L’Ex Gkn dev’essere di tuttз!

Abbiamo aderito alla campagna del collettivo di fabbrica per l’azionariato popolare della coop GFF (Gkn For Future)

Cominciano ad arrivare molte manifestazioni d’interesse per l’azionariato solidale della società cooperativa per azioni GFF (Gkn For Future, clicca per accedere al sito ufficiale). Si tratta della coop fondata dagli operai dell’ex GKN per gestire una fabbrica che produrrà cargobike elettriche: sarà la più grande impresa recuperata d’Italia attraverso un progetto di reindustrializzazione socialmente, economicamente ed ecologicamente avanzato.

C’è tempo fino al 10 dicembre per inviarci l’adesione a questa esperienza straordinaria di mutualismo operaio. “100×10.000”, questo il titolo della campagna lanciata dopo due anni di lotta dal Collettivo di fabbrica già molto attivo quando la ditta era una costola del gruppo Fiat che l’ha venduta al gruppo speculativo Melrose.  A luglio 2021, dopo un tentativo illegale e ingiusto di licenziamento senza preavviso o compensazione nel 2021, è partito l’“Insorgiamo” (il motto dei partigiani fiorentini) guidato dal collettivo della fabbrica ispirato all’intersezionalità delle lotte e capace di creare un processo di lunga durata di convergenza e radicalità.

Nel corso dei due anni di lotta, i gruppi collettivi e di solidarietà ad essi collegati sono riusciti a sviluppare diversi piani di riconversione industriale molto avanzati, un primo basato sul loro settore di partenza, un secondo, quello a cui abbiamo aderito e chiediamo a tuttз di farlo, basato su un’idea di consorzio industriale le cui due strategie predominanti si riferiscono alla produzione di pannelli fotovoltaici in pasta organica di nanocarbonio e di bici cargo.

Proponiamo che anche a Roma, entro il 10 dicembre, ogni circolo prenoti il pacchetto minimo, 5 azioni da 100 euro, diventando socio finanziatore della cooperativa GFF anche sensibilizzando lз proprз socз, con iniziative specifiche, sull’opportunità di diventare soci come persone fisiche.

Per ora, dunque, vi chiediamo solo una prima manifestazione di interesse che si concretizzerà in acquisto di quote solo e se il piano di reindustrializzazione potrà prendere corpo.

Non verrà chiesto di versare un euro a nessuno degli azionisti che avranno prenotato le azioni, se prima non saranno state ottenute tutte le garanzie a sostegno della sostenibilità tecnologica, sociale ed economica del piano da parte di tutti gli interlocutori sociali e istituzionali coinvolti.

Un successo dell’azionariato è importante anche rispetto alla vertenza durissima che in questa fase registra il tentativo della proprietà di disfarsi dei lavoratori per costruire su quell’area l’ennesima operazione immobiliare.

Questa campagna va vista come un vero e proprio investimento, sia dal punto di vista politico, sia da quello del ritorno economico. Le azioni, infatti, produrranno un rendimento fisso dello 0,25% più il rendimento del tasso medio degli interessi dei BFP dell’anno di competenza più un ulteriore 0,25% (a prescindere se la GFF conseguirà un utile) e la spesa potrà essere imputata nelle attività dello stato patrimoniale del vostro bilancio.

Si tratta di un passo in avanti nelle nostre pratiche di mutualismo: gli stessi lavoratori ex Gkn hanno fondato una Società operaia di mutuo soccorso affiliata all’Arci e partecipano al nostro gruppo di lavoro nazionale.

La collaborazione del mondo Arci in questi tre anni di lotta del collettivo di fabbrica è stata ampia e partecipata. In particolare, nella scorsa primavera, siamo statз tra lз protagonistз del reward crowdfunding in collaborazione con ARCI e Fridays for Future, che ha consentito di raccogliere 175.000 euro a sostegno della capitalizzazione della nascitura cooperativa formata dai lavoratori e dalle lavoratrici, il comitato tecnico-scientifico ha ottenuto la sottoscrizione di un protocollo di intesa del valore di 6 milioni di euro con soggetti e finanziatori del mondo cooperativistico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RISO, da rifugiatз a imprenditorз

RISO ha l’obiettivo di creare opportunità d’impresa per titolari o richiedenti di protezione internazionale. Arci Roma curerà l’Help desk

RISO per noi significa Rifugiati, imprenditoria, solidarietà. L’ambizione di questo progetto è quella di assicurare la sistemazione dei richiedenti e titolari di protezione internazionale e speciale, attraverso la creazione di opportunità di integrazione socio-lavorativa complementari agli interventi di accoglienza così come pensati dal sistema dei SAI.

