Il documento del X Congresso di ARCI ROMA/ ANGELO MAI, 3 MAGGIO 2022

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1 LUOGHI E TEMI DELLE CULTURE METROPOLITANE

L’Arci Roma è un’associazione indipendente di promozione sociale e civile. Con oltre 85.000 soci e 80 circoli rappresenta un tassello fondamentale per la vita democratica della città. È impegnata nella promozione e nello sviluppo dell’associazionismo, che intende come fattore di coesione sociale, come strumento di impegno civile e di promozione della pace e diritti di cittadinanza, come dispositivo di lotta contro ogni forma di esclusione e discriminazione.

Il Comitato Arci Roma valorizza l’operato di volontarie e volontari del Servizio Civile Nazionale e dei propri circoli romani per l’attivazione di scuole popolari di italiano per stranieri, per sportelli legali-amministrativi rivolti a italiani e migranti, per azioni di contrasto alle povertà e alle disuguaglianze.  In totale, fra sedi associate e comitato, conta approssimativamente circa 200 lavoratori e si avvale del supporto di circa 500 soci volontari (con polizza attiva).

Il Comitato è inoltre gestore di quattro progetti di accoglienza per donne migranti SAI nei Comuni di Roma e Monterotondo, con un impiego complessivo di circa 25 dipendenti.

Tra i circoli affiliati il comitato di Roma annovera 40 live club,  scuole di musica,  scuola di cinema, di teatro,  compagnie teatrali, associazioni che si occupano di arte e mostre,  di fotografia, due sale prove con masterclass e studi di registrazione, una fattoria didattica che gestisce un asilo nido nel bosco, due Aps che operano a tutela del verde, due sedi volte ad attività didattiche extrascolastiche e supporto Dsa e Bes,  centri anziani,  centri culturali multi-disciplinari,  circoli tradizionali, e una Odv che si occupa di contrasto alla povertà.

La nostra città ha da sempre un rapporto ambiguo con quella che Jean Jacques Rousseau definiva la “gioia pubblica”, il piacere dello stare insieme.  Da un lato vanta location incantevoli e grandi istituzioni culturali, per la musica e lo spettacolo dal vivo – tutte rigorosamente business oriented – dall’altro lato si ostina a considerare le pratiche di socialità dal basso e la produzione di culture altre solo nei termini di decoro/degrado/sicurezza. Da un lato, si vincono campagne elettorali, in questa città, con la promessa della più bella Estate romana di sempre – recuperando l’immaginario coniato dall’azione di un assessore straordinario come fu Renato Nicolini alla fine degli anni ’70 – dall’altro lato tardano ad arrivare risposte alle richieste di spazi e possibilità per le pratiche culturali di prossimità, indipendenti, no profit, come quelle agite dai nostri circoli, o da circoli come i nostri. Eppure la centralità e l’urgenza di quelle pratiche e di quei saperi sono state evidenti durante la crisi pandemica, la stagione più difficile che Roma ha vissuto dopo i 16 mesi di occupazione nazifascista tra il ’43 e il ’44. E non soltanto perché i nostri circoli, le socie e i soci, hanno promosso e sostenuto – assieme a pezzi di terzo settore e di movimenti sociali – le migliori pratiche di mutuo soccorso, ma perché è stata interrotta dalla pandemia la presenza sul territorio, la funzione della programmazione culturale e artistica per contrastare il degrado del senso comune, degli immaginari collettivi.

I nostri circoli hanno pagato un prezzo altissimo, restando chiusi più a lungo degli esercizi commerciali, ma nessuno di loro ha rinunciato a prendersi cura dei suoi associati.

Fin dai mesi più blindati del lockdown, Arci Roma ha provato comunque a rilanciare una riflessione sull’arte e la cultura come strumenti di cambiamento e, contemporaneamente, cura per le ferite inflitte dalle crisi economica, pandemica, ambientale. E ora quella riflessione si arricchisce e si proietta nello scenario segnato dalla post-pandemia e da una guerra che sta incendiando il cuore dell’Europa.

