente la chimera
di una sicurezza basata solamente sull’uso della forza sui deboli.

Roma città ancora aperta sostiene le inziative come quella di Metropoliz, occupazione di italiani, migranti e Rom di una delle tante aree abbandonate della capitale, che attraverso l’autorecupero danno una risposta dignitosa al
problema dell’abitare. Solamente atrraverso la solidarietà possiamo costruire la vera sicurezza, basata sulla convivenza pacifica.

Ribadiamo il nostro NO alle politiche discriminatorie e razziste del Comune di Roma, siamo contrari ad un Piano Nomadi senza proposte serie e concrete, che non risolve il problema emergenziale della casa. La soluzione non può essere
costruire nuovi campi con nuovi container, nè l’allontanamento militare di donne e bambini, con uno spreco enorme dei fondi pubblici. Chiediamo non di spostare le persone da un punto all’altro della città, ma .un confronto che
affronti seriamente i problemi esistenti.

ARCI N. A. DI ROMA – POPICA ONLUS

Clandestino Day contro il piano nomadi

ALLA RICERCA DEI BIMBI PERDUTI

Oggi, 24 settembre 2010, in tutta Italia si tiene il Clandestino Day, una giornata in cui ognuno di noi si dichiara clandestino.

Noi, scuole, associazioni e movimenti, abbiamo deciso di scegliere questo luogo come simbolo delle politiche escludenti del Comune di Roma e del Governo Italiano.

Il centro d'”accoglienza” comunale di via Salaria 971 è un centro di emarginazione dove oggi circa 300 rom romeni vivono ammassati in condizioni inaccettabili, contrarie anche alla Leg. Reg. N.41/2003 che dovrebbe regolamentare strutture come questa destinate a servizi socio-assistenziali.

La denuncia fatta in questi giorni dall’Associazione 21 luglio mette in luce le condizioni degradate e degradanti di questo spazio, evidenziando soprattutto l’assoluta carenza di scolarizzazione per i circa 170 minori che risiedono all’interno.

Proprio molti di questi minori, infatti, sgomberati assieme alle loro famiglie nell’ambito delle operazioni del Piano Nomadi di Alemanno, hanno dovuto interrompere drasticamente il percorso scolastico intrapreso nel 2009/2010.

Oggi siamo qui alla ricerca di questi bimbi perduti e delle loro famiglie. Siamo qui per informare la cittadinanza romana che sulla via Salaria esiste un centro di emarginazione illegale, per esprimere il nostro totale rifiuto al Piano Nomadi del Sindaco di Roma, per denunciare le politiche razziste di cui sono vittime i rom in Italia e in Europa.

Siamo qui per dire che la politica dei campi nomadi è una politica fallimentare, esosa e razzista e per affermare che è possibile disegnare dal basso una città davvero meticcia, come sta accadendo a Metropoliz dove italiani, migranti e rom convivono lottando però gli stessi diritti.

No alla finta accoglienza del Comune di Roma, No al Piano Nomadi, Diritto alla casa per tutti

Nomadi, via alla chiusura del campo La Martora.

Per l’assessore Belviso, la popolazione rom è diminuita del 20%. Il prefetto risponde ai cittadini di via della Pisana, che oggi manifestano per dire no all’ipotesi di un nuovo campo nomadi in quell’area: “Non dovrebbero preoccuparsi gli abitanti di quella zona ma i municipi dove i campi non ci sono: lì mi preoccuperei”

“I nuovi campi rom saranno nei municipi dove è possibile attrezzarli, dove non ce ne sono già, dove esistono le infrastrutture e dove non ci sono campi attrezzati. In Via della Pisana un campo c’è già, quindi non dovrebbero preoccuparsi gli abitanti di quella zona ma i municipi dove i campi non ci sono: lì mi preoccuperei”. così il prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, ha voluto tranquillizzare i cittadini di Via della Pisana, che oggi manifestano per dire no all’ipotesi di un nuovo campo nomadi in quell’area. In realtà, Via della Pisana insiste su due municipi, il XV, dove c’è già un campo, e il XVI, che invece ha tutte le caratteristiche necessarie enunciate dallo stesso prefetto per averlo.