Il progetto prevede il potenziamento della conoscenza della lingua italiana, un pacchetto informativo e di accompagnamento per l’avvio di impresa, l’elaborazione del progetto d’impresa.

Nel corso del progetto verranno selezionate almeno due idee imprenditoriali potenzialmente di successo a cui destinare un accompagnamento specifico e un contributo per l’avvio di impresa.

Nei percorsi informativi e di accompagnamento saranno coinvolti esperti delle organizzazioni locali, datoriali, economiche e del Terzo Settore.

Per tutta la durata del progetto Arci Roma curerà  uno sportello territoriale di help-disk che supporterà i candidati nell’elaborazione del curriculum vitae e fungerà da raccordo con gli esperti e professionisti coinvolti nei percorsi di accompagnamento allo sviluppo dell’attività imprenditoriale.

Le idee di impresa selezionate riceveranno un contributo economico per l’avvio dell’attività, l’assistenza e il supporto per l’eventuale accesso al credito bancario (microcredito). Le imprese finanziate verranno accompagnate e monitorate durante il primo semestre di attività e sostenute nella promozione dei loro prodotti.

L’HELP DESK di RISO sarà attivo presso gli Sportelli sociali di ArciRoma (martedì e venerdì, 15-17.30, non è richiesto appuntamenyo) e negli sportelli itineranti PuntoPAD che saranno attivati in vari circoli Arci della Provincia e comunicati ad hoc.

RISO è l’acronimo per indicare un progetto nell’ambito di intervento Assistenza ai rifugiati finanziato con i fondi dell’8 per mille devoluti dai cittadini direttamente allo stato

INFO sportellisociali.immigrazione@arciroma.it

Progetti SAI, Arci Roma cerca un Assistente sociale

Aperta la selezione per 1 Assistente Sociale da inserire nell’organico per i progetti SAI ORD. e DM/DS sul territorio del Comune di Monterotondo

ARCI ROMA APS seleziona n. 1 Assistente Sociale da inserire nell’organico per i progetti SAI ORD. e DM/DS sul territorio del Comune di Monterotondo

​Titoli obbligatori richiesti:
Laurea in Servizio Sociale di I o II livello con relativa abilitazione e iscrizione all’Albo
Requisiti Richiesti:
Formazione o esperienza nell’ambito della presa in carico di migranti e  rifugiatɜ, conoscenza del Sistema di Accoglienza e Integrazione (Sai)
Sede di lavoro
Monterotondo (Rm)
Si offre
Contratto a tempo determinato di 6 mesi con possibilità  di rinnovo.
CCNL Uneba
Part time 20 ore a settimana
Disponibilità
Gennaio 2024

Formazione, aperte le iscrizioni a Swat, una possibilità per 250 donne

Il progetto promuove percorsi formativi sulle competenze digitali per 250 donne tra i 18 e i 50 anni escluse dal mondo del lavoro o con bassi livelli salariali

Sono state riaperte le iscrizioni a SWAT – il programma gestito in partenariato da Fondazione Mondo Digitale (capofila), Arci ApsFondazione Adecco ETSING Bank Milan Branch -per gli ultimi 4 percorsi formativi che partiranno da gennaio 2024:
  1. Corso competenze base (ed. 2), – inizio gennaio 2024
  2. Corso competenze avanzate (ed. 2), – inizio gennaio 2024
  3. Corso in Graphic Designer (ed. 2) – inizio marzo 2024
  4. Corso in back-end developer (ed. 1) – inizio fine gennaio 2024
Le iscrizioni si chiuderanno il 15/12.
Qui la pagina del sito che indica i percorsi
Qui la pagina del progetto
Qui a pagina del progetto sul sito del Fondo Repubblica Digitale
Il progetto Supporting Women, Arousing Talents (acronimo Swat), finanziato dal Fondo per la Repubblica Digitale – Impresa sociale (bando Futura), promuove percorsi formativi sulle competenze digitali (livelli base, avanzato e di specializzazione) per 250 donne tra i 18 e i 50 anni escluse dal mondo del lavoro o con inquadramenti contrattuali insoddisfacenti e bassi livelli salariali.
L’intervento opera su tutto il territorio nazionale con un’offerta formativa modulare, progressiva e flessibile cucita sui bisogni delle singole destinatarie e orientata a favorirne l’inclusione professionale. Ai tradizionali percorsi per le hard skill si affiancano proposte integrative per stimolare soft e life skill, networking e socializzazione. Le beneficiarie hanno accesso a un percorso innovativo, flessibile, sostenibile e conciliabile con la propria vita. È infine sollecitato il lavoro cooperativo e sinergico degli stakeholder, con riguardo particolare al mondo aziendale, affinché il progetto possa avere un impatto significativo e assurgere a modello replicabile.

