La relazione del presidente Vito Scalisi al decimo congresso di Arci Roma che si è tenuto il 3 maggio 2022 all’Angelo Mai

Benvenute e benvenuti al decimo congresso dell’Arci di Roma.

L’immagine grafica elaborata da Carlotta Cacciante, che ringrazio, riprende la famosa foto stampata sulle pagine del New York Herald Tribune con undici operai che consumano il pranzo seduti su una trave sospesa a 250 metri. Divenne l’immagine iconica della rinascita di una metropoli come New York e di un’epoca che guardava al futuro, oggi divenuta anche simbolo della forza del lavoro degli operai e delle operaie. Abbiamo voluto ricontestualizzare la foto nello spazio di una città metropolitana stilizzato, nel rispetto degli equilibri sociali di genere, e in un tempo della nostra giornata più ludico e ricreativo, nel tempo che definisco liberato, un tempo di pace, quello che raccoglie gli unici lassi temporali di una giornata dove ci creiamo per come desideriamo realmente. Il tempo liberato è quello in cui ci si autodetermina, si elabora, si costruisce la lotta, si milita o ci si dedica alle attività di volontariato, tempo di frattura proprio dalle catene di montaggio lavorative. E’ il tempo fuori dallo smart working, probabilmente l’unico in cui continueremo a incontrarci fisicamente. E’ proprio la lotta di rivendicazione al diritto di vivere questo tempo per tutti e tutte, italiani, profughi e migranti, donne, uomini, adolescenti che sta alle radici della nascita dei Circoli Arci, delle nostre case del popolo e del nostro lavoro quotidiano.

Ieri come oggi il modello dello scambio della reciprocità per una finalità condivisa, viene fissato negli scopi sociali trascritti nei nostri modelli statutari che regolamentano la vita democratica delle nostre associazioni. Il diritto al tempo ricreativo viene sancito già nel 1956 quando i Circoli si costituiscono in ‘Alleanza per la ricreazione popolare’ che porterà l’anno successivo alla fondazione dell’Arci che questo mese il 26 di maggio compirà 65 anni. Nel nome, così come negli scopi sociali, c’è la “Ricreazione” intesa come ricrearsi, come rigenerazione, come intervallo, come riposo dall’attività lavorativa per le classi sociali anche meno abbienti, che finalmente ottengono questo diritto e a cui l’Arci associa un valore di lotta politica oltreché culturale e sociale. Così il modello ricreativo viene eretto anche a momento di confronto, scambio, analisi e crescita tra i soci e le socie sfruttando e connettendo persone attraverso mezzi ludici come il gioco non competitivo – dalle bocce alle carta fino al biliardino – o attraverso le svariate forme artistiche, ponti tra le anime, la formazione e la condivisione di cibo e bevande. Il ludico e ricreativo, così come una festa o un banchetto è già nel IV Secolo A.C. momento di alta filosofia per indagare le relazioni umane e la complessità della vita. Se nel caso del simposio platonico, esempio di convivialità, parliamo di cultura degli intellettuali contrapposta a quella dei semplici, l’associazionismo dei Circoli Arci lavora ieri come oggi per il superamento di questa dicotomia. I momenti di socialità sono declinati in spazi dove l’oggetto sociale e il nostro tesseramento determinano a priori i confini della discussione discriminando, qui di, i temi ammessi che escludono ogni forma di discriminazione di sesso, di colore o di religione.

Ad essere colpito nell’anno del Covid dai decreti ministeriali in particolar modo è stato proprio questo tempo definito non essenziale, perché fuori dalle logiche di produzione materiale.

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Sono stati anni difficilissimi, non possiamo non soffermaci su questo, per l’Arci e per i Circoli.

Quattro anni fa potevamo immaginare solo alcune delle sfide che avremmo dovuto affrontare. Abbiamo traghettato questa associazione fino ad oggi portando a conclusione il mandato e la rinnovata fiducia che i Circoli Arci di Roma riposero in Simona Sinopoli nel 2018. Simona ci ha lasciati poco più di un anno fa dopo aver combattuto senza tregua, come una vera guerriera, contro una malattia lancinante e invincibile. Mi sono ritrovato senza la sua esperienza e i suoi consigli ad affrontare sfide insormontabili. Un lutto profondo per l’Arci di Roma, proprio nel momento più complesso per la nostra associazione.