L’occasione del chiarimento è stato il via allo sgombero del campo nomadi ‘tollerato’ della Martora, nel V municipio, che sorge vicino all’altra struttura di Via Salviati. Pecoraro ha ribadito che “nessuno vuole usare la forza, potremmo farlo ma non vogliamo. E per questo abbiamo cercato un accordo con le popolazioni”. Prima di iniziare la stesura del piano nomadi “nessuno sapeva alcunchè: chi erano, quanti erano, se avevano precedenti penali o meno. Il censimento fatto è servito a dare più serenità alla città”.

Ad assistere all’abbattimento del primo camper, oltre al commissario straordinario per l’emergenza nomadi nel Lazio, Pecoraro, anche il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, l’assessore capitolino alle Politiche sociali, Sveva Belviso, oltre ai rappresentanti delle associazioni del gruppo di coordinamento e garanzia del piano nomadi. Soddiafatta l’assessore: “Nell’ultimo anno – ha detto – la popolazione rom a Roma è diminuita del 15-20%. Dal monitoraggio costante dei vigili e delle forze dell’ordine, che effettuano un controllo anche aereo, risulta infatti che molti hanno scelto di allontanarsi spontaneamente dalla capitale, magari perché non volevano sottostare ai regolamenti dei campi autorizzati nei quali verranno trasferiti”.

Alla Martora vivevano 350 persone, molti i bambini: i primi 50 nomadi saranno spostati in altri campi attrezzati e in particolare in quello di Castelromano. Ad accogliere gli amministratori, oggi, un cumulo di macerie e spazzatura, per la maggior parte bruciata. Non è mancata la stoccata a Veltroni, colpevole secondo Belviso di “aver definito ‘tollerato’ il campo, ma che in effetti è abusivo”. La chiusura totale è prevista entro l’estate; i 300 nomadi rimasti verranno trasferiti a scaglioni nelle prossime settimane.

Le condizioni del campo hanno colpito il sindaco. “Dopo la chiusura di Casilino 900 – ha spiegato – cancelliamo il secondo grande campo ‘tollerato’, dove si viveva in condizioni infernali”. Il sindaco, nel ricordare l’intento di far andare di pari passo “integrazione e legalità”, ha aggiunto che in questa realtà “non c’erano garanzie di sicurezza per i nomadi e per i cittadini del quartiere”. Dopo il completamento del trasferimento e dopo la bonifica dell’area, Alemanno ha annunciato che “verrà ripreso il progetto di realizzazione di un punto verde-qualità, con l’utilizzo dei due casali presenti”. Poi, secondo il programma del piano nomadi, “entro l’autunno verranno chiusi Tor dè Cenci e Muratella”.

Da Redazione di Repubblica Roma.it

21 Luglio 2010

www.repubblica.it

Contro la schedatura dei rom, io ci metto la faccia

Si è tenuta questa mattina presso la Piazza S. Apostoli a Roma, l’iniziativa “Contro la schedatura dei rom, io ci metto la faccia”, indetta dalla FP CGIL di Roma e Lazio e alla quale l’Arci, insieme ad altri rappresentanti del mondo dell’associazionismo, ha aderito.

Una iniziativa posta a conclusione della campagna di raccolte firme contro il provvedimento portato avanti dalla Prefettura di Roma, che impone il fotosegnalamento dei cittadini rom all’interno dei vari campi, e che ha visto anche il coinvolgimento di cittadini italiani, comunitari o provvisti di validi titoli per il soggiorno.

Provvedimento sostanzialmente in linea con il programma e l’azione di governo attuale, sostenuta e portata avanti dalla giunta Alemanno attraverso la realizzazione del cosiddetto “Piano nomadi” il quale, nato inizialmente con l’intento di regolare l’elevato numero di insediamenti presenti sul territorio, si è poi tradotto nella pratica in una serie di attività di sgombero dei residenti, procedendo pertanto alla distruzione delle baracche sorte spontaneamente e alla “cacciata” dei rom insediati in quei campi, senza però garantire loro una soluzione alternativa.

Caso esemplare, nonché motivo di vanto del sindaco di Roma, è stato lo sgombero del campo Casilino 900, e il seguente trasferimento delle persone che lo abitavano presso altri campi, quali il “Salone”, il “River” e ultimo il campo Candoni.