Pratiche transfemministe contro una violenza che non è neutra

Le istituzioni hanno un debito di cura con tuttз noi. Per questo esigiamo le case delle donne [Sara Grimaldi]

Ho nitido nei mie ricordi di bambina e poi di adolescente, l’immagine delle donne di famiglia che si occupano di altre donne, di quelle che si sono ritrovate in relazioni violente, di quelle che sono state picchiate o di quelle schiacciate attraverso la violenza psicologica…con cura e amore ma senza dare nell’occhio, possibilmente senza che si sapesse, come se ci fosse una vergogna, una colpa in quello che accadeva… senza fare RUMORE.

Non è più quel tempo! Oggi le nostre voci  si alzano forti nella scena pubblica chiedendo una trasformazione radicale. Oggi non vogliamo solo correre ai ripari ma costruire una cultura che favorisca la libera espressione e l’autodeterminazione di ogni persona.

L’obiettivo principale che oggi vogliamo porre a tutt3 noi è quello di contrastare la violenza di genere e dei generi perchè ci riguarda tutt3; vogliamo trasformare la realtà sociale a partire da noi, collocandoci nelle lotte intersezionali e decostruendo la cultura patriarcale interiorizzatada tutt3.

Dobbiamo dare visibilità a tutto quel lavoro trasformativo che già c’è in giro per l’Italia dentro e fuori dai circoli, alle case delle donne, agli sportelli sociali, ai progetti di accoglienza per soggettivita lgbtqi+, alla formazione delle soc3, ai progetti culturali ed educativi che ogni giorno decostruiscono la cultura della violenza patriarcale e riuniscono comunità basate su ascolto rispetto e cura.

Nelle foto, realizzate dal circolo CFFC Roma, alcuni momenti dell’immenso corteo del 25 novembre indetto da Non Una di Meno

A Roma dal 17 ottobre il movimento transfemminista è impegnato a combattere contro la violenza istituzionale della Regione Lazio che  ha votato una delibera che dispone lo svuotamento della casa delle donne Lucha y Siesta,il ricollocamento dei nuclei accolti, la ristrutturazione e la messa a bando degli spazi di quello che oramai da 15 anni è un BENE COMUNE di questa città  e che ha dovuto svolgere un compito che dovrebbero avere enti pubblici,  ha dovuto sopperire alla mancanza di posti letto per persone che devono fuggire da situazioni di violenza (con buona pace della ratifica della convenzione di Instanbul).

NON SI PUO’ RIDURRE LA COMPLESSITA’ DI UNO SPAZIO DI QUESTO TIPO A MERO SERVIZIO DA METTERE A BANDO.

Così come è stato per la casa internazionale delle donne dobbiamo schierarci in maniera determinata perché sappiamo che la violenza di genere non è neutra e non si affronta in maniera neutra; è un fenomeno politico, sistemico, pervasivo. Per contrastarla occorrono pratiche femministe, transfemministe e laiche.

Lucha y siesta era un luogo abbandonato da ATAC e restituito alla collettività nel 2008, nel 2019 si è avviato il processo di progettazione partecipata come bene comune femminista e transfemminista, un luogo per le donne e tutte le soggettività oppresse dal patriarcato, un centro antiviolenza e una casa rifugio.

E l’Atac, ex proprietario dell’immobile – si è costituita parte civile nel processo per l’occupazione dell’immobile, con prossima udienza il 27 novembre. Dopo aver lasciato abbandonato l’immobile per anni, la partecipata del Comune di Roma chiede un risarcimento di 1,3 milioni di euro per il danno che sarebbe stato arrecato alla collettività da chi, invece, ha dato risposte concrete quando le istituzioni mancavano.

