L’orrore di Gaza è crimine di guerra

Si chiama rappresaglia, si chiama punizione collettiva quello che sta accadendo a Gaza. Il governo israeliano e il suo esercito devono essere fermati. L’Italia si impegni per misure immediate

Dal 7 ottobre scorso, i morti palestinesi nella Striscia sono più di 2.500*. Quasi 10.000 ormai i feriti. Si parla di più di 700 bambine e bambini, circa 450 donne e un migliaio di persone disperse sotto le macerie. Si contano 600.000 civili in viaggio dalle zone nord e centrali della Striscia di Gaza attraverso strade definite sicuredalle forze militari israeliane, ma che invece sono state bombardate. Morti e feriti tra la popolazione si contano in questi giorni anche in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. 

Stringere in una morsa una città già assediata da anni. Bombardare persone senza vie di fuga. Tagliare acqua, luce, gasolio, cibo.

Obbligare all’evacuazione una popolazione intera. Sapere che gli invalidi e i malati non possono evacuare, e non fare eccezioni. Costringere 600.000 persone ad ammassarsi in aree limitate in condizioni di vita impossibili.

Radere al suolo quartieri, e bombardare le strade usate per fuggire. Uccidere famiglie intere, bambini, anziani.

Chiedere agli ospedali di evacuare. Sapere che non ci sono ambulanze né apparecchiature salvavita per trasportare i malati – e non fare eccezioni. Bombardare, per obbligarli ad andarsene.

Uccidere medici e infermieri, giornalisti, personale Onu. Mancano persino i sacchi per i morti, a Gaza.

Si chiama rappresaglia, si chiama punizione collettiva.

E’ vietata dal diritto umanitario internazionale e di guerra. Non è giustificata da nulla, nemmeno da altri crimini subiti.Ed è vietata ancor di più allo stato occupante, che ha sempre l’obbligo di garantire vita e dignità alle popolazioni occupate. Sempre, senza eccezione alcuna.

L’orrore di questi giorni a Gaza è, per il diritto internazionale, crimine di guerra.

Il governo israeliano e il suo esercito devono essere fermati. 

Per questo, oggi serve ottenere misure immediate:

  • il cessate il fuoco su Gaza
  • la rinuncia alla invasione di terra
  • zone sicure nel sud, ma anche nel nord e nel centro di Gaza
  • zone sicure per gli ospedali
  • sicurezza per la popolazione civile
  • apertura regolare del valico di Rafah e libertà di movimento
  • approvvigionamenti regolari, certi e sufficienti alla vita dignitosa della popolazione
  • libertà di azione per le Nazioni Unite e le ONG per il soccorso umanitario

Il governo italiano deve unirsi alle Nazioni Unite, a tanta parte della comunità internazionale, alle Organizzazioni Non Governative impegnate per fermare la strage a Gaza, liberare gli ostaggi, fermare la violenza nella regione, impedire l’allargamento del conflitto.

Sono le condizioni perché possa ripartire, dopo averlo fatto marcire e rinnegato per anni, un negoziato vero per la fine dell’occupazione, per la nascita di uno stato di Palestina indipendente che viva a fianco di Israele in pace, libertà e sicurezza reciproca.

[*dati OCHA (United Nation Office Coordination Humanitarian Affairs) https://ochaopt.org/content/hostilities-gaza-strip-and-israel-flash-update-9]

7 ottobre, #laviamaestra è la riconquista dei diritti, tutti insieme

Il nostro mutualismo è conflittuale perché aspira a un altro mondo possibile [Vito Scalisi*]

Sarà un lungo corteo quello del 7 ottobre, anzi saranno due cortei convergenti verso Piazza S.Giovanni, luogo storico delle manifestazioni del movimento operaio. Ma a che serve il nostro stare insieme? A mettere le toppe su un tessuto logorato strutturalmente dal liberismo oppure a costruire le basi di un altro modo di vivere e di stare insieme?

La domanda con cui scenderemo in piazza è la stessa che sta ispirando i lavori  del Gruppo di lavoro sui mutualismi.

E la risposta sta tutta dentro la Costituzione, ossia sulla “Via Maestra” che dà il titolo all’appuntamento del 7 ottobre, promosso da Arci assieme a un centinaio di altri soggetti organizzati.

Sta dentro la Costituzione sebbene la Carta fondamentale sia stata già manomessa dalla fine del secolo scorso e non è più la Costituzione del ’48. A ben guardare ogni volta che è stata modificata è stato per allentare, se non proprio recidere, quei legami sociali di solidarietà che danno senso e forza ai nostri progetti collettivi. È stato così con la riforma del titolo V che ha introdotto le ambiguità della sussidiarietà, sarà così con l’autonomia differenziata e con il premierato che punta a scavalcare definitivamente i corpi intermedi inventando un legame diretto da leader e singoli.

Per noi Costituzione vuol dire soprattutto articolo 18: «I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione…». Un diritto, strettamente connesso agli altri diritti fondamentali stabiliti dalla Carta, dentro il quale c’è tutto il senso dell’Arci e il nostro desiderio di mutualismo, di quello scambio tra pari capace sia di trovare risposte ai bisogni concreti, sia di aprire lo spazio per immaginare e praticare alternative. Tutto il contrario della sussidiarietà!

Lo ha scritto molto bene Pino Ferraris: “Il reciproco aiuto per servizi di tipo mutualistico diventa momento di costruzione della solidarietà e della coesione necessaria a esprimere la forza della rivendicazione sindacale”, insegnandoci che il nostro mutualismo è conflittuale proprio perché aspira a un altro mondo possibile mentre lo prefigura.

I circoli e i comitati Arci ne stanno discutendo con una passione crescente grazie anche all’esperienza di un gruppo nazionale di lavoro ad hoc attivato dopo l’ultimo Congresso nazionale. Questo gruppo è lo strumento con cui siamo in relazione con esperienze preziose come Ri-Maflow di Milano, con la rete Fuori Mercato o la Soms, affiliata ad Arci, dentro la ex GKN. Ritroveremo anche loro nella nostra Via Maestra e marceremo affiancati. Insieme a loro ci siamo interrogati sulla necessità di acquisire un linguaggio comune per costruire sui territori e nei luoghi di lavoro strumenti solidaristici in “tempo di pace” perché siano efficaci e radicati nei momenti di crisi, ossia in questi tempi di attacco frontale all’idea stessa della solidarietà dal basso.

I nostri circoli devono essere sempre di più spazi a servizio del conflitto anche quando sembra predominante la dimensione ricreativa, la cultura non è neutrale proprio come la scienza. I nostri circoli sono i luoghi dove si incontrano e cooperano le figure sociali scaturite dalle controriforme neoliberali e divise sui posti di lavoro.

La Via Maestra è quella della riconquista dei diritti, tutti insieme, non quella dello smantellamento del welfare.

 

*Vito Scalisi, oltre ad essere presidente di Arci Roma, è delegato nazionale Mutualismo. Questo articolo è apparso per la prima volta sul sito di Arci nazionale

Arcisconti, la tessera ti porta anche a Short Theatre

Il primo Arcisconto della rentrèe estiva. Dal 3 al 17 settembre si svolgerà Short Theatre, festival multidisciplinare della scena contemporanea

Il primo Arcisconto della rentrèe estiva. Dal 3 al 17 settembre, alla Pelanda e in vari altrove teatrali, si svolgerà Short Theatre, festival multidisciplinare della scena contemporanea giunto alla diciottesima edizione.

Il programma è davvero ricchissimo e coinvolge, tra gli altri, molti artisti che provengono dai nostri spazi, dall’Angelo Mai al Trenta Formiche, da Fivizzano 27 al Fanfulla, tanto per fare nomi…

Il biglietto ridotto per i soci Arci si può comprare on-line selezionando l’opzione “ridotto” oppure

direttamente in biglietteria (che si riserva il diritto di verificare il possesso della tessera Arci).

Gli spettacoli, le performance e le attività che richiedono l’acquisto di un biglietto sono disponibili su Vivaticket. Tutte le altre attività che richiedono prenotazione sono invece disponibili su Eventbrite

Su www.shorttheatre.org cerca la pagina dell’evento che ti interessa e clicca su “Acquista qui” o “Prenota qui”. Buona fruizione a tuttə (e non dimenticate la nostra utilissima tessera)

Angelo Mai ha ragioni (da non vendere)

Nota stampa Arci Roma. L’Angelo Mai, circolo Arci da ben sei anni, è un presidio culturale importante per la nostra città. Adesso lo sostiene anche la seconda sezione civile del tribunale di Roma

L’Angelo Mai, circolo Arci da ben sei anni, è un presidio culturale importante per la nostra città. Adesso lo sostiene anche la seconda sezione civile del tribunale di Roma che, dopo anni di processo, ha finalmente accolto l’opposizione all’ingiunzione di Roma Capitale riconoscendo che l’attività economica non è prevalente e ritenendo quindi ingiustificate le richieste dell’amministrazione sulla determinazione dei canoni dovuti.
Fin dalla sua affiliazione nel 2018, Arci Roma è stata a fianco dell’Angelo Mai in una battaglia decisiva per il diritto agli spazi, alla loro fruizione da parte di esperienze autorganizzate e fuori dalle logiche di mercato.