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Consapevolmente distanti e in opposizione politica e culturale alla Giunta pentastellata guidata dall’ex Sindaca Virginia Raggi. Nel momento in cui la delibera 140, mostrava il suo vero volto abbattendosi sulla città come una ruspa cinica e disgregante. Era una città sotto sgombero che chiudeva spazi di promozione sociale e culturale e storiche occupazioni con i sigilli del liberismo verrniciati di demagogia legalitaria. Dal Rialto al Cinema America, da Scup al Teatro Valle al Sans Papier e al Cinema Palazzo solo per citarne alcuni. Mentre i presidi sociali e culturali chiudevano, il M5S, nemico a parole di tutti i partiti, trovava in quella fase i suoi alleati nella destra più estrema, nemica dei sindacati, nemica degli immigrati, nemica dei poveri. La propaganda populista sulla fine delle ideologie, riportava le estreme destre ad essere accolte nelle piazze d’Italia e nelle periferie della nostra città. L’odio razziale, bieco e violento, imperversava sui social senza argini. Salvini indicava nei centri sociali e nell’Arci due nemici da abbattere. Le sinistre divise intanto mostravano la loro profonda debolezza e incapacità di reagire agli errori commessi durante il decennio di “crisi del debito sovrano” arrancando sotto il nuovo slancio che le politiche neoliberiste ricevevano dal giovane e astuto  Renzi rottamatore e poco dopo rottamato anche lui dalle forze sociali.

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Quattro anni fa rinnovammo in questo quadro avverso il nostro impegno a sostegno dell’innovazione sociale, del sistema di accoglienza per profughi e migranti e dei processi partecipativi dal basso, contro le spinte liberiste e populiste, contro le privatizzazioni e lo smantellamento del welfare. Eravamo nella sede dello storico Concetto Marchesi, al Tiburtino III, quell’anno, rimarcando il nostro impegno nelle periferie di Roma contro le destre che imperversavano. Oggi siamo nel centro di Roma, in un luogo simbolo allo stesso modo delle lotte di resistenza e rivendicazione sociale e culturale come l’Angelo Mai, occupazione prima, circolo Arci oggi, figlio delle occupazioni abitative, laboratorio di partecipazione dal basso, centro di produzione artistico e culturale innovativo.

Non potevamo di certo immaginare (difficile prendere per noi sul serio Bill Gates) che una profonda crisi sanitaria ci avrebbe colpito in pieno, destrutturando al cuore quei processi di socializzazione e autofinanziamento che sono la nostra vera principale e distintiva forza. Non eravamo pronti e non lo erano i Circoli. Sono stati anni di profonda autoanalisi, di rielaborazione costante e continua, in una condizione di straordinaria emergenza, nel tentativo di non lasciare indietro nessuno. Vi comunicammo di dover sospendere ogni attività e di chiudere i vostri Circoli in 24 ore. Non era mai accaduto nei 65 anni di storia dell’Arci.

Sono rimasto colpito dalla capacità di reazione delle nostre associazioni e dei vostri Circoli, ben presto le nostre sedi associative sono divenute dei magazzini di raccolta di generi di prima necessità. Abbiamo chiuso i nostri palchi, le nostre aule, i nostri bar sociali, i nostri studi di registrazione, i nostri parchi, le nostre aree gioco. Da subito attivi per sostenere i settori più fragili della popolazione, con iniziative e volontari/e in ogni municipio della città. Grazie al coordinamento con il Forum Regionale del Terzo Settore Lazio (di cui  Arci Roma è socia), i circoli Arci della Capitale hanno promosso e supportato la distribuzione di pacchi alimentari e buoni spesa, le spese a domicilio per gli anziani, la raccolta e distribuzione di cibo e vestiario durante l’emergenza freddo, l’apertura e la gestione di due rifugi per i senza-tetto nei mesi invernali, attività di supporto scolastico online e di aiuto psicologico. Sono stati più di 1000 i volontari coinvolti e e oltre 24.000 le persone raggiunte a Roma tramite le attività di supporto, segno inequivocabile della vitalità e del radicamento dell’associazione.

Arci Roma e la rete dei circoli Arci giornalmente provano concretamente con il loro lavoro che mettendo insieme più professionalità e sinergie è possibile arrivare ad una inclusione sociale, partendo dalla persona e dai suoi desideri – come forma di “cura di sé” (Foucault) – rendendolo attivo – e consapevole – nella costruzione della propria vita

Lo abbiamo provato con la rete “Akkittate” che, nata durante la pandemia, continua a mettere insieme “collaborazioni” anche trasversali riuscendo a lavorare per l’inclusione sociale dei senza tetto; con Nonna Roma che durante la pandemia ha messo in moto decine di connessioni con altri circoli per sopperire all’inerzia del Comune di Roma che in una situazione di emergenza non è stato in grado di gestire tempestivamente gli aiuti economici per i beni di prima necessità erogati dal governo nazionale. E ancora lo facciamo con il nostro Comitato che lavora sull’accoglienza sia a Roma che a Monterotondo con professionalità.