Le istituzioni hanno un debito di cura incalcolabile verso le donne e le soggettività lgbtqi+, l’esistenza delle case delle donne sono solo una parte del credito di cui esigiamo la restituzione.

Sappiamo bene che le politiche sicuritarie di questo governo e anche di quelli precedenti, aggiungono violenza alla violenza, producono solo ulteriore sopraffazione. La nostra urgenza oggi è che  spazi come quelli di Lucha y Siesta si moltiplichino perchè non sono solo luogo sicuro ma anche fucina di cultura del consenso, di educazione all’affettività, decostruzione di stereotipi, pregiudizi e mascolinità tossica.

Possiamo  e dobbiamo essere al fianco delle sorell3 di Lucha.

Per distruggere la cultura patriarcale abbiamo bisogno di sorellanza, di costruire un NOI INTERSEZIONALE….cerchiamo di costruire questo noi,  nel dialogo  e nel conflitto costruttivo, anche dentro la nostra associazione.

*Sara Grimaldi, è responsabile insieme a Lucia Caponera, della Commissione Politiche di genere di Arci Roma e componente del Consiglio nazionale Arci dove, alla vigilia dell’immenso corteo del 25 novembre, ha pronunciato questo intervento

Violenza di genere: è tempo di consapevolezza

Come decostruire il patriarcato? Costruendo una comunità che lotta, rigettando una cultura di oppressione [Lucia Caponera]

Nelle foto, realizzate dal circolo CFFC Roma, alcuni momenti dell’immenso corteo del 25 novembre indetto da Non Una di Meno

Che questo debba essere il tempo della consapevolezza del momento che stiamo vivendo è la radice di ogni parola, vissuto, esperienza, narrazione, per ognunə di noi. A che punto siamo? Come intendiamo attraversare e rappresentare e decostruire i percorsi, le imposizioni, la ratio attendista e dissuasiva, ingiusta, di una classe sociale, politica, che ci circonda, le profonde disuguaglianze che garantiscono al potere dei più, di sovradeterminare la condizione di precarietà e di necessità di tutte quelle realtà che scivolano via lungo i margini di un capitalismo intransigente, meccanismo di potere fuori controllo?

La risposta può essere una: costruire una comunità che lotta perchè nessunə sia più bersaglio, rimettendo al centro il rigetto di una cultura di oppressione. Ovunque.

Partiamo dall’assenza nel nostro paese di un dibattito costruttivo e condiviso su come affrontare la violenza in maniera trasformativa e non (solo) punitiva.

Il nodo fondamentale è la prospettiva del cambiamento delle relazioni dentro i contesti comunitari: chiediamoci cosa siano e come si possano costruire anche in spazi annichiliti da logiche neoliberiste e individualiste. Un cambiamento che si prenda la responsabilità di affrontare anche i lati oscuri delle nostre comunità: violenze, disuguaglianze, dove le coscienze ai margini sono destinatarie di “misure di protezione” che millantano soluzioni, scorciatoie di facciata.

Mi è stato donato un libro quest’estate, o meglio, pagine di un respiro profondo, complesse, ma imprescindibili, faticose ma rivelatrici. Giusi Palomba, nel suo libro “La trama alternativa, sogni e pratiche di giustizia trasformativa, contro la violenza di genere”, afferma che «I conflitti sono dei processi naturali, addirittura necessari al cambiamento. E un lavoro profondo su di sé e sulle relazioni interpersonali li tramutano in strumenti potentissimi, capaci di smascherare rapporti di potere e ottenere trasformazione e cambiamento».

Non è semplice posare lo sguardo su questa prospettiva eppure, il presupposto di tutte le riflessioni sulla giustizia riparativa e trasformativa è vedere, accettare e così trasformare l’interiorizzazione di una mentalità punitiva, elaborare la rabbia e il desiderio di vendetta e renderli azione e trasformazione, distruggendo il binomio vittima/carnefice e puntare lo sguardo verso il contesto che ha permesso alla violenza di esistere avviando un processo di responsabilizzazione, collettiva. Perché è facile cedere ad una rabbia che ci deresponsabilizza quando parliamo di violenza di genere. Facile sbandierare la lotta contro la violenza, senza pronunciare parole come: discriminazione, oppressione, eteronormatività, omolesbobitransfobia, crimini d’odio, razzismo, guerre, colonialismo.