E’ per questo che abbiamo voluto celebrare il nostro congresso provinciale, nel 2022, proprio nello spazio di Via delle Terme di Caracalla invitando molti esponenti della Giunta e lo stesso sindaco a discutere con noi, in quella sede.

Certo, non è finita qui: la politica deve ricavare da tutto ciò la lezione che l’assedio alle esperienze di autorganizzazione deve finire. Intanto, va definito al più presto il percorso di regolarizzazione dell’Angelo Mai nello spazio di Viale delle Terme di Caracalla ma ci sono anche altre vertenze che stanno mettendo in bilico l’agibilità di altri spazi e che hanno bisogno dell’attenzione e della solidarietà di tuttə. Arci Roma e la rete dei circoli saranno sempre tra coloro che si battono per il diritto alla città.

Brucia l’Asilo nel Bosco del circolo La Fattorietta

Scalisi: «Atto intimidatorio che non fermerà le attività educative e sociali in quell’angolo verde al centro di Roma». Nota stampa Arci Roma del 3 agosto 2023

 

Un incendio doloso ha mandato in fumo stanotte l’Asilo nel Bosco della La Fattorietta, il circolo #Arci che si affaccia sulla Valle del Gelsomino. Ne dà notizia lo stesso circolo pubblicando sui social le immagini del rogo precisando che non ci sono stati danni a persone e animali. Il circolo Arci, infatti, è una fattoria didattica a pochi passi da Via Gregorio VII, alle spalle del Vaticano, un angolo di verde al centro Roma da anni difeso dalla speculazione edilizia, per il quale si sta discutendo della costruzione di un eliporto.

«Lə nostrə socə sono sconvoltə ma determinatə a ricominciare prima possibile anche grazie alla solidarietà che sapremo mettere in pratica – spiega Vito Scalisi, presidente di Arci Roma – ad essere lesa è la nostra comunità che non tarderà a reagire di fronte a un atto intimidatorio che non fermerà le attività educative e sociali presenti in quell’angolo di verde al centro di Roma. Dai circoli Arci siamo già arrivati per dare solidarietà e supporto. Faremo la nostra parte per fare ripartire le attività già da settembre. Ci aspettiamo che anche il Campidoglio faccia la sua parte».

Arci Roma, nei prossimi giorni, fornirà i dettagli per la raccolta fondi e delle iniziative che faranno rinascere l’Asilo nel Bosco.

Formazione musicale, il bonus di Gotor non aiuta le famiglie più povere

Nota Stampa Arci Roma 14 luglio 2023

Esprimiamo profonda perplessità sui contenuti dell’incontro convocato dall’assessorato alla cultura alla presenza di Miguel Gotor finalizzato ad una misura di sostegno alla formazione musicale per redditi ISEE non superiori ai 25.000 euro a copertura parziale (40%) delle spese di partecipazione ai corsi di musica.
Un finanziamento che di fatto graverebbe per la restante parte sulle famiglie stesse e sul lavoro delle scuole di musica.
La platea che vuole raggiungere in questo modo l’assessorato è di mille persone e rimane non chiara la distribuzione territoriale.
Premesso che il Terzo Settore della formazione musicale, che annovera dentro Arci Roma 12 scuole di musica, è già impegnato nell’accessibilità a fasce di reddito più disagiate, ci riserviamo di produrre una nota – come concordato – a commento della proposta, ma riteniamo già da ora troppo alta la soglia ISEE che andrebbe abbassata ad una fascia non superiore ai 15mila euro così da puntare a raggiungere fasce di povertà conclamate in particolar modo dei quartieri periferici ottenendo due risultati: da un parte una platea meno ampia ma che non disperda il contributo pubblico a fasce che non hanno difficoltà di accesso alla cultura, dall’altra di aumentare il contributo a copertura totale dei costi di formazione.

In nome della solidarietà  e dei diritti. Con Simona nel cuore

Un premio per ricordare Simona Sinopoli. Il riconoscimento alle tesi di laurea indetto da Arci, Asgi, MD, in collaborazione con Anpi

È un omaggio a Simona Sinopoli il Premio di Laurea indetto da Arci, Asgi, Magistratura Democratica, in collaborazione con Anpi.

Allo scopo di mantenere vivo il ricordo di Simona Sinopoli e del suo impegno sociale e politico per i diritti umani, contro ogni forma di razzismo e fascismo, per i diritti delle donne sono stati riservati tre Premi, per Tesi di Laurea che affrontino i temi dell’immigrazione e del diritto d’asilo.

In particolare, si intendono valorizzare gli studi che approfondiscano il tema della criminalizzazione della solidarietà  e dei diritti. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un uso improprio delle già discutibili leggi antiterrorismo e di quelle sugli ingressi irregolari ai danni di difensori dei diritti umani. Sono stati avviati numerosi procedimenti giudiziari contro chi agisce con solidarietà  verso le persone rifugiate, richiedenti asilo e migranti. Un pasto caldo, dei vestiti, ospitalità, un salvataggio nel mare, un accompagnamento tra i sentieri o uno acquisto di biglietti del treno sono diventati atti propedeutici all’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare. Tempi, risorse umane ed economiche distorti dalla lotta alla tratta e allo sfruttamento degli esseri umani.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il premio in questa prima edizione sarà  conferito da una Commissione di valutazione composta dal Comitato Scientifico con il supporto del Comitato Promotore del Premio.

Il Comitato Scientifico, presieduto da Luciana Castellina, è composto da: Alessandra Algostino (Università degli Studi di Torino), Luciana Breggia (Magistrata), Angelo Caputo (Magistrato), Francesca Curi (Alma Mater Studiorum – Università  di Bologna), Antonella Di Florio (Magistrata), Domenico Gallo (Magistrato), Marcello Maneri (Università  degli Studi Milano la Bicocca), Luca Masera (Università  degli Studi di Brescia), Livio Pepino (Magistrato), Fabio Quassoli (Università  degli Studi Milano — Bicocca), Katia Scannavini (Università  Roma Tre), Alessandra Sciurba (Università  degli Studi di Palermo). Il Comitato Promotore è composto da rappresentanti delle organizzazioni sostenitrici: Silvia Albano (Md), Filippo Miraglia (Arci), Lorenzo Trucco (Asgi), Fabrizio De Santis (Anpi).

La domanda di partecipazione deve essere spedita entro il 15 dicembre 2022 alla mail premiosinopoli@gmail.com

Per leggere il regolamento: https://www.arci.it/campagna/premio-di-laurea-simona-sinopoli/

Il gesto di Silvia, il 5×1000 all’Arci #accoglientipernatura

È un gesto semplice ma pieno di significato, come quello di Silvia, di Akkittate e di Arci Roma. Un gesto che racconta di noi

Decido di passare la serata in circolo Arci dove sono certo di trovare un luogo accogliente ascoltando un po’ di musica. Cerco quello più vicino a dove mi trovo, dalle parti del Colosseo, e mi imbatto nel The Barber Shop. Appena dentro penso di essere in errore. Però, no, mi dico,  hanno controllato la tessera all’entrata. Quindi sono nel posto giusto.

Mi guardo nuovamente intorno e la ragazza che sta tagliando i capelli è sempre li, non è uno scherzo della mia fantasia.

È questa la storia che abbiamo scelto di raccontare da Roma, nell’ambito della campagna per il 5 per mille dell’Arci. Accade in un circolo nel centro di Roma, che ha preso il posto di una vecchia bottega di quartiere conservandone l’aspetto con poltrone, prodotti e stampe d’epoca. È proprio questo genius loci che ha consentito agli animatori del posto di entrare in relazione con il centro d’accoglienza di Akkittate nella vicina via Galilei, uno spazio temporaneo gestito per l’emergenza freddo. Da lì, un lunedì sì e uno no, gli ospiti del centro possono recarsi al circolo per farsi fare barba e capelli da Silvia, una delle tante persone che grazie ad Arci si mettono a disposizione della comunità  e della sua parte più fragile.

Progetti di mutuo soccorso come Akkittate,  forniscono assistenza e ristoro ai senza fissa dimora, con l’obiettivo offrire il sostegno necessario a sviluppare opportunità  di reinserimento nella società.