Arci deve fare tesoro della esperienza pandemica di rete tra i circoli e dei volontari, il più grande trauma nella storia dell’associazione. Nel secondo lockdown autunnale del 2020 ad essere chiusi in modo netto per una seconda volta furono solo i luoghi della cultura. Declassati ad attività secondarie, spariti dal dibattito pubblico e senza ristori nazionali. Se non fosse stato per gli interventi della Regione Lazio, a cui va il mio riconoscimento, oggi decine di Circoli Arci e centinaia di associazioni non avrebbero ripreso le loro attività. Abbiamo pagato il prezzo più alto di tutti per gli effetti dello smantellamento del Welfare e delle politiche di privatizzazione dell’apparato pubblico: sanità, scuola e trasporti. Il taglio trentennale dei posti letto nei nostri ospedali, i tagli al personale, i mancati investimenti nelle infrastrutture scolastiche e nella rete dei trasporti hanno reso la diffusione del virus incontrollabile. Ancora una volta ad emergere sono state le contraddizioni del sistema capitalista incapace di salvare vite umane. Fermare la macchina del profitto per interrompere la circolazione del virus ma relegando alla povertà milioni di persone senza nessun supporto statale, o tenerla in moto decretandone la morte di centinaia di migliaia? Nell’impasse, nella stortura sistemica, per evitare l’implosione del sistema capitalista si è scelto di chiudere le attività meno essenziali alla sua sopravvivenza. Si è scelto di chiudere la cultura! E questo è inaccettabile che riaccada. La pandemia ha dimostrato che il capitalismo e il liberismo, non sono la via migliore alla realizzazione individuale e non sono l’unica forma di società sostenibile perché sono interamente basati sulla ripetitività dei modelli di interazione, sulla disuguaglianza, sulla possibilità di pagare le persone sempre meno e sempre peggio e sulla catena di sfruttamento generata da questo dumping salariale. Il lavoratore dello spettacolo pagato in spicci comprerà alcolici a basso costo, realizzati da lavoratori pagati ancora meno. E’ un sistema che necessita della capacità di catalogazione e misurazione delle azioni sociali che detesta azioni imprevedibili e non tracciabili. Che detesta l’espressione artistica, perchè l’improvvisazione non è tracciabile: ieri il Festival dei poeti di Castel Porziano, oggi il free party di Viterbo.

Un sistema, quello capitalista, oramai al collasso ma che proprio ora mostrerà il suo volto peggiore: spietato e affamato.

Sono anni difficili, attraversiamo una fase storica unica. Il gravissimo attacco alla sede nazionale della CGIL, prima, e oggi all’Anpi: muri, baluardi, memoria storica degli italiani in difesa della nostra costituzione, del nostro stato sociale e della nostra democrazia, sono brutti segnali. Ancora più grave che l’attacco all’Anpi sia partito da un pezzo del centrosinistra, lo stesso che aveva appoggiato non a caso il referendum costituzionale di Renzi al quale l’Anpi si era opposta. Segnali forti di forze in crisi che tendono a destabilizzare il nostro sistema democratico per recuperare terreno. I fascismi da una parte, il mercato economico liberista dall’altro.

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Vengo a noi, alla nostra città a questa nuova giunta comunale e nostro Sindaco che hanno una grande opportunità: risanare una ferita storica con i presidi sociali e culturali di questa città e di offrire alle future generazioni una visione, un modello di progettazione sociale e culturale nuovo e innovativo nel rispetto della storia di questa grande città europea e dei modelli di socialità metropolitana aperto a tutte le generazioni, dai più giovani a più anziani  rilanciando questa città sotto il profilo culturale, sociale ed economico.

Per farlo bisogna innanzitutto abolire la delibera 140 e impegnarsi con l’istituzione di tavoli di coprogrammazione nella stesura di un Regolamento del Patrimonio pubblico di Roma Capitale, che consenta il recupero e il riutilizzo degli stabili e degli spazi per finalità culturali e sociali, e riconosca il portato e il valore delle centinaia di associazioni ed esperienze che da anni operano nei quartieri della Capitale.