Tutto ciò ha provocato, come era facilmente desumibile, un sovraffollamento all’interno di questi campi, un peggioramento delle condizioni igienico- sanitarie e non meno importante una perdita di quel tessuto di relazioni sociali/lavorative costruite durante gli anni e venute a mancare in seguito allo sfollamento e alla decontestualizzazione dei residenti dal loro quartiere.

A subire questa politica discriminatoria e fortemente razzista sono stati soprattutto i bambini, trasferiti a metà dell’anno scolastico da un campo all’altro, impossibilitati quindi a mantenere una frequenza regolare all’interno delle scuole.

A tutto questo si sono affiancati i reiterati censimenti, il tentativo di prendere le impronte e il fotosegnalamento che è attualmente in corso.

Provvedimenti aventi la sola finalità di rendere ostile la città ai rom e peraltro in contrasto con le stesse linee guida delineate all’interno del Testo Unico Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS), il quale prevede di sottoporre a fotosegnalamento solo coloro che non sono in grado di dimostrare con un valido documento la propria identità.

Mentre nella realtà queste pratiche vengono effettuate anche sui cittadini italiani, sui cittadini comunitari e su persone provviste di un titolo di soggiorno, in quanto tutte accomunate dal fatto di essere rom.

Questo il motivo per il quale oggi sono scesi in piazza i rom attualmente insediati al campo Candoni, con la volontà di “mettere la loro faccia per l’integrazione”, lasciandosi fotografare, o meglio “fotosegnalare”.

Ed è questo il motivo per il quale l’Arci ed altre associazioni erano lì presenti per chiedere una inversione di politica sul fronte dei campi rom e l’impostazione di una reale politica d’integrazione, che investa sulla scolarizzazione, sull’integrazione lavorativa, sui servizi sociali e su una reale convivenza pacifica.

4° Centro Territoriale Permanente per l’istruzione e la formazione in età adulta Luigi Di Liegro

Nell’ambito del progetto “L’Italiano, lingua nostra”, Progetto FEI, Fondo Europeo per l’Integrazione di Cittadini di paesi terzi, Ministero dell’Interno, dipartimento per le libertà Civili e l’Immigrazione in convenzione con L’Università per Stranieri di Perugia si attivano dei corsi di lingua italiana per cittadini stranieri immigrati di livello base e conseguente certificazione linguistica “CELI” dell’Università Stranieri di Perugia

Per maggiori informazioni Clicca Qui

L’Arci alla Manifestazione del 1 Marzo

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Appello alla mobilitazione

Il 19 Gennaio sotto le prefetture in tutt’Italia

Roma piazza dei SS. Apostoli ore 16:00

Il 24 Gennaio assemblea a Roma per rilanciare l’iniziativa al Sud

Il caso Rosarno è dunque un caso nazionale. perché è un prodotto delle politiche sulla sicurezza e un episodio del generale clima di intolleranza che si respira in Italia, perché è un caso umanitario, Perchè è un episodio dello sfruttamento comune nelle campagne del Sud, perché è un prodotto della questione meridionale, perché si interseca con la questione mafiosa, perché occorre ripristinare l’agibilità politica e democratica in Calabria.

Ci appelliamo alla società civile rosarnese

A quelle fasce di disagio sociale che vengono sottomesse dal governo clientelarmafioso del territorio e taglieggiate dalla speculazione economica e politica ad esso connessa, affinchè riconoscano nei lavoratori immigrati un alleato nella lotta per il riscatto da questo sistema soffocante. La solidarietà verticale con padroncini e malandrini che si è espressa a Rosarno è solo l’apice di un fenomeno indotto in tutto il territorio nazionale e nel Sud in particolare: con la crisi, è utile a padronato e governo indirizzare il disagio sociale contro l’anello più debole in una guerra tra poveri che impedisce di riconoscersi come ugualmente sfruttati. Per questo è importante capire che la lotta per la regolarizzazione dei lavoratori immigrati è la stessa lotta di tutti i lavoratori italiani costretti al lavoro nero e alla crescente precarietà sociale. Occorre sostenere una mobilitazione nazionale, che attraversi in particolare il Mezzogiorno, per ridare forza ai movimenti locali. Una mobilitazione il più larga possibile, che coinvolga le associazioni e i partiti, i sindacati e le organizzazioni di massa, le realtà territoriali, la chiesa, i movimenti, i cittadini e le cittadine che dicono no al razzismo. Costruiamo una rete nazionale di solidarietà che supporti gli africani prima sfruttati e poi deportati da Rosarno nei lager di mezz’Italia. E mobilitiamoci sui territori, per costruire un movimento capace di dare un segnale forte sul caso Rosarno, radicare il dissenso, progettare l’accoglienza. La tutela dallo sfruttamento sul lavoro e dai rischi che questo comporta e le politiche dell’accoglienza sono la vera garanzia della sicurezza sociale. Per questo motivo chiediamo la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari a tutti i migranti di Rosarno. Lanciamo una vertenza per il riconoscimento automatico del permesso di soggiorno per gli stranieri che lavorano in agricoltura. E chiediamo una sanatoria generalizzata che salvaguardi la vita di migliaia di cittadini sfruttati e soggiogati dalle mafie che gestiscono la compravendita di forza lavoro. Dopo la protesta e il corteo del 9 Gennaio, dopo il sit-in con le arance insanguinate del 12 gennaio al Senato, dopo le tante iniziative che si sono svolte nel Paese, la mobilitazione non si ferma, ma si allarga.