Questo è il nostro DNA.

è un gesto semplice ma pieno di significato, come quello di Silvia, di Akkittate e di Arci Roma. Un gesto che racconta di noi: Accoglienti per natura.

#accoglientipernatura

È tempo di più Arci, non è tempo di guerra!

La relazione del presidente Vito Scalisi al decimo congresso di Arci Roma che si è tenuto il 3 maggio 2022 all’Angelo Mai

Benvenute e benvenuti al decimo congresso della Arci di Roma.

L’immagine grafica elaborata da Carlotta Cacciante, che ringrazio, riprende la famosa foto stampata sulle pagine del New York Herald Tribune con undici operai che consumano il pranzo seduti su una trave sospesa a 250 metri. Divenne l’immagine iconica della rinascita di una metropoli come New York e di una epoca che guardava al futuro, oggi divenuta anche simbolo della forza del lavoro degli operai e delle operaie. Abbiamo voluto ricontestualizzare la foto nello spazio di una città  metropolitana stilizzato, nel rispetto degli equilibri sociali di genere, e in un tempo della nostra giornata più ludico e ricreativo, nel tempo che definisco liberato, un tempo di pace, quello che raccoglie gli unici lassi temporali di una giornata dove ci creiamo per come desideriamo realmente. Il tempo liberato è quello in cui ci si autodetermina, si elabora, si costruisce la lotta, si milita o ci si dedica alle attività  di volontariato, tempo di frattura proprio dalle catene di montaggio lavorative. È il tempo fuori dallo smart working, probabilmente l’unico in cui continueremo a incontrarci fisicamente. È proprio la lotta di rivendicazione al diritto di vivere questo tempo per tutti e tutte, italiani, profughi e migranti, donne, uomini, adolescenti che sta alle radici della nascita dei Circoli Arci, delle nostre case del popolo e del nostro lavoro quotidiano.

Ieri come oggi il modello dello scambio della reciprocità  per una finalità  condivisa, viene fissato negli scopi sociali trascritti nei nostri modelli statutari che regolamentano la vita democratica delle nostre associazioni. Il diritto al tempo ricreativo viene sancito già  nel 1956 quando i Circoli si costituiscono in Alleanza per la ricreazione popolare che porterà  l’anno successivo alla fondazione dell’Arci che questo mese il 26 di maggio compirà  65 anni. Nel nome, così come negli scopi sociali, c’è la Ricreazione intesa come ricrearsi, come rigenerazione, come intervallo, come riposo dall’attività  lavorativa per le classi sociali anche meno abbienti, che finalmente ottengono questo diritto e a cui l’Arci associa un valore di lotta politica oltreché culturale e sociale. Così il modello ricreativo viene eretto anche a momento di confronto, scambio, analisi e crescita tra i soci e le socie sfruttando e connettendo persone attraverso mezzi ludici come il gioco non competitivo, dalle bocce alle carta fino al biliardino, o attraverso le svariate forme artistiche, ponti tra le anime, la formazione e la condivisione di cibo e bevande. Il ludico e ricreativo, così come una festa o un banchetto è già  nel IV Secolo A.C. momento di alta filosofia per indagare le relazioni umane e la complessità  della vita. Se nel caso del simposio platonico, esempio di convivialità, parliamo di cultura degli intellettuali contrapposta a quella dei semplici, l’associazionismo dei Circoli Arci lavora ieri come oggi per il superamento di questa dicotomia. I momenti di socialità  sono declinati in spazi dove l’oggetto sociale e il nostro tesseramento determinano a priori i confini della discussione discriminando, quindi, i temi ammessi che escludono ogni forma di discriminazione di sesso, di colore o di religione.

Ad essere colpito nell’anno del Covid dai decreti ministeriali in particolar modo è stato proprio questo tempo definito non essenziale, perché fuori dalle logiche di produzione materiale.

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Sono stati anni difficilissimi, non possiamo non soffermaci su questo, per l’Arci e per i Circoli.

Quattro anni fa potevamo immaginare solo alcune delle sfide che avremmo dovuto affrontare. Abbiamo traghettato questa associazione fino ad oggi portando a conclusione il mandato e la rinnovata fiducia che i Circoli Arci di Roma riposero in Simona Sinopoli nel 2018. Simona ci ha lasciati poco più di un anno fa dopo aver combattuto senza tregua, come una vera guerriera, contro una malattia lancinante e invincibile. Mi sono ritrovato senza la sua esperienza e i suoi consigli ad affrontare sfide insormontabili. Un lutto profondo per l’Arci di Roma, proprio nel momento più complesso per la nostra associazione.

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Consapevolmente distanti e in opposizione politica e culturale alla Giunta pentastellata guidata dall’ex Sindaca Virginia Raggi. Nel momento in cui la delibera 140, mostrava il suo vero volto abbattendosi sulla città  come una ruspa cinica e disgregante. Era una città  sotto sgombero che chiudeva spazi di promozione sociale e culturale e storiche occupazioni con i sigilli del liberismo verniciati di demagogia legalitaria. Dal Rialto al Cinema America, da Scup al Teatro Valle al Sans Papier e al Cinema Palazzo solo per citarne alcuni. Mentre i presidi sociali e culturali chiudevano, il M5S, nemico a parole di tutti i partiti, trovava in quella fase i suoi alleati nella destra più estrema, nemica dei sindacati, nemica degli immigrati, nemica dei poveri. La propaganda populista sulla fine delle ideologie, riportava le estreme destre ad essere accolte nelle piazze d’Italia e nelle periferie della nostra città . L’odio razziale, bieco e violento, imperversava sui social senza argini. Salvini indicava nei centri sociali e nell’Arci due nemici da abbattere. Le sinistre divise intanto mostravano la loro profonda debolezza e incapacità  di reagire agli errori commessi durante il decennio di crisi del debito sovrano, arrancando sotto il nuovo slancio che le politiche neoliberiste ricevevano dal giovane e astuto, Renzi rottamatore e poco dopo rottamato anche lui dalle forze sociali.

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Quattro anni fa rinnovammo in questo quadro avverso il nostro impegno a sostegno dell’innovazione sociale, del sistema di accoglienza per profughi e migranti e dei processi partecipativi dal basso, contro le spinte liberiste e populiste, contro le privatizzazioni e lo smantellamento del welfare. Eravamo nella sede dello storico Concetto Marchesi, al Tiburtino III, quell’anno, rimarcando il nostro impegno nelle periferie di Roma contro le destre che imperversavano. Oggi siamo nel centro di Roma, in un luogo simbolo allo stesso modo delle lotte di resistenza e rivendicazione sociale e culturale come l’Angelo Mai, occupazione prima, circolo Arci oggi, figlio delle occupazioni abitative, laboratorio di partecipazione dal basso, centro di produzione artistico e culturale innovativo.

Non potevamo di certo immaginare (difficile prendere per noi sul serio Bill Gates) che una profonda crisi sanitaria ci avrebbe colpito in pieno, destrutturando al cuore quei processi di socializzazione e autofinanziamento che sono la nostra vera principale e distintiva forza. Non eravamo pronti e non lo erano i Circoli. Sono stati anni di profonda autoanalisi, di rielaborazione costante e continua, in una condizione di straordinaria emergenza, nel tentativo di non lasciare indietro nessuno. Vi comunicammo di dover sospendere ogni attività  e di chiudere i vostri Circoli in 24 ore. Non era mai accaduto nei 65 anni di storia dell’Arci.

Sono rimasto colpito dalla capacità  di reazione delle nostre associazioni e dei vostri Circoli, ben presto le nostre sedi associative sono divenute dei magazzini di raccolta di generi di prima necessità. Abbiamo chiuso i nostri palchi, le nostre aule, i nostri bar sociali, i nostri studi di registrazione, i nostri parchi, le nostre aree gioco. Da subito attivi per sostenere i settori più fragili della popolazione, con iniziative e volontari/e in ogni municipio della città . Grazie al coordinamento con il Forum Regionale del Terzo Settore Lazio (di cui Arci Roma è socia), i circoli Arci della Capitale hanno promosso e supportato la distribuzione di pacchi alimentari e buoni spesa, le spese a domicilio per gli anziani, la raccolta e distribuzione di cibo e vestiario durante l’emergenza freddo, l’apertura e la gestione di due rifugi per i senza-tetto nei mesi invernali, attività  di supporto scolastico online e di aiuto psicologico. Sono stati più di 1000 i volontari coinvolti e oltre 24.000 le persone raggiunte a Roma tramite le attività  di supporto, segno inequivocabile della vitalità  e del radicamento dell’associazione.