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Bisogna poi superare la logica dell’“eventismo”, favorendo la crescita di percorsi ed esperienze stabili nel tempo, che possano contribuire a sviluppare identità e senso di comunità all’interno dei territori. A questo fine, è necessario incrementare lo stanziamento e il trasferimento di fondi per attività artistico-culturali e sociali a tutti i Municipi di Roma. Prevedere l’emanazione di bandi comunali e municipali finalizzati all’attivazione di percorsi culturali con cadenza stabile e strutturata durante il corso dell’anno; il rispetto delle tempistiche indicate nell’avviso pubblico per l’erogazione dei relativi finanziamenti; l’anticipo di almeno il 50% del finanziamento concesso prima della realizzazione dell’attività.

Va rilanciata l’Estate romana, raddoppiando i fondi stanziati per la promozione di attività e occasioni artistico-culturali nei municipi, anche attraverso forme di economia circolare; con assegnazioni di aree pubbliche per eventi culturali di almeno 5 anni di durata e caratterizzate da un approccio collaborativo dell’amministrazione mediante l’introduzione di figure/uffici intermedi che rendano i rapporti tra organizzatori e amministrazione più costruttivi nell’interesse della qualità della proposta.

Va semplificata e agevolata la realizzazione di attività artistico-culturali all’aperto, negli spazi pubblici della città (piazze, parchi, ville, viali), che ad oggi richiedono un investimento di tempi e risorse economiche iniziali tali da scoraggiare qualsiasi iniziativa in questa direzione.

Bisogna promuovere l’interazione degli Assessorati alle politiche culturali con quelli alle politiche educative e sociali, al fine di sostenere una programmazione artistico-culturale che abbia come fine integrato l’inclusione sociale, con un’idea di cultura come strumento di emancipazione sociale per i singoli e le comunità. A questo scopo, nell’ottica di sancire il Diritto alla Musica e alle Arti per tutti/e i/le bambini/e come diritto inalienabile alla crescita nella scuola e nel territorio, vanno finanziate per ogni municipio borse di studio per le arti e buoni destinati alle fasce della popolazione in difficoltà economica da investire nelle librerie, nei musei, teatri, scuole di musica e cinema di quartiere.

Serve un fondo comunale per sovvenzionare i live club – istituzioni culturali riconosciute in Europa e non ancora in Italia su cui è in discussione in parlamento una proposta di legge – che vogliono migliorare l’insonorizzazione dei propri locali, sul modello di quanto realizzato nella città di Berlino, con l’obiettivo di favorire la nascita e lo sviluppo di spazi che promuovono musica dal vivo, riconoscendone e tutelandone il ruolo, e che non entrino in contrasto con le comunità in cui operano.

Infine bisogna valorizzare e tutelare i Festival Storici dell’Estate Romana. Festival come Villa Ada Roma Incontra il mondo in Europa sono riconosciuti nel loro portato storico e tutelati in quanto tali. A Roma a caratterizzare gli ultimi anni delle politiche culturali sono state incertezze amministrative, mancanza di tavoli di confronto, ricorsi pluriennali e l’apertura a soggetti prettamente commerciali che hanno fortemente danneggiato la progettualità e competitività di kermesse che sono fiore all’occhiello di Roma Capitale. L’ultimo progetto oggi assegnatario dell’area di Villa Ada è emblematico delle storture dietro a bandi scritti male, un progetto fotocopia del nostro che ha vinto dichiarando eventi tutti gratuiti e che oggi annuncia solo date a pagamento senza che nessun assessorato e dipartimento ponga degli argini a questa truffa ai danni dei cittadini e delle cittadine romane.

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Centrale poi per Arci Roma, e per la rete dei Circoli Arci che operano in ambito artistico-culturale, è il tema della socialità, diurna e notturna, giovanile e non. Tematica che va  sottratta alle categorie di degrado, decoro, ordine pubblico, devianza, sicurezza e rilanciata in termini di progettazione e gestione dello spazio pubblico. La liberalizzazione delle licenze commerciali a Roma ha portato alla costituzione dei “distretti del loisir” senza un dibattito pubblico che ne definisse la funzione e i diritti e le responsabilità degli attori. In parallelo, la narrazione securitaria, le ordinanze repressive, e i tagli alla spesa pubblica hanno prodotto una recinzione dei luoghi della cultura e della sperimentazione artistica amplificando i conflitti tra residenti e promotori culturali. Le politiche securitarie in particolare portano allo svuotamento delle strade donando più spazi alla microcriminalità, un dato che è stato evidente durante i mesi di lockdown e coprifuoco. A mio avviso l’antidoto può essere solo una democrazia diffusa, che si ponga il problema dell’efficacia delle pratiche di riappropriazione degli spazi di socialità, condivisione e promozione, siano essi pubblici o privati. Il risultato è la banalizzazione del discorso alla voce “movida”, l’impossibilità di relazioni sociali senza consumare una merce e quello di una conflittualità orizzontale, diffusa fra i vari attori urbani.

