La compagnia Catalyst ha il piacere di presentare LAVORO DA MORIRE, spettacolo nel quale non un attore, ma un operaio viareggino racconta come ogni giorno in Italia si muore di lavoro.
E’ scritto e diretto da RICCARDO ROMBI e interpretato da JACOPO GORI.
Le morti sul lavoro, gli omicidi bianchi come li chiamava Pasolini, sono un tema di cui a fatica si parla in Italia. Noi abbiamo cercato di farlo con il nostro linguaggio, quello del teatro, affidando le parole a un operaio, nel tentativo di rendere questa storia più vera e privarla di ogni retorica.
SOLO PER I SOCI ARCI da martedì a giovedì speciale riduzione: 1 biglietto intero + 1 ridotto a 1 € venerdì sabato e domenica biglietto ridotto da 10 a 8 €
E’ possibile, a partire da quanto è successo a Rosarno più di un mese fa, riflettere insieme a chi lì vive e lavora, straniero o autoctono, su come costruire le condizioni di una serena convivenza che abbia come presupposto il principio costituzionale dell’uguaglianza, il rispetto della dignità e dei diritti di tutti?
Quanto è importante, per raggiungere questo obbiettivo, non lasciare sole le tante Rosarno d’Italia, meta di grandi flussi migratori?
Per tutti gli associati ARCI è possibilie assistere allo spettacolo (preceduto dalla degustazione di birra artigianale) a solo 1 euro (invece di 23 euro).
Per le prenotazioni è sufficiente inviare un’email a biglietteria@thekitchencompany.it o telefonare al numero 06 68 80 86 06 indicando il numero di posti che si desidera prenotare. Un’email di conferma dirà se la prenotazione è andata a buon fine.
Nemico di Classe racconta alcune ore di sei ragazzi chiusi dentro un’aula di una scuola di periferia di una grande città. Sono abbandonati, sono isolati dal mondo, in attesa dell’arrivo di qualcuno che li possa salvare e introdurre nella vita. Ma sono anche loro stessi che vogliono emarginarsi. Sono sei ragazzi isolati in uno spazio ben delimitato che fa emergere con forza le tensioni, le urla, la cattiveria, la violenza unita a una profonda umanità. Questi sei giovani sono i ragazzi della V C: indomabile, teppistica, violenta, distruttiva, annoiata, una classe dove i banchi sono rovesciati creano delle barricate, i muri imbrattati, un luogo all’interno del quale nessun professore ha potuto resistere. La scuola, al di fuori di quest’aula, prosegue nella sua normalità mentre la V C resta abbandonata a se stessa in attesa di un insegnate che, probabilmente, non arriverà mai. I ragazzi aspettano qualcuno che porti loro la conoscenza di cui hanno bisogno, che non è soltanto quella dei libri, prestabilita, è qualcosa di più e di diverso. È in questa attesa che decidono di organizzarsi e autogestirsi provando a insegnarsi da soli qualcosa che gli sia utile, qualcosa che sia loro. Uno spettacolo denso che emerge per la sua violenza, per la sua crudezza di linguaggio e di gesto, per i suoi significati ma soprattutto per i suoi rimandi a una realtà talmente contemporanea da rendere questo testo, questo spettacolo quanto mai attuale.
Siamo stati in tanti ad organizzare la festa per la nascita di Arci Darfur, noi ragazze del Servizio civile, l’Ufficio immigrazione ARCI e naturalmente i protagonisti della serata, i ragazzi sudanesi.
La manifestazione si è aperta con l’intervento di Abu Al Gasim Mohamad, presidente del circolo Arci Darfur, che ha raccontato a nome proprio e dei compagni dell’arrivo in Italia e poi a Roma: l’approdo in seguito all’esodo e l’infrangersi del sogno-Italia sia per la difficoltà di trovare un lavoro che, soprattutto, per il forte clima di razzismo che li ha accolti e còlti di sprovvista.