Arci Roma e la rete dei circoli Arci giornalmente provano concretamente con il loro lavoro che mettendo insieme più professionalità  e sinergie è possibile arrivare ad una inclusione sociale, partendo dalla persona e dai suoi desideri – come forma di “cura di sè” (Foucault) – rendendolo attivo – e consapevole – nella costruzione della propria vita

Lo abbiamo provato con la rete “Akkittate” che, nata durante la pandemia, continua a mettere insieme “collaborazioni” anche trasversali riuscendo a lavorare per l’inclusione sociale dei senza tetto; con Nonna Roma che durante la pandemia ha messo in moto decine di connessioni con altri circoli per sopperire all’inerzia del Comune di Roma che in una situazione di emergenza non è stato in grado di gestire tempestivamente gli aiuti economici per i beni di prima necessità  erogati dal governo nazionale. E ancora lo facciamo con il nostro Comitato che lavora sull’accoglienza sia a Roma che a Monterotondo con professionalità .

Arci deve fare tesoro della esperienza pandemica di rete tra i circoli e dei volontari, il più grande trauma nella storia dell’associazione. Nel secondo lockdown autunnale del 2020 ad essere chiusi in modo netto per una seconda volta furono solo i luoghi della cultura. Declassati ad attività  secondarie, spariti dal dibattito pubblico e senza ristori nazionali. Se non fosse stato per gli interventi della Regione Lazio, a cui va il mio riconoscimento, oggi decine di Circoli Arci e centinaia di associazioni non avrebbero ripreso le loro attività . Abbiamo pagato il prezzo più alto di tutti per gli effetti dello smantellamento del Welfare e delle politiche di privatizzazione dell’apparato pubblico: sanità , scuola e trasporti. Il taglio trentennale dei posti letto nei nostri ospedali, i tagli al personale, i mancati investimenti nelle infrastrutture scolastiche e nella rete dei trasporti hanno reso la diffusione del virus incontrollabile. Ancora una volta ad emergere sono state le contraddizioni del sistema capitalista incapace di salvare vite umane. Fermare la macchina del profitto per interrompere la circolazione del virus ma relegando alla povertà  milioni di persone senza nessun supporto statale, o tenerla in moto decretandone la morte di centinaia di migliaia? Nell’impasse, nella stortura sistemica, per evitare l’implosione del sistema capitalista si è scelto di chiudere le attività  meno essenziali alla sua sopravvivenza. Si è scelto di chiudere la cultura! E questo è inaccettabile che riaccada. La pandemia ha dimostrato che il capitalismo e il liberismo, non sono la via migliore alla realizzazione individuale e non sono l’unica forma di società  sostenibile perché sono interamente basati sulla ripetitività  dei modelli di interazione, sulla disuguaglianza, sulla possibilità  di pagare le persone sempre meno e sempre peggio e sulla catena di sfruttamento generata da questo dumping salariale. Il lavoratore dello spettacolo pagato in spicci comprerà  alcolici a basso costo, realizzati da lavoratori pagati ancora meno. È un sistema che necessita della capacità  di catalogazione e misurazione delle azioni sociali che detesta azioni imprevedibili e non tracciabili. Che detesta l’espressione artistica, perché l’improvvisazione non è tracciabile: ieri il Festival dei poeti di Castel Porziano, oggi il free party di Viterbo.

Un sistema, quello capitalista, oramai al collasso ma che proprio ora mostrerà  il suo volto peggiore: spietato e affamato.

Sono anni difficili, attraversiamo una fase storica unica. Il gravissimo attacco alla sede nazionale della CGIL, prima, e oggi all’Anpi: muri, baluardi, memoria storica degli italiani in difesa della nostra costituzione, del nostro stato sociale e della nostra democrazia, sono brutti segnali. Ancora più grave che l’attacco all’Anpi sia partito da un pezzo del centrosinistra, lo stesso che aveva appoggiato non a caso il referendum costituzionale di Renzi al quale l’Anpi si era opposta. Segnali forti di forze in crisi che tendono a destabilizzare il nostro sistema democratico per recuperare terreno. I fascismi da una parte, il mercato economico liberista dall’altro.

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Vengo a noi, alla nostra città  a questa nuova giunta comunale e nostro Sindaco che hanno una grande opportunità: risanare una ferita storica con i presidi sociali e culturali di questa città  e di offrire alle future generazioni una visione, un modello di progettazione sociale e culturale nuovo e innovativo nel rispetto della storia di questa grande città  europea e dei modelli di socialità  metropolitana aperto a tutte le generazioni, dai più giovani a più anziani, rilanciando questa città  sotto il profilo culturale, sociale ed economico.

Per farlo bisogna innanzitutto abolire la delibera 140 e impegnarsi con l’istituzione di tavoli di coprogrammazione nella stesura di un Regolamento del Patrimonio pubblico di Roma Capitale, che consenta il recupero e il riutilizzo degli stabili e degli spazi per finalità  culturali e sociali, e riconosca il portato e il valore delle centinaia di associazioni ed esperienze che da anni operano nei quartieri della Capitale.

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Bisogna poi superare la logica dell'”eventismo”, favorendo la crescita di percorsi ed esperienze stabili nel tempo, che possano contribuire a sviluppare identità  e senso di comunità  all’interno dei territori. A questo fine, è necessario incrementare lo stanziamento e il trasferimento di fondi per attività  artistico-culturali e sociali a tutti i Municipi di Roma. Prevedere l’emanazione di bandi comunali e municipali finalizzati all’attivazione di percorsi culturali con cadenza stabile e strutturata durante il corso dell’anno; il rispetto delle tempistiche indicate nell’avviso pubblico per l’erogazione dei relativi finanziamenti; l’anticipo di almeno il 50% del finanziamento concesso prima della realizzazione dell’attività.

Va rilanciata l’Estate romana, raddoppiando i fondi stanziati per la promozione di attività  e occasioni artistico-culturali nei municipi, anche attraverso forme di economia circolare; con assegnazioni di aree pubbliche per eventi culturali di almeno 5 anni di durata e caratterizzate da un approccio collaborativo dell’amministrazione mediante l’introduzione di figure/uffici intermedi che rendano i rapporti tra organizzatori e amministrazione più costruttivi nell’interesse della qualità  della proposta.

Va semplificata e agevolata la realizzazione di attività  artistico-culturali all’aperto, negli spazi pubblici della città  (piazze, parchi, ville, viali), che ad oggi richiedono un investimento di tempi e risorse economiche iniziali tali da scoraggiare qualsiasi iniziativa in questa direzione.

Bisogna promuovere l’interazione degli Assessorati alle politiche culturali con quelli alle politiche educative e sociali, al fine di sostenere una programmazione artistico-culturale che abbia come fine integrato l’inclusione sociale, con un’idea di cultura come strumento di emancipazione sociale per i singoli e le comunità. A questo scopo, nell’ottica di sancire il Diritto alla Musica e alle Arti per tutti/e i/le bambini/e come diritto inalienabile alla crescita nella scuola e nel territorio, vanno finanziate per ogni municipio borse di studio per le arti e buoni destinati alle fasce della popolazione in difficoltà  economica da investire nelle librerie, nei musei, teatri, scuole di musica e cinema di quartiere.

Serve un fondo comunale per sovvenzionare i live club, istituzioni culturali riconosciute in Europa e non ancora in Italia su cui è in discussione in parlamento una proposta di legge – che vogliono migliorare l’insonorizzazione dei propri locali, sul modello di quanto realizzato nella città  di Berlino, con l’obiettivo di favorire la nascita e lo sviluppo di spazi che promuovono musica dal vivo, riconoscendone e tutelandone il ruolo, e che non entrino in contrasto con le comunità  in cui operano.

Infine bisogna valorizzare e tutelare i Festival Storici dell’Estate Romana. Festival come Villa Ada Roma Incontra il mondo in Europa sono riconosciuti nel loro portato storico e tutelati in quanto tali. A Roma a caratterizzare gli ultimi anni delle politiche culturali sono state incertezze amministrative, mancanza di tavoli di confronto, ricorsi pluriennali e l’apertura a soggetti prettamente commerciali che hanno fortemente danneggiato la progettualità  e competitività  di kermesse che sono fiore all’occhiello di Roma Capitale. L’ultimo progetto oggi assegnatario dell’area di Villa Ada è emblematico delle storture dietro a bandi scritti male, un progetto fotocopia del nostro che ha vinto dichiarando eventi tutti gratuiti e che oggi annuncia solo date a pagamento senza che nessun assessorato e dipartimento ponga degli argini a questa truffa ai danni dei cittadini e delle cittadine romane.