Dai banchi di scuola, dalle nostre comunità, ai nostri circoli, nei contesti che attraversiamo ogni giorno, dobbiamo dircelo: la violenza non è l’azione del qui ed ora, ma è il risultato di una cultura sessista, misogina, eteronormata. E’ l’attendismo dello Stato, la rincorsa all’emergenza, l’abbandono di un impegno serio e costruttivo; il rifugio nelle soluzioni penaliste, che non sono sufficienti; la violenza è il dolore di un fermo immagine raccontato da media inadeguati megafoni del più sfrenato liberismo.

 

Non ho bisogno di sicurezza. Non ho bisogno di pratiche e luoghi sicuri, non ho bisogno e non abbiamo bisogno di sentirci al sicuro. Al sicuro da cosa? DA CHI? Cosa significa sicurezza? Forse è solo una deriva, scambiata per “il migliore dei mondi possibili”. Ci dicono che per arginare la violenza innalzeranno le pene, che inchioderanno la colpa, ci dicono che siamo sulla strada giusta. Ma sappiamo che non è così. Investiamo sulla prevenzione, sui programmi nelle scuole che educhino all’affettività; apriamo i nostri spazi al cambiamento e guardiamo in faccia pregiudizi e stereotipi, ci accorgeremo che non ne siamo sprovvist3. La lotta contro la violenza di genere deve nominare le differenze essere intersezionale; deve farsi lotta di tutt3. Sapete, essere lesbica, raccontava uno slogan di qualche anno fa, non è semplice come bere un bicchier d’acqua; perché il lesbismo, così come l’alveo di tutte le soggettività lgbt+, mette in discussione l’ordine patriarcale e perché “il lesbismo non denota solo un orientamento sessuale o un marchio identitario, esso si pone invece come negazione determinata di un rapporto sociale di oppressione”.

Ed è qui che bisogna stare. Contro l’oppressione, per tutte quelle donne, quelle soggettività che oggi devono tornare ad autodeterminarsi e contagiarsi; contro razzismi diffusi, contro il possesso. “Il femminismo ha imparato a pensare e sentire in modi non binari. Il nostro potere risiede nel pensare al di là delle dicotomie imposte dai sistemi di dominio. I nostri corpi conservano le memorie, le conoscenze e il dolore dei nostri popoli e resistono alle politiche di oblio promosse dal capitalismo coloniale e dal patriarcato”. Sono le parole del manifesto femminista per la Palestina, un’eco che diventa ragione di lotta. Per tutt3 noi

*Lucia Caponera, presidente del circolo Differenza Lesbica Roma, è responsabile con Sara Grimaldi della Commissione Politiche di genere di Arci Roma e componente del Consiglio nazionale Arci dove, alla vigilia dell’immenso corteo del 25 novembre, ha pronunciato questo intervento

Lo strano bando di Lazio Crea: tempi impossibili e clausole strane

Rilanciamo il comunicato con cui il Forum del Terzo Settore del Lazio, di cui Arci è socia, chiede la sospensione dell’avviso pubblico Valorizzare Lazio

Le reti del terzo settore, gli operatori culturali hanno atteso a lungo l’uscita dell’Avviso pubblico di Lazio Crea finalizzato alla concessione dei contributi a sostegno delle iniziative volte alla valorizzazione della Regione Lazio e quando finalmente è successo, pochi giorni fa, il 26  ottobre, si sono trovate di fronte a un bando con molte clausole controverse – come ad esempio la possibilità di finanziare anche iniziative già effettuate – e, soprattutto, con tempi ristrettissimi per la partecipazione: meno di cinque giorni, tra il 2 e il 7 novembre, per rispondere a un bando quasi clandestino uscito reso pubblico solo una settimana prima.

Non vogliamo credere all’ipotesi dell’incompetenza o, peggio, a quella di una procedura concepita per pochi intimi e per questo il Forum del Terzo Settore del Lazio, ne chiede la sospensione immediata e la riapertura dei termini così da garantire l’accesso a quanti più soggetti possibili.