Ora, i temi della socialità, diurna e notturna, giovanile e non, vanno portati fuori dalle categorie di degrado, decoro, ordine pubblico, devianza, sicurezza e riproposti in termini di progettazione e gestione dello spazio pubblico. La liberalizzazione delle licenze commerciali a Roma ha portato alla costituzione dei “distretti del loisir” senza un dibattito pubblico che ne definisse la funzione e i diritti e le responsabilità degli attori. In parallelo, la narrazione securitaria, le ordinanze repressive, e i tagli alla spesa pubblica hanno prodotto una recinzione dei luoghi della cultura e della sperimentazione artistica amplificando i conflitti tra residenti e promotori culturali. Le politiche securitarie in particolare portano allo svuotamento delle strade donando più spazi alla microcriminalità, un dato che è stato evidente durante i mesi di lockdown e coprifuoco. A nostro avviso l’antidoto può essere solo una democrazia diffusa, che si ponga il problema dell’efficacia delle pratiche di riappropriazione degli spazi di socialità, condivisione e promozione, siano essi pubblici o privati. Il risultato è la banalizzazione del discorso alla voce “movida”, l’impossibilità di relazioni sociali senza essere costretti a consumare una merce e quello di una conflittualità orizzontale diffusa fra i vari attori urbani.

La musica, lo spettacolo dal vivo, le serate danzanti rappresentano la maggior parte degli oltre cinquemila eventi prodotti dai nostri circoli: la scena romana dei live-club è caratterizzata dalla programmazione e dalla progettazione scaturita nei luoghi Arci, allo stesso modo la produzione di festival (da Villa Ada Roma incontra il Mondo fino alla miriade di eventi organizzati nei quartieri), la promozione artistica, la formazione musicale e le esperienze radiofoniche che hanno ritrovato nuovo impulso nella combinazione tra nuove possibilità tecnologiche e urgenze dettate dal distanziamento sociale. Un lavorìo intenso che è fondamentale per la rigenerazione dei legami sociali ma che troppo spesso non ha il giusto riconoscimento da parte delle istituzioni. Per questo Arci Roma è stata a fianco della mobilitazione dei lavoratori dello spettacolo e si è fatta carico, a cavallo tra il 2021 e il 2022, della campagna Live club must live per denunciare l’assenza di ristori di fronte all’ennesimo dpcm che sprangava l’ingresso ai nostri spazi. In quell’occasione abbiamo reclamato l’apertura di un tavolo per mettere a punto immediati interventi di tutela del settore della musica dal vivo profit e non-profit – che in altre capitali, come Berlino, è stato riconosciuto al pari di istituzioni culturali e tutelato durante la pandemia per evitare le chiusure. Abbiamo chiesto, anche insieme ad Arci nazionale, misure di sostegno alla ripartenza (blocco tari, sgravi osp, etc) e continuiamo a chiedere che Campidoglio e Regione Lazio si facciano portavoce delle istanze di questo comparto anche al livello regionale e in sede di conferenza Stato-Regioni.

Una delle peculiarità di Arci, rivendicata anche nel documento programmatico nazionale, è proprio questa attitudine ad essere un ponte sia verso i movimenti sociali, di cui è parte, sia verso le istituzioni di cui, per via del nuovo codice del terzo settore, è partner nella co-programmazione e nella co-progettazione.

Arci Roma, coerentemente con la sua concezione di programmazione culturale e artistica, promuove scelte di consumo critico equo-solidale e stili di vita sostenibili e a basso impatto ambientale. Per questo una delle sfide che il congresso dovrà lanciare è quella dell’apertura di un percorso che conduca alla scrittura di un codice etico nei confronti del lavoro, del territorio e dell’ambiente. Un codice da scrivere collettivamente, dal basso, proprio come è stato immaginato questo documento congressuale, e che valorizzi le relazioni con le esperienze sindacali dei lavoratori del comparto, come gli Autorganizzati dello spettacolo, con la cittadinanza attiva e i movimenti ambientalisti.

La bussola per il nostro sviluppo associativo dovrà essere la dimensione metropolitana con le molteplici possibilità di attraversamento che offre. A differenza di altre regioni, dove la dimensione delle città e la conformazione urbanistica hanno spesso fornito la possibilità ai circoli di essere un baricentro per il territorio – è stata l’ambizione e la funzione delle Case del Popolo – la realtà romana è costituita da circoli che si insediano in quartieri “grandi come una città” ma estremamente più complessi e con diversi livelli di radicamento da parte degli abitanti. La stessa fisionomia dei circoli – sempre più spazi ibridi e in continua evoluzione – è poliedrica: centri culturali, spazi polifunzionali, live club, scuole d’arte, speakeasy per un’offerta multidisciplinare e interculturale. Inoltre i soci sono sia gli animatori sia gli attraversatori dei nostri spazi, nomadi, portatori di attitudini molteplici e non fossilizzati su una sola identità culturale.