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Centrale poi per Arci Roma, e per la rete dei Circoli Arci che operano in ambito artistico-culturale, è il tema della socialità, diurna e notturna, giovanile e non. Tematica che va  sottratta alle categorie di degrado, decoro, ordine pubblico, devianza, sicurezza e rilanciata in termini di progettazione e gestione dello spazio pubblico. La liberalizzazione delle licenze commerciali a Roma ha portato alla costituzione dei “distretti del loisir” senza un dibattito pubblico che ne definisse la funzione e i diritti e le responsabilità degli attori. In parallelo, la narrazione securitaria, le ordinanze repressive, e i tagli alla spesa pubblica hanno prodotto una recinzione dei luoghi della cultura e della sperimentazione artistica amplificando i conflitti tra residenti e promotori culturali. Le politiche securitarie in particolare portano allo svuotamento delle strade donando più spazi alla microcriminalità, un dato che è stato evidente durante i mesi di lockdown e coprifuoco. A mio avviso l’antidoto può essere solo una democrazia diffusa, che si ponga il problema dell’efficacia delle pratiche di riappropriazione degli spazi di socialità , condivisione e promozione, siano essi pubblici o privati. Il risultato è la banalizzazione del discorso alla voce “movida”, l’impossibilità di relazioni sociali senza consumare una merce e quello di una conflittualità  orizzontale, diffusa fra i vari attori urbani.

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C’è infine la necessità di rimettere al centro le politiche sociali per invertire le logiche del modello di sviluppo attuale, con processi di decentramento verso una maggiore sostenibilità sociale ed ecologica e rilanciando progetti di sviluppo territoriali partecipati. La forbice crescente tra bisogni e risposte offre spazio alle mafie ed al loro welfare alternativo.  I servizi pubblici devono essere adeguati ai bisogni con una centralità della programmazione e della condivisione dei processi. Le politiche sociali sono il tema che caratterizza una società inclusiva. Ci sono elementi per ripensare il modello di welfare, nel quale il Terzo Settore può mettere a tema la propria capacità di leggere il territorio dentro prassi di rigenerazione urbana e di innovazione. Si deve andare nella direzione di investimenti strutturali per sostenere la protezione sociale, il benessere ambientale, l’esercizio dei diritti e il mutualismo come valore e pratica fondante. Sono gli enti locali che dovranno mettere in pratica nuove relazioni con il Terzo Settore. Bisogna superare l'”antipatia”, che ha caratterizzato questi ultimi anni, verso i tavoli di co-programmazione e di amministrazione condivisa dei beni comuni.
Va superata, l’insufficienza e fragilità degli interventi sociali, uscendo dalla logica dei bandi al ribasso, attraverso l’impiego di risorse adeguate, il riconoscimento dei livelli essenziali di assistenza e passando per il rilancio dei piani sociali di zona . È determinante un aumento della spesa sociale di Roma Capitale, che si contrapponga ai tagli degli ultimi anni.

In questo lavoro i Circoli sono una risorsa inestimabile di presidio territoriale, luogo di incontro e sperimentazione per combattere la gentrificazione, per rigenerare un senso di appartenenza attraverso “la ricreazione” sempre più in riduzione perché pensato a tempi di lavoro e di vita del ‘900.

I Progetti sono la possibilità  tutt’altro che nuova di affiliare esperienze interessanti che insistono all’interno delle aree metropolitane e che condividono aspetti valoriali e finalità  sociali con Arci. Il carattere mutualistico e di inclusione di nuove progettualità  può essere la risposta nazionale alle mille sfaccettature di marginalità , di analfabetismo di ritorno, di emancipazione degli ultimi e dei penultimi.

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Nostro compito è, compito dell’Arci, è difendere l’associazionismo tutto che sia sociale o culturale, di volontariato o sportivo, che sia arci o non arci. che rischia di inciampare malamente nei lacci della riforma del terzo settore che ci vuole sussidiari al pubblico e meri erogatori di servizi nei territori.

Questo ruolo noi non lo vogliamo. Lo Stato si assuma le sue responsabilità. Aggregare ed emancipare le persone e i territori nel riconoscimento dei diritti inalienabili, questo è il nostro compito sociale, culturale e politico che si fonda sulla nostra capacità di autogestione, di autodeterminazione e autofinanziamento. Centri sociali, presidi informali e associazionismo rappresentano le ultime sacche di resistenza alle regole del mercato e del profitto.

Siamo lavoratori e lavoratrici, siamo volontari e volontarie, siamo operatori e operatrici del sociale, del mondo della promozione culturale, siamo militanti in lotta contro ogni forma di discriminazione, contro le diseguaglianze, per il diritto alla pace, a godere del tempo libero, per il diritto di accesso all’istruzione e alla cultura a tutte le fasce sociali, per il diritto ad una casa e al lavoro. Siamo militanti contro le mafie, antiproibizionisti e contro ogni tipo di cultura del decoro borghese e bigotta, per le libertà di genere, orgogliosi di rivendicare una sessualità libera. Noi non copriamo i buchi dello stato sociale come vuole una riforma del terzo settore nata già vecchia, noi facciamo politica. Vogliamo riproporre il nostro lavoro nei territori in modo orgoglioso e batterci perché il nostro modello associativo, unico in Europa, sia riconosciuto così com’è.

Cari e care delegate, care e cari compagni e compagne, cari e care presidenti:

È tempo di investire nella scuola, nella sanità , nei trasporti pubblici. Non è tempo di guerra. È tempo di più musica, non è tempo di guerra. È Tempo di accogliere. Non è tempo di guerra. È tempo di partorire stelle danzanti, non è tempo di guerra. È Tempo di prenderci cura del nostro pianeta. Nonè tempo di guerra. Non è tempo di guerra, è tempo di più Arci!

Al gioco e alla lotta!

Buon congresso

Socialità  metropolitana

Il documento del X Congresso di ARCI ROMA/ ANGELO MAI, 3 MAGGIO 2022

scarica qui il pdf del DOCUMENTO DEL DECIMO CONGRESSO DI ARCI ROMA

1 LUOGHI E TEMI DELLE CULTURE METROPOLITANE

L’Arci Roma è un’associazione indipendente di promozione sociale e civile. Con oltre

85.000 soci e 80 circoli rappresenta un tassello fondamentale per la vita democratica della città. È impegnata nella promozione e nello sviluppo dell’associazionismo, che intende come fattore di coesione sociale, come strumento di impegno civile e di promozione della pace e diritti di cittadinanza, come dispositivo di lotta contro ogni forma di esclusione e discriminazione.

Il Comitato Arci Roma valorizza l’operato di volontarie e volontari del Servizio Civile Nazionale e dei propri circoli romani per l’attivazione di scuole popolari di italiano per stranieri, per sportelli legali-amministrativi rivolti a italiani e migranti, per azioni di contrasto alle povertà e alle disuguaglianze. In totale, fra sedi associate e comitato, conta approssimativamente circa 200 lavoratori e si avvale del supporto di circa 500 soci volontari (con polizza attiva).

Il Comitato è inoltre gestore di quattro progetti di accoglienza per donne migranti SAI nei Comuni di Roma e Monterotondo, con un impiego complessivo di circa 25 dipendenti.

Tra i circoli affiliati il comitato di Roma annovera 40 live club, scuole di musica, scuola di cinema, di teatro, compagnie teatrali, associazioni che si occupano di arte e mostre, di fotografia, due sale prove con masterclass e studi di registrazione, una fattoria didattica che gestisce un asilo nido nel bosco, due Aps che operano a tutela del verde, due sedi volte ad attività didattiche extrascolastiche e supporto Dsa e Bes, centri anziani, centri culturali multi-disciplinari, circoli tradizionali, e una Odv che si occupa di contrasto alla povertà.

La nostra città ha da sempre un rapporto ambiguo con quella che Jean Jacques Rousseau definiva la “gioia pubblica”, il piacere dello stare insieme. Da un lato vanta location incantevoli e grandi istituzioni culturali, per la musica e lo spettacolo dal vivo – tutte rigorosamente business oriented – dall’altro lato si ostina a considerare le pratiche di socialità dal basso e la produzione di culture altre solo nei termini di decoro/degrado/sicurezza. Da un lato, si vincono campagne elettorali, in questa città, con la promessa della più bella Estate romana di sempre – recuperando l’immaginario coniato dall’azione di un assessore straordinario come fu Renato Nicolini alla ?ne degli anni ’70 – dall’altro lato tardano ad arrivare risposte alle richieste di spazi e possibilità per le pratiche culturali di prossimità, indipendenti, no profit, come quelle agite dai nostri circoli, o da circoli come i nostri. Eppure la centralità e l’urgenza di quelle pratiche e di quei saperi sono state evidenti durante la crisi pandemica, la stagione più difficile che Roma ha vissuto dopo i 16 mesi di occupazione nazifascista tra il ’43 e il ’44. E non soltanto perché i nostri circoli, le socie e i soci, hanno promosso e sostenuto – assieme a pezzi di terzo settore e di movimenti sociali – le migliori pratiche di mutuo soccorso, ma perché è stata interrotta dalla pandemia la presenza sul territorio, la funzione della programmazione culturale e artistica per contrastare il degrado del senso comune, degli immaginari collettivi.