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C’è infine la necessità di rimettere al centro le politiche sociali per invertire le logiche del modello di sviluppo attuale, con processi di decentramento verso una maggiore sostenibilità sociale ed ecologica e rilanciando progetti di sviluppo territoriali partecipati. La forbice crescente tra bisogni e risposte offre spazio alle mafie ed al loro welfare alternativo.  I servizi pubblici devono essere adeguati ai bisogni con una centralità della programmazione e della condivisione dei processi. Le politiche sociali sono il tema che caratterizza una società inclusiva. Ci sono elementi per ripensare il modello di welfare, nel quale il Terzo Settore può mettere a tema la propria capacità di leggere il territorio dentro prassi di rigenerazione urbana e di innovazione. Si deve andare nella direzione di investimenti strutturali per sostenere la protezione sociale, il benessere ambientale, l’esercizio dei diritti e  il mutualismo come valore e pratica fondante. Sono gli enti locali che dovranno mettere in pratica nuove relazioni con il Terzo Settore.  Bisogna superare l’”antipatia”, che ha caratterizzato questi ultimi anni, verso  i tavoli di co-programmazione e di amministrazione condivisa dei beni comuni.
Va superata  l’insufficienza e fragilità degli interventi sociali, uscendo dalla logica dei bandi al ribasso  attraverso l’impiego di risorse adeguate, il riconoscimento dei livelli essenziali di assistenza e passando per il rilancio dei piani sociali di zona . E’ determinante un aumento della spesa sociale di Roma Capitale, che si contrapponga ai tagli degli ultimi anni.

In questo lavoro i Circoli sono una risorsa inestimabile di presidio territoriale, luogo di incontro e sperimentazione per combattere la gentrificazione, per rigenerare un senso di appartenenza attraverso “la ricreazione” sempre più in riduzione perché pensato a tempi di lavoro e di vita del ‘900.

I Progetti sono la possibilità tutt’altro che nuova di affiliare esperienze interessanti che insistono all’interno delle aree metropolitane e che condividono aspetti valoriali e finalità sociali con Arci. Il carattere mutualistico e di inclusione di nuove progettualità può essere la risposta nazionale alle mille sfaccettature di marginalità, di analfabetismo di ritorno, di emancipazione degli ultimi e dei penultimi.

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Nostro compito è, compito dell’Arci, è difendere l’associazionismo tutto che sia sociale o culturale, di volontariato o sportivo, che sia arci o non arci. che rischia di inciampare malamente nei lacci della riforma del terzo settore che ci vuole sussidiari al pubblico e meri erogatori di servizi nei territori.

Questo ruolo noi non lo vogliamo. Lo Stato si assuma le sue responsabilità. Aggregare ed emancipare le persone e i territori nel riconoscimento dei diritti inalienabili, questo è il nostro compito sociale, culturale e politico che si fonda sulla nostra capacità di autogestione, di autodeterminazione e autofinanziamento. Centri sociali, presidi informali e associazionismo rappresentano le ultime sacche di resistenza alle regole del mercato e del profitto.

Siamo lavoratori e lavoratrici, siamo volontari e volontarie, siamo operatori e operatrici del sociale, del mondo della promozione culturale, siamo militanti in lotta contro ogni forma di discriminazione, contro le diseguaglianze, per il diritto alla pace, a godere del tempo libero, per il diritto di accesso all’istruzione e alla cultura a tutte le fasce sociali, per il diritto ad una casa e al lavoro. Siamo militanti contro le mafie, antiproibizionisti e contro ogni tipo di cultura del decoro borghese e bigotta, per le libertà di genere, orgogliosi di rivendicare una sessualità libera. Noi non copriamo i buchi dello stato sociale come vuole una riforma del terzo settore nata già vecchia, noi facciamo politica. Vogliamo riproporre il nostro lavoro nei territori in modo orgoglioso e batterci perché il nostro modello associativo, unico in Europa, sia riconosciuto così com’è.

Cari e care delegate, care e cari compagni e compagne, cari e care presidenti:

E’ tempo di investire nella scuola, nella sanità, nei trasporti pubblici. Non è tempo di guerra. E’ tempo di più musica, non è tempo di guerra. E’ Tempo di accogliere. Non è tempo di guerra. E’ tempo di partorire stelle danzanti, non è tempo di guerra. E’ Tempo di prenderci cura del nostro pianeta. Non è tempo di guerra. Non è tempo di guerra, è tempo di più Arci!

Al gioco e alla lotta!

Buon congresso