 

 

 

 

 

 

 

Stadio a Pietralata, la finzione del “dibattito pubblico”

E’ previsto dal nuovo codice degli appalti ma non è un confronto reale. Quello andava fatto prima del voto sull’interesse pubblico. Perché anche Arci Roma è a fianco dei comitati per il no allo stadio

«Ritengo che sia utile dare la parola ai cittadini» ma «il dibattito pubblico non è decisorio». Queste due frasi dell’assessore capitolino all’Urbanistiva Maurizio Veloccia, nonché capo di gabinetto del sindaco, racchiudono tutta la finzione della post-democrazia in una città che detiene il primato di consumo di suolo ed è in fondo a ogni classifica sulla vivibilità.

Il “dibattito pubblico” è una procedura prevista dal nuovo codice degli appalti in caso di grandi opere ma è stato concepito come una scatola vuota incapace di scalfire decisioni già prese altrove. Infatti né prevede che si svolga di fronte a un progetto compiuto, né prevede che la città possa pronunciarsi con strumenti di democrazia partecipata.

Lo hanno potuto constatare i cittadini e i comitati che hanno provato a partecipare alla procedura di dibattito pubblico sul nuovo stadio della As Roma gestita in questo caso da Nomisma, la società di consulenza fondata a Bologna da un gruppo di economisti, tra cui Romano Prodi, con il sostegno di alcune banche o grandi organismi economici.

Il nuovo stadio dovrebbe sorgere su un’area in cui era previsto un parco pubblico agognato da decenni dagli abitanti del quartiere Pietralata e divorerà un pregiato bosco urbano in un’area già congestionata dal traffico e assediata da cantieri programmati dallo SDO. Tutto deciso all’unanimità dall’Aula Giulio Cesare, che ha votato l’interesse pubblico dell’opera, senza consultare la cittadinanza e senza che sindaco e Veloccia si siano degnati di visitare l’area interessata dal progetto. Avrebbero potuto provare almeno a guardare la questione con gli occhi di chi vive o attraversa quel quartiere. Nulla di tutto questo. Il “partito dello Stadio” enfatizza molto il “contenuto di passioni” ma glissa sul contenuto di cemento, smog, rumore e sul carattere eminentemente privato della grande opera. Forse una democrazia sostanziale avrebbe votato l’eventuale interesse pubblico solo dopo un’ampio dibattito in città.

Arci Roma, al contrario, si è schierata a fianco dei comitati che hanno studiato per mesi e hanno elaborato una proposta alternativa rimediando solo commenti frettolosi e sprezzanti da parte della politica. Gli stessi toni già sentiti in occasione di altre importanti vertenze ambientali cittadine, dall’inceneritore al lago Bullicante, al Pratone di Torrespaccata.

Arci Roma è fermamente contraria all’”idea” del nuovo stadio della Roma, anzi della società che attualmente è proprietaria della squadra – perché farebbe sparire 14 ettari di parco che gli abitanti aspettano da tempo mentre il quadrante della città in cui vivono è già assediato da una costellazione di cantieri (SDO, nuova sede ISTAT, Technopole e Studentato della Sapienza ecc…).

Siamo dalla parte dei cittadini di quel quartiere, anche grazie al radicamento dei nostri circoli, e ci battiamo a fianco di molte altre vertenze ambientali perché i diritti alla salute, alla cultura, allo sport di base, all’abitare e al verde sono pezzi di un indivisibile diritto alla città. Per questo siamo con i cittadini di Pietralata quando chiedono che, al posto dello Stadio, nasca finalmente un parco e che a margine di quel parco possa vedere la luce la nuova sede del Policlinico Umberto I.

Come tantissima gente, amiamo il calcio ma odiamo il cemento, la speculazione edilizia e un modello di metropoli che privatizza gli spazi e li mercifica. A noi piace una città aperta, solidale, sostenibile.

Leggiamo insieme il comunicato emesso il 31 ottobre, all’indomani dell’ultimo incontro della procedura, dal Coordinamento Si al Parco, Si all’Umberto I° – No Allo Stadio, firmanto anche dal Coordinamento Le Mani Sulla Citta’, noi di Arci Roma, Fridays For Future, Ecoresistenze e Comitato Pratone Di Torre Spaccata.