I nostri circoli hanno pagato un prezzo altissimo, restando chiusi più a lungo degli esercizi commerciali, ma nessuno di loro ha rinunciato a prendersi cura dei suoi associati.

Fin dai mesi più blindati del lockdown, Arci Roma ha provato comunque a rilanciare una rimessione sull’arte e la cultura come strumenti di cambiamento e, contemporaneamente, cura per le ferite inflitte dalle crisi economica, pandemica, ambientale. E ora quella riflessione si arricchisce e si proietta nello scenario segnato dalla post-pandemia e da una guerra che sta incendiando il cuore dell’Europa.

Ora, i temi della socialità, diurna e notturna, giovanile e non, vanno portati fuori dalle categorie di degrado, decoro, ordine pubblico, devianza, sicurezza e riproposti in termini di progettazione e gestione dello spazio pubblico. La liberalizzazione delle licenze commerciali a Roma ha portato alla costituzione dei “distretti del loisir” senza un dibattito pubblico che ne definisse la funzione e i diritti e le responsabilità degli attori.

In parallelo, la narrazione securitaria, le ordinanze repressive, e i tagli alla spesa pubblica hanno prodotto una recinzione dei luoghi della cultura e della sperimentazione artistica amplificando i confitti tra residenti e promotori culturali. Le politiche securitarie in particolare portano allo svuotamento delle strade donando più spazi alla microcriminalità, un dato che è stato evidente durante i mesi di lockdown e coprifuoco. A nostro avviso l’antidoto può essere solo una democrazia diffusa, che si ponga il problema efficacia delle pratiche di riappropriazione degli spazi di socialità, condivisione e promozione, siano essi pubblici o privati. Il risultato è la banalizzazione del discorso alla voce “movida”, l’impossibilità di relazioni sociali senza essere costretti a consumare una merce e quello di una conflittualità orizzontale diffusa fra i vari attori urbani.

La musica, lo spettacolo dal vivo, le serate danzanti rappresentano la maggior parte degli oltre cinquemila eventi prodotti dai nostri circoli: la scena romana dei live-club è caratterizzata dalla programmazione e dalla progettazione scaturita nei luoghi Arci, allo stesso modo la produzione di festival (da Villa Ada Roma incontra il Mondo ?no alla miriade di eventi organizzati nei quartieri), la promozione artistica, la formazione musicale e le esperienze radiofoniche che hanno ritrovato nuovo impulso nella combinazione tra nuove possibilità tecnologiche e urgenze dettate dal distanziamento sociale. Un lavorìo intenso che è fondamentale per la rigenerazione dei legami sociali ma che troppo spesso non ha il giusto riconoscimento da parte delle istituzioni. Per questo Arci Roma è stata a ?anco della mobilitazione dei lavoratori dello spettacolo e si è fatta carico, a cavallo tra il 2021 e il 2022, della campagna Live club must live per denunciare l’assenza di ristori di fronte all’ennesimo dpcm che sprangava l’ingresso ai nostri spazi. In quell’occasione abbiamo reclamato l’apertura di un tavolo per mettere a punto immediati interventi di tutela del settore della musica dal vivo profit e non-profit – che in altre capitali, come Berlino, è stato riconosciuto al pari di istituzioni culturali e tutelato durante la pandemia per evitare le chiusure. Abbiamo chiesto, anche insieme ad Arci nazionale, misure di sostegno alla ripartenza (blocco tari, sgravi osp, etc) e continuiamo a chiedere che Campidoglio e Regione Lazio si facciano portavoce delle istanze di questo comparto anche al livello regionale e in sede di conferenza Stato-Regioni.

Una delle peculiarità di Arci, rivendicata anche nel documento programmatico nazionale, è proprio questa attitudine ad essere un ponte sia verso i movimenti sociali, di cui è parte, sia verso le istituzioni di cui, per via del nuovo codice del terzo settore, è partner nella co-programmazione e nella co-progettazione.

Arci Roma, coerentemente con la sua concezione di programmazione culturale e artistica, promuove scelte di consumo critico equo-solidale e stili di vita sostenibili e a basso impatto ambientale. Per questo una delle sfide che il congresso dovrà lanciare è quella dell’apertura di un percorso che conduca alla scrittura di un codice etico nei confronti del lavoro, del territorio e dell’ambiente. Un codice da scrivere collettivamente, dal basso, proprio come è stato immaginato questo documento congressuale, e che valorizzi le relazioni con le esperienze sindacali dei lavoratori del comparto, come gli Autorganizzati dello spettacolo, con la cittadinanza attiva e i movimenti ambientalisti.

La bussola per il nostro sviluppo associativo dovrà essere la dimensione metropolitana con le molteplici possibilità di attraversamento che offre. A differenza di altre regioni, dove la dimensione delle città e la conformazione urbanistica hanno spesso fornito la possibilità ai circoli di essere un baricentro per il territorio – è stata l’ambizione e la funzione delle Case del Popolo – la realtà romana è costituita da circoli che si insediano in quartieri “grandi come una città” ma estremamente più complessi e con diversi livelli di radicamento da parte degli abitanti. La stessa fisionomia dei circoli – sempre più spazi ibridi e in continua evoluzione – è poliedrica: centri culturali, spazi polifunzionali, live club, scuole d’arte, speakeasy per un’offerta multidisciplinare e interculturale.

Inoltre i soci sono sia gli animatori sia gli attraversatori dei nostri spazi, nomadi, portatori di attitudini molteplici e non fossilizzati su una sola identità culturale.

Tutto ciò consente ad Arci Roma di immaginare nella prossima fase sia esperimenti di programmazione cittadina, sia esperienze di progettazione culturale e artistica condivisa e anche la possibilità di implementare servizi comuni per i circoli, dal punto di vista delle forniture e delle consulenze, capaci sia di generare risparmi e sviluppo, sia di intercettare i soci e attivarli. Perché noi non siamo il “vorrei ma non posso” dell’industria culturale, la serie B del mainstream, e nemmeno lo stereotipo del “circolo sfasciato” per vocazione: il ?lo conduttore che ci connota è il modello di relazione, siamo alternativi al mercato e alternativi alle istituzioni, i nostri circoli sono uno spazio pubblico connotato da valori (antifascismo, antisessismo, intercultura, solidarietà, sostenibilità ecc…), capacità di progettazione e autofinanziamento. Un modello accogliente per soggetti diversi, tendenze, produzioni e stili, su cui riflettere insieme in un contesto politico che, da almeno dieci anni, registra un attacco frontale alle esperienze di occupazione e autogestione. La nostra associazione, in questo momento, deve essere capace di essere interlocutrice di tutte le esperienze di autorganizzazione culturale. La nostra capacità di stare insieme, di prenderci cura del “noi”, sarà cruciale sia nei rapporti con le istituzioni sia nella produzione di un immaginario condiviso che sappia contrastare il degrado del senso comune nei quartieri popolari. Vogliamo essere parte di un’organizzazione di massa in grado di incidere sulle dinamiche sociali della città e del Paese.

2 RISCHI E OPPORTUNITÀ DELLA RIFORMA DEL TERZO SETTORE

Bisogna rafforzare la nostra capacità di fare rete anche per prenderci cura del nostro stare insieme. Anche il documento nazionale ricorda le parole di Tom Benetollo: “siamo e vogliamo essere un’associazione di uomini e donne liberi ed uguali, refrattari ad ogni leaderismo e agiamo su un terreno, quello dell’autogestione, per produrre ciò che i nostri antenati hanno chiamato emancipazione”. Tuttavia il congresso è consapevole dei rischi e delle opportunità contenute della riforma del Terzo settore in via di attuazione, un processo a cui dovremo partecipare con le nostre specificità associative. Perché la riforma coglie solo in parte il nostro modello associativo ossia non riconosce il carattere aperto dei nostri circoli e le attività spontanee che vi si svolgono. E tutta l’Arci è impegnata a livello nazionale ed europeo a fare in modo che il quadro normativo e ?scale comprenda il nostro associazionismo. Le nostre basi associative devono rimanere presidi democratici diffusi sul territorio e non possono essere confuse con mere attività aziendali o di erogazione di servizi. Il carico di adempimenti previsti dalla Riforma rischia di burocratizzare eccessivamente la vita associativa finendo per scoraggiare i soggetti non profit di media e piccola dimensione e quei percorsi collettivi spontanei che rappresentano una ricchezza per la società. Ma nello stesso tempo questa Riforma può rappresentare un’opportunità per il mondo non profit perché il nuovo assetto normativo prevede che le reti come la nostra si organizzino per monitorare gli enti affiliati e svolgere attività di coordinamento, promozione, supporto, tutela e rappresentanza anche allo scopo di accrescerne la rappresentatività presso i soggetti istituzionali. Infine si ridefiniscono i termini della relazione delle Aps con la Pubblica amministrazione grazie agli strumenti della co-programmazione, co-progettazione e accreditamento. Di fronte a una Riforma che restringe il campo di azione delle associazioni di promozione sociale a favore dell’impresa sociale da un lato e delle organizzazioni di volontariato dall’altro dovremo rivendicare l’identità di un soggetto autonomo e mutualistico e difendere il nostro modello associativo e i principi su cui esso si basa. Noi siamo associazionismo popolare.

