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Il 7 Aprile del 2007, è il giorno di Pasqua. Abdul Manan è un giovane bengalese che vive a Vicenza da più di dieci anni, e quel giorno raggiunge la capitale insieme alla moglie Begam. A Roma infatti vivono, anche loro da svariati anni, i fratelli di Begam: un pranzo in famiglia, proprio come quelli a cui noi italiani siamo tanto abituati, per commemorare la festività insieme ai propri cari, si chiacchera, si ride, si sta insieme almeno fino a quando qualcuno suona alla porta. E’ Gianetto Mazza, vicino di casa della famiglia bengalese.
Giannetto Mazza è un pensionato di 65 anni. Nel 1975 si è macchiato dell’omicidio di un giovane di Zagarolo, ha scontato 15 anni di carcere. Tornato in libertà conduce una vita apparentemente tranquilla fino a quando nel 1997 viene nuovamente arrestato per possesso di armi illecito, sconta la sua pena e torna a vivere nella sua casa di Torpignattara, nella periferia sud-est di Roma. Quel 7 Aprile del 2007, quando bussa alla porta della famiglia Mandal, Giannetto Mazza è in possesso di una calibro 7,65: lamenta qualcosa riguardo cattivi odori e panni stesi sul pianerottolo, proferisce insulti, Abdul interviene in difesa del cognato, ma Mazza perde la pazienza e il controllo, sfodera l’arma e spara quattro colpi.
Quel 7 Aprile del 2007 Abdul Manan è morto, sotto lo sguardo incredulo della moglie, del cognato e della piccola nipotina, Perona, che rimane miracolosamente viva dopo che una pallottola le ha sfiorato la testa andandosi a configgere sul muro dietro di lei.
Quando le forze dell’ordine raggiungono lo stabile, di Giannetto Mazza non c’è più traccia. Sarà lui stesso, dopo due giorni di inutili ricerche, a consegnarsi alla polizia: confessa di aver sparato e che il suo è stato un gesto estremo, causato da un’esasperazione ormai giunta al limite. Sostiene di essere lui per primo una vittima, vittima della presenza stessa della famiglia straniera, del cattivo odore e dei panni stesi sul pianerottolo.
Il giorno successivo i vari giornalini e giornaletti di casa nostra si sono puliti la coscienza annunciando doverosamente la morte di Abdul: la nostra storia sprofonda nel silenzio, in quel silenzio caro agli Italiani come i pranzi di Pasqua.
Si, certo, Abdul purtroppo è anche questo, la sua storia si conclude così: il 7 Aprile del 2007, nella casa di Via Ugo Niutta, a Torpignattara. Ma, ho come l’impressione, che alcuni fatti rischino di divenire e di rimanere per l’opinione pubblica quegli esili trafiletti stampati su carta, inadatti (fortuna loro) a saziare quella macabra fame di morte che offusca la mente degli Italiani. La tragica conclusione della storia di Abdul, boccone magro e amaro da dare in pasto ai lupi, si trasforma in qualcosa di più poetico e intellettuale: aspira a suscitare il sentimento, fine a se stesso, della pura tragicità, risultato: qualche striscia sui giornali distribuiti in metro e un posto d’onore sul sito web “delitti imperfetti”, ma…
E’ tutto normale perché quello di cui tuttavia si è continuato a discutere è circa il fatto che si sia trattato di razzismo o meno, gli italiani sono “preoccupati” e si nutrono di questa loro preoccupazione: «stiamo davvero ammalandoci di xenofobia?». Non penso proprio, è solo un problema d’inconciliabilità di cose e dopo tutto l’odore del pollo tandoori non ha mai sposato bene con quello del sugo all’amatriciana. Gli abitanti di Torpignattara sono anch’essi preoccupati e confessano, in un sospiro liberatorio, che non si sentono più sicuri, non si trovano a loro agio in un quartiere meticcio dagli odori e dai colori irriconoscibili. E Giannetto Mazza, lui era molto più che preoccupato, il suo è stato un gesto frutto di un’esasperazione che è sfuggita di mano, «nessun pentimento -dice- mi sono sentito offeso nella mia stessa dignità, i panni stesi sul balcone, l’odore acre della cipolla fritta…mi è stato mancato di rispetto e tutto questo è intollerabile».
Si discute, ancora, se si è trattato di un gesto xenofobo o no, ma il 7 Aprile del 2007 Giannetto Mazza era in possesso di una calibro 7,65 .
Dopo l’uccisione di Abdbul, la sua famiglia precipita nel vuoto, nel vuoto dell’amore strappato alla vita, nel vuoto della paura, dell’incertezza, dell’incomprensione di un sistema altro e sconosciuto, della mancanza di mezzi e di aiuti per dare inizio ad un percorso giudiziario. Solo grazie all’aiuto di associazioni impegnate nell’assistenza agli immigrati, la famiglia Mandal è riuscita ad ottenere l’assistenza di un avvocato che ha dato inizio alle pratiche giudiziarie. Il 26 Marzo 2008 si è svolta la prima udienza in tribunale nel corso della quale la moglie di Abdul si è costituita parte civile. Il giudice, su richiesta della difesa, ha disposto la perizia psichiatrica, fissando la prossima udienza per il 15 Maggio 2008.
Valentina Buccheri
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