Fino al 2005 hanno infatti abitato all’Hotel Africa, come è stata chiamata la struttura nata dall’occupazione del deposito ferroviario sulla Tiburtina che i migranti africani, letteralmente autorganizzandosi, hanno trasformato in quello che nella capitale (e nel resto d’Italia) non c’era: un centro di accoglienza in cui poter vivere e attendere il colpo di fortuna che tutti si augurano.
Dichiarazione di Paolo Beni Presidente Nazionale dell’Arci
Vi esprimo, a nome personale e di tutta l’Arci, la nostra piena e convinta solidarietà alla vostra lotta in difesa del posto di lavoro e dell’insediamento produttivo di Portovesme.
La decisione della multinazionale Alcoa di chiudere lo stabilimento il prossimo sei febbraio e di licenziare tutti i lavoratori va respinta in toto. E’ un’offesa alla Sardegna e al nostro paese, è la dimostrazione di una totale irresponsabilità sociale da parte dell’impresa.
La nostra solidarietà va anche ai lavoratori dello stabilimento veneto che hanno subito analoghe minacce di licenziamento.
Non è accettabile che una multinazionale usi il nostro paese come una semplice stazione di passaggio, dopo avere ricevuto agevolazioni dal governo e acquistato gli stabilimenti a prezzi di svendita. Chiediamo perciò al governo che difenda l’occupazione e il lavoro nel nostro paese.
Duemila posti di lavoro in discussione non sono poca cosa, specialmente in un momento in cui la disoccupazione sta crescendo a causa delle conseguenze della crisi economica mondiale in atto e le regioni del Mezzogiorno vedono peggiorare ulteriormente le loro condizioni.
Chiediamo che gli organi della Unione Europea non si frappongano con inutili rigidità alla ricerca di una soluzione positiva. Chiediamo soprattutto che non avvenga il solito scarico di responsabilità, fra governo italiano e istituzioni europee, ancora una volta sulle spalle dei lavoratori, ma che ognuno si assuma le proprie responsabilità.
Siamo e saremo al vostro fianco per una soluzione positiva della vostra giusta lotta.
Di Caterina Venturini. Liberamente tratto dal libro omonimo di PIETRO BORROMEO
La storia di un medico coraggioso e fantasioso nell’Italia occupata dai tedeschi.
Una storia italiana. Una storia romana, Una storia di solidarietà nei confronti degli ebrei perseguitati dal nazismo che è valsa al suo protagonista l’elezione a Giusto fra le Nazioni e un albero e una targa dorata nel famoso viale di Yad Vashem.
Il brillante medico Giovanni Borromeo, invitato dal coraggioso e intraprendente Fra’ Maurizio Bialek, rifonda e rinnova l’antico Nosocomio romano Fatebenefratelli a partire dal 1934. Non si limiterà a farne un efficiente ospedale, ma un luogo che, grazie all’invenzione di un raro e contagioso morbo, diventerà a partire dal ‘43 rifugio e salvezza per decine e decine di ebrei perseguitati. Una storia fatta di coraggio, intelligenza, professionalità, ma certo non priva di elementi grotteschi e ironici.
Con Andrea Cavatorta e Caterina Venturini, Maurizia Grossi, Luca Arcangeli e Valerio Magliozzi
L’ammistrazione Alemanno in concomitanza con le elezioni regionali ha fretta di dare soddisfazione alle promesse fatte ai suoi elettori, partendo dalla questione “Casilino 900″, il campo emblema della presenza rom nella capitale.
Si tratta di 600 rom, che vivono lì da oltre 30 anni, provenienti dalle varie regioni della ex Jugoslavia e dalla Romania che, secondo l’amministrazione Alemanno, verranno sgomberati entro i primi giorni di Febbraio. In tre giorni sono già state abbattute decine di baracche.
La tanto millantata collaborazione con la comunità rom non esiste; basta vedere la reazione dei 128 legittimi assegnatari del campo di Salone, deportati al centro per richienti asilo di Castel Nuovo di Porto per far posto agli arrivi da Casilino, a cui era stato promesso di tornare al campo dopo l’espletamento delle pratiche per la richiesta di permesso per protezione umanitaria e a quelle altrettanto preoccupate dei rom di Casilino 900. I rom questo sgombero lo subiscono e basta.
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