Il 19 Gennaio a Roma, a Caserta e in tante altre città italiane si terranno dei presidi sotto le prefetture

Per far sentire la nostra voce portare al governo le nostre proposte.

Il 24 Gennaio a Roma l’assemblea nazionale sulle migrazioni

Che segue alla grande iniziativa del 17 ottobre, sarà l’occasione per lanciare una grande mobilitazione per l’intervento nel Sud Italia, a partire dalla Calabria.

comunità migranti e associazioni antirazziste di Roma

Claudio Graziano

Resp. Immigrazione

Arci Roma

Contro la violenza sessista e razzista

Nella tua città c’è un lager

il cie (centro di identificazione ed espulsione) di ponte galeria

Noi non siamo complici! Siamo tutte con joy

La donna che ha denunciato il tentativo di stupro da parte del suo carceriere nel cie di milano. Non vogliamo essere complici di una violenza legalizzata. Non vogliamo essere complici di una legge razzista fatta in nome delle donne. Non vogliamo essere complici di un sistema che considera le persone immigrate come dei criminali solo perchénon hanno i documenti non c’è risposta alla violenza che non sia autodeterminazione:

L’autodeterminazione di una è l’autodeterminazione di tutte

mercoledì 25 novembre 2009

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

Presidio itinerante di donne

Femministe e lesbiche, migranti e autoctone

Verso il cie di ponte galeria

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Sgomberata la ex fabbrica Heineken, circa 200 persone abbandonate per strada.

Roma, 12 Novembre 2009

Questa mattina circa 200 persone rom rumene sono state sgomberate dall’edificio della ex fabbrica Heineken in via dei Gordiani dove si erano provvisoriamente “sistemate” a seguito dello sgombero avvenuto ieri dell’insediamento dove vivevano da tempo. Lo sgombero è avvenuto senza che nessun rappresentante delle associazioni, nessun legale, mediatore culturale e giornalista si potesse avvicinare all’area e senza che nessun funzionario del Comune e delle forze di polizia desse notizia di ciò che stava avvenendo all’interno. Non riusciamo tutt’ora ad avere notizie di circa 20 persone che sono state portate via su un autobus terrorizzate e in lacrime. Non riusciamo a capire come si possa sgomberare un area e non proporre nessuna alternativa alle persone se non quella della divisione delle famiglie, il rimpatrio o la strada.Ci chiediamo anche perchéchi ha deciso tale sgombero non ha trovato una seria soluzione di accoglienza per queste persone abbandonandole ancora una volta a loro stesse.

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Rinviato lo sgombero dei Rom di Via di Centocelle

Roma, 27 Aprile 2009

Grazie al tempestivo, e quanto mai fondamentale, intervento delle Associazioni e della scuola “Iqbal Masih” che hanno deciso di promuovere un presidio in difesa dei rom romeni di via di Centocelle, vi annunciamo che, a seguito della forte diffusione che ha avuto la suddetta iniziativa, segnalata questa mattina personalmente dai nostri operatori alle cariche cittadine competenti, abbiamo avuto garanzia dai soggetti responsabili, che mercoledi` 29 non avra` luogo alcuno sgombero. L’immediata e forte risposta data da parte di tutti/e noi ha portato le istituzioni competenti a scegliere di non procedere per il momento alle operazioni di sgombero rinviandolo a data da destinarsi (presumibilmente a scuole terminate). Per questa ragione il presidio indetto per mercoledi` mattina non avra` luogo, invitiamo tutti e tutte a restare comunque attenti a quanto si muove quotidianamente in citta`, consapevoli che stando uniti possiamo farcela sempre.