“Nell’ultimo incontro del Dibattito Pubblico è andato in scena il medesimo copione di sempre: interventi ridondanti, non specifici ed autocelebrativi, ma mai puntuali o inerenti al progetto”, scrivono i comitati e le associazioni che si oppongono al nuovo stadio, all’indomani dell’ultimo degli incontri previsti dalla procedura. Il titolo prometteva “la palla ai cittadini” ma la funzione di chi è direttamente coinvolto dalla nuova opera è puramente ancillare nei meccanismi di post-democrazia. “La presenza del Dott. Michele Uva, direttore di Social & Environmental Sustainability della UEFA, è stato l’ultimo goffo tentativo di tirare a bordo soggetti utili solo alla propaganda politica ma manchevoli di una reale conoscenza del progetto e del quadrante di Pietralata”, si legge ancora sul comunicato congiunto. E’ stato proprio Uva ad adoperare toni trionfali sull’opera e sul suo contenuto di passioni.

“D’altronde, per citare il titolo di uno degli ultimi libri del Dott. UVA (Soldi VS Idee), l’intero iter sin qui adottato dal Comune di Roma è l’esatta rappresentazione della perenne battaglia tra interessi economici, ancorché politici, e la reale pianificazione del futuro della città basato su necessità e stato dei luoghi. Il dott. Uva ha continuato a sottolineare la piena sostenibilità dello stadio, senza accennare minimamente alla totale distruzione del parco già esistente.

Ieri, per l’ultima volta, siamo stati continuamente provocati da dichiarazioni fuorvianti e messaggi volti a dipingere la nostra contrarietà all’opera come una mancanza di conoscenza, come una forzatura perpetrata da pochi nei confronti dei molti (chi? Dove stavano?) con il solo intento di nascondere la pochezza di un confronto basato sul nulla, senza dati di qualunque tipo, davanti alla passione e alla volontà di chi invece voleva parlare, confrontarsi e dibattere realmente e far emergere la realtà, ovvero fare tutto quello che un vero dibattitto prevede.

In risposta a tutto questo, durante l’intervento dell’Ass. Veloccia, che ad oggi continua ad essere uno dei pochi a non aver visto l’area, abbiamo consegnato a tutti i relatori un dossier di controanalisi di 100 pagine e un progetto di fattibilità alternativo per l’area, redatto da studenti dell’Università degli Studi di Firenze, per la creazione del parco urbano più bello di Roma.

“Poi, educatamente abbiamo abbandonato la sala, svuotatasi quasi completamente, dando luogo, negli spazi adiacenti, ad un vero momento di confronto; le tante realtà sociali intervenute, rappresentanti le varie vertenze cittadine che stanno subendo l’arrogante atteggiamento della Giunta Gualtieri, funzionale agli interessi dei potentati economici, hanno visto riconosciuto un giusto spazio per esporre la propria motivata partecipazione, rilanciando i prossimi impegni, tra cui un dibattito da svolgersi all’Università La Sapienza sul consumo di suolo, il 13 Novembre, e un appuntamento nel quartiere di Pietralata per il 2 Dicembre, dove inviteremo referenti comunali e regionali ad una giornata di reale confronto con il quartiere”.

I comitati prenderanno visione del documento conclusivo che verrà redatto da Nomisma e valuteranno un ricorso al TAR qualora non dovesse rispecchiare quanto previsto dalla normativa, ma rinnovano la richiesta di un confronto con la Giunta: “l’unico futuro per la nostra città è quello in cui la programmazione e lo sviluppo siano davvero sostenibili, e partano dal preservare l’ambiente e la salute pubblica quale unico vero profitto a cui dovrebbe ambire la classe politica che attualmente governa”.

 

 

Palestina, l’Ufficio Decoro sequestra uno striscione a Sparwasser

Sullo striscione c’era scritto “Fermiamo il massacro: free Palestine”. Ora quella scritta spunterà davanti alle sedi di ogni circolo Arci [Vito Scalisi, Francesco Pellas*]

Roma, 26 ottobre – L’Ufficio Speciale Decoro Urbano del Comune di Roma ha rimosso uno striscione di solidarietà con il popolo palestinese che invocava il cessate il fuoco. 

È successo al Pigneto, presso il Circolo Arci Sparwasser, che aveva affisso nei giorni scorsi lo striscione che recitava “FERMIAMO IL MASSACRO – FREE PALESTINE”.

ecco lo striscione rimosso

 

I funzionari pubblici si sono presentati questa mattina, intorno alle ore 11.30, a circolo chiuso. Armati di scala, hanno rimosso lo striscione senza contattare preventivamente il circolo, che ha ricevuto la segnalazione tramite i propri canali social grazie a una passante.