3 MUTUO SOCCORSO E RISCATTO SOCIALE

Il nostro Congresso arriva dopo una pandemia e mentre c’è una guerra in corso i cui risvolti sono intuibili ma non noti. Quello che conosciamo è che queste crisi stanno lasciando dietro di loro un mondo dove le povertà sono in forte aumento con un sistema sociale inadeguato e ulteriormente affaticato dallo spostamento verso l’Italia di quei soggetti che fuggono dai molti paesi in conflitto.

Ci eravamo appena lasciati dietro le spalle il mito della crescita indistinta, del miraggio del profitto immediato capace di sedurre quasi allo stesso modo destra e sinistra di mezzo mondo. Stavamo vedendone gli effetti del distorto modello di sviluppo imposto all’intero pianeta, li stavamo misurando dal carico delle diseguaglianze che crescevano di giorno in giorno e dalle povertà che hanno prodotto.

La pandemia e la guerra si sono sovrapposte a tutto e questo e l’abisso che separa il regno dell’opulenza e dello spreco dal mondo vasto e crescente dei disperati, degli umiliati – vecchi e nuovi che siano, che hanno perso la consapevolezza di essere anche loro cittadini e portatori di quei diritti ormai negati – è ulteriormente aumentato.

 

Le politiche neoliberiste hanno portato allo smantellamento del welfare state, facendo coincidere la valorizzazione del welfare locale e dei sistemi di governance con la monetizzazione dei diritti e l’estensione del principio economicistico diviene misura degli interventi pubblici.

 

Le politiche sociali, che incidono direttamente sull’uguaglianza, la libertà e la giustizia sociale – temi sempre presenti nell’agire quotidiano dell’Arci e dei sui circoli – diventano così uno strumento che produce e rafforza invece la logica dello scambio di mercato, caratterizzata da profitto e valore del denaro in sé, che interviene nelle relazioni fra cittadino e stato e ridisegna la relazione fra pubblico e privato.

Il sistema di protezione sociale italiano, attuato prevalentemente attraverso trasferimenti economici, è considerato un mero fattore di crescita del debito pubblico. Al suo interno, la parte concreta dei servizi sociali – elementi qualificanti e sostanziali del governo e dello sviluppo delle città e dei contesti – è ancora considerata misura residuale, come ben evidenziato dalle continue riduzioni del Fondo Nazionale per le politiche sociali e ancor più oggi che siamo attraversati dagli effetti di una guerra. E la forte differenziazione degli status giuridici dei soggetti, spesso protagonisti di flussi di una dolorosa mobilità globale, determina una ricomposizione temporale e geografica che preme ulteriormente sul sistema e richiede una nuova concezione della cittadinanza e dell’inclusione sociale.

I Comuni sono titolari di piene funzioni relativamente allo sviluppo sociale, al benessere e all’organizzazione dei servizi e degli interventi sociali relativi destinati all’intera popolazione, ed è qui, a livello territoriale, che è necessario dare un nuovo indirizzo al welfare locale, coniugando la stabilità di servizi universali e pubblici con l’innovazione e lo sviluppo, attraverso un nuovo impianto dell’amministrazione che coinvolga il profilo delle città e dei contesti locali e la loro capacità di supportare processi di integrazione e di cittadinanza.

Il Comune di Roma vede ormai da anni la trasformazione del sistema dei servizi e degli interventi sociali in un mercato di prestazioni nel quale la qualità dell’intervento è indifferente, mentre viene messa in primo piano la capacità di gestire le crescenti richieste burocratiche trascurando il piano progettuale e la qualità del lavoro degli operatori. Da aggiungere che il sistema dell’affidamento tramite bandi sta burocratizzando e svuotando di senso lo stesso governo della città.

Roma, città Metropolitana, deve riappropriarsi dei servizi di area vasta attraverso azioni di sistema che vedano coinvolti altri servizi (Asl, scuola, formazione professionale etc) e il Terzo settore per un reale intervento che porti al superamento dei fattori di disuguaglianza e non più su interventi assistenzialisti estemporanei e frammentati (sussidi, bonus, interventi una tantum, card) che sviluppano invece un mercato di servizi privati che generano dipendenza, ghettizzazione e solitudine.

Tutto ciò produce una deresponsabilizzazione del pubblico che di fatto determina l’assenza e la carenza di professionisti che possano prendere in carico i percorsi di autonomia e di “inclusione sociale sostenuta” delle persone con varie difficoltà. Non a caso, le amministrazioni comunali non assumono quasi più professionisti in ambito psico-sociale-educativo i cui saperi, competenze ed esperienze, sono fondamentali per la organizzazione dei servizi e degli interventi sociali e per la presa in carico dei bisogni dei cittadini in continua evoluzione.

Il cd “Decreto Concorrenza” non è altro con l’ennesimo intervento legislativo che si prefigge una nuova ondata di privatizzazioni di beni comuni fondamentali, dall’acqua all’energia, dai rifiuti al trasporto pubblico locale, dalla sanità ai servizi sociali e culturali. Di fatto, viene azzerata la funzione pubblica e sociale dei Comuni.

E’ invece necessario ripensare e ricostruire, con percorsi condivisi dal basso, un sistema nuovo di organizzazione del sistema dei servizi e degli interventi sociali, fondato sull’affermazione dei diritti, della dignità delle persone e di un nuovo valore da attribuire alla dimensione “pubblica”. Occorre un “pubblico”, capace di governare i processi di cambiamento senza perdere di vista la centralità dei temi della giustizia sociale, della cittadinanza e dei diritti sociali.

Arci Roma, la rete dei circoli Arci, giornalmente provano concretamente con il loro lavoro che mettendo insieme più professionalità e sinergie, parlando con tutti i Dipartimenti interessati, è possibile arrivare ad una inclusione sociale, partendo dalla persona e dai suoi desideri – come forma di “cura di sé” (Foucault) – rendendolo attivo – e consapevole – nella costruzione della propria vita

Lo abbiamo provato con la rete “Akkittate” che, nata durante la pandemia, continua a mettere insieme “collaborazioni” anche trasversali riuscendo a lavorare per l’inclusione sociale dei senza tetto; con Nonna Roma che durante la pandemia ha messo in moto decine di connessioni con altri circoli per sopperire all’inerzia del Comune di Roma che in una situazione di emergenza non è stato in grado di gestire tempestivamente gli aiuti economici per i beni di prima necessità erogati dal governo nazionale. E ancora lo facciamo con il nostro Comitato che lavora sull’accoglienza con professionalità.

Abbiamo iniziato con l’accoglienza, abbiamo imposto il nostro modo, la nostra visione, senza paura di aprire anche conflitti.

Oggi l’Arci è dentro la battaglia per la semplificazione dell’ottenimento della residenza fittizia senza la quale a migliaia di persone vengono negati i diritti basilari (accesso alla sanità, all’istruzione, alla difesa ecc.) e dentro alla battaglia per la cancellazione dell’art. 5 del c.d. Decreto Lupi. La residenza è un diritto soggettivo e non concessorio riconosciuto dal nostro ordinamento. Come siamo dentro nelle battaglie per il diritto all’abitare.

E’ nostro intento coinvolgere tutti i circoli in un lavoro di sensibilizzazione sulle tematiche sociali, e renderli consapevoli che anche la produzione di cultura, la condivisione, sono lavoro sociale. Aprire le menti, rendere consapevoli, permette alle persone di aspirare ad un riscatto sociale.