Si ringraziano per aver sottoscritto l’appello: POPICA ONLUS, Studenti/esse PISM ROMA3, ARCI ROMA, STALKER OsservatorioNomade, Casa dei Diritti Sociali FOCUS, FEDERAZIONE ROM E SINTI, Antica Sartoria Rom, GRUPPO EVERYONE, GRUPPO WATCHING THE SKY, Associazione ANNE’S DOOR, A.N.P.I. Circolo “Giordano Sanganno” VII Municipio, Lega Missionaria Studenti, Laboratorio Sociale 100celle, Comitato Donne 100celle e dintorni, Sportello Popolare Quarticciolo, Roma` Onlus, Associazione TERRA TERRA, Centro d’iniziativa popolare Centocelle Alessandrino, Centro Informazione Ricerca e Cultura Internazionale, MISSIONE CATTOLICA ROM E SINTI, Coordinamento Giovani in Lotta, Coordinamento per la difesa del Parco Tor Tre Teste Alessandrino, Spazio Sociale 100celle APERTE, SCUP Spazio Culturale Peperino, “Una scuolina per crescere” ARPJ-Tetto, il Vicepresidente del Municipio V Antonio Medici e Andrea Alzetta del Gruppo consiliare al Comune di Roma per La sinistra- L’arcobaleno

Pacchetto sicurezza – ecco cosa prevedono in sintesi il ddl 733/08 e il dl 11/09

Elaborato da Nicola Grigion, Progetto Melting Pot Europa

Integrato da Cristina Sebastiani, progetto Baobab ARCI Milano

Con 154 voti favorevoli e 114 contrari il 4 febbraio 2009 il Senato della Repubblica ha approvato il “pacchetto sicurezza”, il disegno di legge 733/08. Ora il disegno di legge tornerà alla Camera [NB la discussione riprenderà martedì prossimo 10 marzo], dopodichè, se approvato, dovrà essere firmato dal Presidente della Repubblica e pubblicato in Gazzetta Ufficiale – solo allora sarà legge dello Stato .

Intanto, con decreto legge, il 23 febbraio 2009 viene approvato dal Consiglio dei Ministri il cosiddetto “pacchetto antistupro”, dl 11/09, che contiene alcune delle misure prima previste dal ddl 733 e che è, dato il carattere emergenziale previsto dall’utilizzo di un decreto legge, immediatamente esecutivo.

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Distrutta la Comunità Rom di Pesaro. Le autorità avevano l’ordine di sgomberare e di smembrare le famiglie.

Gruppo EveryOne: “Abbiamo vissuto momenti tragici. Una donna è caduta a terra. Madri e padri di famiglia in lacrime volevano darsi fuoco se avessero tolto loro i bambini. Proibita la mediazione umanitaria ai nostri attivisti e nessuna assistenza ai malati”. Inatteso il raid della forza pubblica, perché Sindaco e autorità si erano impegnati formalmente ad attuare un programma di integrazione casa-lavoro.

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L’Arci attiva il Numero Verde SOS Diritti

Il Numero Verde

800 99 99 77

Per denunciare soprusi e violenze subite dai migranti.

L’Arci fornirà informazioni e assistenza legale

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��Siamo medici ed infermieri non siamo spie

Il nuovo Pacchetto sicurezza prevede, tra le altre cose, l’abolizione del comma 5 dell’articolo 35 del Decreto Legislativo 286 del 1998 (Testo Unico sull’immigrazione) che sancisce il divieto di “segnalazione alle autorità”, da parte dei medici che hanno in cura l’immigrato.

L’Appello di Medici senza Frontiere

Dal giuramento d’Ippocrate:

Giuro di osservare il segreto su tutto ciò che mi è confidato, che vedo o che ho veduto, inteso o intuito nell’esercizio della mia professione o in ragione del mio stato

APPELLO

“DIVIETO DI SEGNALAZIONE”

siamo medici ed infermieri, non siamo spie

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