“Da otto anni utilizziamo lo spazio sul tetto del circolo per lanciare messaggi ecologisti, femministi, pacifisti, di solidarietà attiva”, dichiara Francesco Pellas, presidente di Arci Sparwasser, “non era mai capitato nulla di simile, nessuno striscione era mai stato rimosso. Siamo profondamente indignati per questo atto dell’Ufficio Speciale Decoro Urbano del Comune di Roma, che prima di tutto lede la libertà di espressione. Siamo al punto che persino un appello a fermare il massacro viene considerato un messaggio da censurare” 

Attendiamo chiarimenti: nel mentre, affiggeremo un nuovo striscione e organizzeremo iniziative di solidarietà.

«Non conosciamo la direttiva dietro la quale si nasconde l’Ufficio Decoro – dichiara Vito Scalisi, presidente di Arci Roma:  – ma se davvero il mandato è riferito genericamente alla rimozione di scritte offensive, vogliamo capire dal Sindaco o dal Prefetto, chi può sentirsi offeso dalla richiesta di fermare un genocidio in corso. Questa vicenda ci parla di una discrezionalità tutta politica e finalizzata a imbavagliare perfino le forme più pacifiche di dissenso e di solidarietà con le vittime di una guerra terribile.. 

Lanciamo un appello a tutti i circoli e allə socə di Arci e alla cittadinanza che condivide il nostro appello al cessate il fuoco perché si espongano ovunque  cartelli e striscioni con il messaggio censurato “Fermiamo il massacro! Free Palestine”.

★ dopo la pubblicazione di questo comunicato 
ci è giunta la notizia che la sede nazionale 
di Arci ha esposto lo striscione "indecoroso"

 

➳  Vito Scalisi è il presidente di Arci Roma, Francesco Pellas è il presidente del circolo Arci Sparwasser

 

Cgil-Anpi-Arci, ecco perché saremo alla fiaccolata per la pace in Palestina

Questa crisi non è scoppiata all’improvviso. Israele ha una lunga storia di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, tra cui l’imposizione, impunita da decenni, di un sistema di apartheid

“Aderiamo all’appello promosso da molte associazioni per chiedere che siano difesi i diritti umani e la dignità di tutte le persone coinvolte nel conflitto in corso in Israele e in Palestina e venerdì 27 ottobre parteciperemo alla manifestazione che si terrà a Roma”. Lo dichiarano in una nota la Cgil di Roma e del Lazio, l’Anpi di Roma e l’Arci di Roma. “Come esplicitato nell’appello di lancio della manifestazione – continua la nota – l’attuale escalation di violenza è senza precedenti. In poche settimane, dagli attacchi perpetrati da Hamas, che vanno inequivocabilmente condannati, sono già migliaia le vittime civili da entrambe le parti e la situazione umanitaria è drammatica. Questa crisi non è scoppiata all’improvviso. Israele ha una lunga storia di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, tra cui l’imposizione, impunita per decenni, di un sistema di oppressione e discriminazione che Amnesty International, Human Rights Watch e B’Tselem hanno sostenuto essere un regime di apartheid”.

“Nella Striscia di Gaza – aggiungono Cgil di Roma e del Lazio, l’Anpi di Roma e l’Arci di Roma – stiamo assistendo a una delle più disperate crisi umanitarie, che sta colpendo più di 2,2 milioni di persone, con le autorità israeliane che hanno annunciato l’assedio totale di Gaza, bloccando l’ingresso di cibo, carburante e assistenza umanitaria e interrompendo la fornitura di acqua e elettricità, nel mezzo di una massiccia campagna di bombardamenti. L’ordine di evacuazione dei 24 ospedali senza garantire la sicurezza delle vie di fuga indicate per andare verso sud dimostra ancora una volta come i civili di Gaza non siano al sicuro in nessun luogo. Una reazione che va ben oltre la difesa e che si sta trasformando in una punizione collettiva. Per queste ragioni chiediamo alle istituzioni italiane ed europee di esercitare pressioni sullo Stato d’Israele affinché ponga fine all’assedio totale della Striscia di Gaza; di agire per la costruzione del dialogo e del rispetto reciproco tra israeliani e palestinesi e per dimostrare che la pace e la convivenza sono ancora possibili”, concludono la Cgil di Roma e del Lazio, l’Anpi di Roma e l’Arci di Roma.