4 EDUCAZIONE, FORMAZIONE TRASVERSALE E INCLUSIONE

“I giovani non hanno bisogno di sermoni, i giovani hanno bisogno di esempi di onestà ,

di coerenza e di altruismo” [Sandro Pertini]

 

In ogni epoca i giovani, dalla nascita ai primi vent’anni, si formano in base ai tre livelli sociali con cui sono stati in contatto: famiglia, scuola, società. Dopo il primo periodo de?nito prescolastico, in cui i genitori hanno un ruolo quasi esclusivo nella formazione del bambino, nella fase adolescenziale il ruolo della famiglia diminuisce lasciando il posto all’insegnamento scolastico prima e al modello sociale poi, inteso come modello di comportamento del proprio gruppo di contatto e amicizia ?no agli standard sociali proposti dalla società. I giovani, per questo, sono il frutto della nostra cultura e soprattutto delle nostre capacità di infondere loro i giusti modelli e fornire i giusti strumenti per sostenere una crescita basata sullo sviluppo armonioso della persona prima e del cittadino poi.

Ma i tre modelli, famiglia, scuola, società, sono oggi adeguati a questo compito?

La crisi socioculturale prima che economica e sanitaria, ha caratterizzato la storia recente del nostro paese penalizzando soprattutto la dimensione giovanile che sovente dimenticata e sottovalutata nel suo valore, subisce conseguenze che segneranno necessariamente il futuro sociale, didattico\conoscitivo e lavorativo delle prossime generazioni.

L’anello più debole della catena formativa è forse quello intermedio, cioè la scuola, il metodo educativo e dell’apprendimento nonché i contenuti dello studio. Il modello scolastico, infatti, si basa ancora su un approccio prettamente nozionistico i cui contenuti sono spesso frutto di una programmazione obsoleta e non innovativa che non lascia spazio allo sviluppo del pensiero critico e di conseguenza alla formazione di una “cittadinanza globale”.

L’esperienza Arci in questo senso è da sempre l’unica realtà che interpreta perfettamente il concetto di “città educante” offrendo, attraverso l’azione dei propri circoli, un’alternativa reale e concreta alla povertà educativa e fondata su rinnovati valori morali, etici e di condivisione.

A fronte di un immobilismo politico nella dimensione educativa e di una scarsa capacità di adattamento al momento storico, innovazione e ricerca sono invece caratteristiche che accompagnano da sempre temi cari al mondo ARCI quali produzione artistica e culturale, integrazione sociale e formazione basata su una didattica attiva e inclusiva. QUATTRO EDUCAZIONE, FORMAZIONE TRASVERSALE E INCLUSIONE

Esempio recente e forse a maggiore impatto mediatico per il tema trattato, è stato il riconoscimento che la componente politica di governo ma non solo, ha fatto del ruolo fondamentale che l’azione ARCI ha dimostrato nella gestione della crisi sociale conseguenza della pandemia da COVID19, sapendo di fatto interpretare le richieste del territorio e trasformandole in una mobilitazione generale di circoli e giovani che forti di una consapevolezza sociale hanno dato sostegno alle fasce più deboli e fragili della nostra società.

Dinnanzi a tale macroscopica e giusta attestazione dell’operato agito, l’azione dei circoli ARCI conta inoltre di un quotidiano rapporto con la pubblica amministrazione che nel tentativo di colmare il gap politico sul tema educativo si rivolge all’associazionismo per portare quell’innovazione nella dimensione scolastica che richiamato sulla carta di norme e orientamenti non trova riscontro applicativo negli strumenti in uso alle strutture educanti.

Tale riconoscimento non è però d’altronde inteso come riorganizzazione strutturale della componente educativa ma lasciato al singolo slancio individuale di insegnanti e dirigenti scolastiche creando di fatto disparità circa l’offerta formativa rivolta ai giovani. Un esempio calzante e attuale è la normativa riferibile ad esempio ai PCTO che interessano giovani dai 15 ai 18 anni di età (ex alternanza scuola lavoro), e che in un documento del MIUR che richiama sulla via teorica a quei valori virtuosi quotidianamente trattati dall’azione dei circoli ARCI, come l’acquisizione di competenze in materia di cittadinanza ed espressione culturale ma che, però, nella sua attuale declinazione si trasforma in un’esperienza non formativa e di sfruttamento che è stata all’attenzione dal grande pubblico per le purtroppo recenti morti di giovani studenti, inseriti in contesti produttivi inadeguati.

In ragione di questo e nell’ottica di condividere esperienze e competenze è emersa la necessità di intensificare l’azione interna dei circoli ARCI attraverso la messa in rete delle esperienze e delle conoscenze e finalizzata a rendere tutti i circoli ARCI al di là del ?ne statutario principale, abilitati all’ingresso nella dimensione formativa dei giovani e quindi delle nuove generazioni.

Una delle proposte o forse considerazione, emersa dal tavolo educazione è relativa alla possibilità di creare una banca dati che raccolga le singole professionalità e i campi di azione dei singoli circoli così che si crei una comunicazione circolare utile ad ottimizzare le singole risorse, rendendo ancor di più formale l’apporto derivante dall’associazionismo ARCI rispetto alle richieste strutturali della componente educativa, ma non solo.

L’azione della componente associativa ARCI, d’altronde, si rende di fatto necessaria per contrastare la logica del profitto sfrenato e spregiudicato caratterizzante la socialità capitalistica e basata su un approccio competitivo anziché collaborativo.

5 UN ALTRO GENERE DI SOCIALITÀ

“Solo imparando a vivere in armonia con le tue contraddizioni puoi tenere tutto a galla.”

[Audre Lorde]

Con l’assemblea teatrale “Un altro genere di socialità” siamo partit? dal portato di ogni partecipante in merito alle questioni di genere.

Da subito è apparso chiaro che le persone presenti portavano vissuti relativi alla vita associativa ma anche e esperienze personali.

Attraverso i giochi ci siamo interrogati su quali urgenze ciascun? di noi avesse:

  • Linguaggio inclusivo
  • Spazi liberati e gender fluid
  • Ripartizione dei compiti e della rappresentanza
  • Sessismo e Violenza di genere

Ci siamo soffermati su 2 scene nate e costruite attraverso il laboratorio dall’immaginario collettivo:

– Persona che subisce un approccio con insistenza da parte di qualcun? e il desiderio di capire come essere di supporto a questa persona

– Situazione collettiva dove non vi è una equa ripartizione dei compiti e la tendenza a coinvolgere, in determinate pratiche, sempre le stesse persone (spesso donne) e il bisogno di cambiare e riportare equilibrio nelle attività.

Il tema ripartizione e rappresentanza, portava con sè anche il problema della delega delle questioni di genere alle donne, come se riguardasse solo loro…ma il mansplaining non manca mai!

In ogni spazio attraversato da ciascun? di noi c’era da una parte la sensibilità, l’attenzione e la cura di alcun? e la mancanza di coscienza di altr?.

Ci è sembrato dunque indispensabile caratterizzare i circoli e tutti gli spazi di Arci Roma come luoghi dove alcuni valori sono fondanti della nostra vita associativa attraverso “la promozione dei diritti e lo sviluppo di forme di prevenzione e di lotta contro ogni forma di disagio, esclusione, emarginazione, discriminazione, razzismo, xenofobia, omotransfobia, sessismo, intolleranza, violenza e censura” (cit. statuto Arci).

L’incontro del 31 Marzo 2022 è l’inizio di un processo che vogliamo costruire assieme a tutti i circoli, di riflessione su come tutti i nostri spazi possano essere propulsori di una cultura del rispetto in cui le relazioni si costruiscano sulla mutualità e l’orizzontalità.

Il primo passo lo facciamo grazie all’elaborazione di un prodotto da distribuire nei circoli, una grafica (segnaletica, cartellonistica, fumettistica. indicativa) che possa ricordare a tutt? che certi comportamenti non sono accettabili e non saranno accettati dentro a questi luoghi ed anche che ci sono sguardi attenti e persone solidali a cui rivolgersi nel caso in cui ci si senta in difficoltà/pericolo.

E’ emerso con evidenza come sia importante porre le questioni legate al sessismo in modo da responsabilizzare in primis gli uomini più che chi subisce molestie, discriminazioni ecc..

Regole di comportamento e messaggi di supporto affinché nessun? si senta sol?

Partiamo da questa riflessione collettiva per strutturare il nostro lavoro di formazione dedicata alle persone che in tutte le forme attraversano i nostri spazi: soc?, dirigenti e volontar?.

Il percorso di formazione garantirà un consolidamento delle competenze dei soggetti coinvolti assicurandoci la possibilità di essere dei validi interlocutori sui territori in merito alla sensibilizzazione/educazione verso soc? e cittadinanza.

Ci impegniamo a costruire nuove progettualità da affiancare a quelle già esistenti per essere al ?anco di tutte le soggettività che lottano per il riconoscimento dei propri diritti.

Consapevoli di vivere in una società patriarcale in cui gli uomini bianchi detengono in via primaria i privilegi sociali economici e politici, ci impegnano a fare la nostra parte per scardinare tali privilegi costruire una società più equa.