Tutto ciò consente ad Arci Roma di immaginare nella prossima fase sia esperimenti di programmazione cittadina, sia esperienze di progettazione culturale e artistica condivisa e anche la possibilità di implementare servizi comuni per i circoli, dal punto di vista delle forniture e delle consulenze, capaci sia di generare risparmi e sviluppo, sia di intercettare i soci e attivarli. Perché noi non siamo il “vorrei ma non posso” dell’industria culturale, la serie B del mainstream, e nemmeno lo stereotipo del “circolo sfasciato” per vocazione: il filo conduttore che ci connota è il modello di relazione, siamo alternativi al mercato e alternativi alle istituzioni, i nostri circoli sono uno spazio pubblico connotato da valori (antifascismo, antisessismo, intercultura, solidarietà, sostenibilità ecc…), capacità di progettazione e autofinanziamento. Un modello accogliente per soggetti diversi, tendenze, produzioni e stili, su cui riflettere insieme in un contesto politico che, da almeno dieci anni, registra un attacco frontale alle esperienze di occupazione e autogestione.  La nostra associazione, in questo momento, deve essere capace di essere interlocutrice di tutte le esperienze di autorganizzazione culturale. La nostra capacità di stare insieme, di prenderci cura del “noi”, sarà cruciale sia nei rapporti con le istituzioni sia nella produzione di un immaginario condiviso che sappia contrastare il degrado del senso comune nei quartieri popolari. Vogliamo essere parte di un’organizzazione di massa in grado di incidere sulle dinamiche sociali della città e del Paese.

2 RISCHI E OPPORTUNITA’ DELLA RIFORMA DEL TERZO SETTORE

Bisogna rafforzare la nostra capacità di fare rete anche per prenderci cura del nostro stare insieme. Anche il documento nazionale ricorda le parole di Tom Benetollo: “siamo e vogliamo essere un’associazione di uomini e donne liberi ed uguali, refrattari ad ogni leaderismo e agiamo su un terreno, quello dell’autogestione, per produrre ciò che i nostri antenati hanno chiamato emancipazione”. Tuttavia il congresso è consapevole dei rischi e delle opportunità contenute della riforma del Terzo settore in via di attuazione, un processo a cui dovremo partecipare con le nostre specificità associative. Perché la riforma coglie solo in parte il nostro modello associativo ossia non riconosce il carattere aperto dei nostri circoli e le attività spontanee che vi si svolgono. E tutta l’Arci è impegnata a livello nazionale ed europeo a fare in modo che il quadro normativo e fiscale comprenda il nostro associazionismo. Le nostre basi associative devono rimanere presidi democratici diffusi sul territorio e non possono essere confuse con mere attività aziendali o di erogazione di servizi. Il carico di adempimenti previsti dalla Riforma rischia di burocratizzare eccessivamente la vita associativa finendo per scoraggiare i soggetti non profit di media e piccola dimensione e quei percorsi collettivi spontanei che rappresentano una ricchezza per la società. Ma nello stesso tempo questa Riforma può rappresentare un’opportunità per il mondo non profit perché il nuovo assetto normativo prevede che le reti come la nostra si organizzino per monitorare gli enti affiliati e svolgere attività di coordinamento, promozione, supporto, tutela e rappresentanza anche allo scopo di accrescerne la rappresentatività presso i soggetti istituzionali. Infine si ridefiniscono i termini della relazione delle Aps con la Pubblica amministrazione grazie agli strumenti della co-programmazione, co-progettazione e accreditamento. Di fronte a una Riforma che restringe il campo di azione delle associazioni di promozione sociale a favore dell’impresa sociale da un lato e delle organizzazioni di volontariato dall’altro dovremo rivendicare l’identità di un soggetto autonomo e mutualistico e difendere il nostro modello associativo e i principi su cui esso si basa. Noi siamo associazionismo popolare.

3 MUTUO SOCCORSO E RISCATTO SOCIALE

Il nostro Congresso arriva dopo una pandemia e mentre c’è una guerra in corso i cui risvolti sono intuibili ma non noti. Quello che conosciamo è che queste crisi stanno lasciando dietro di loro un mondo dove le povertà sono in forte aumento con un sistema sociale inadeguato e ulteriormente affaticato dallo spostamento verso l’Italia di quei soggetti che fuggono dai molti paesi in conflitto.

Ci eravamo appena lasciati dietro le spalle il  mito della crescita indistinta, del miraggio del profitto immediato capace di sedurre quasi allo stesso modo destra e sinistra di mezzo mondo. Stavamo vedendone gli effetti del distorto modello di sviluppo imposto all’intero pianeta, li stavamo  misurando dal carico delle diseguaglianze che crescevano di giorno in giorno e dalle povertà che hanno prodotto.

La pandemia e la guerra si sono sovrapposte a tutto e questo e l’abisso che separa il regno dell’opulenza e dello spreco dal mondo vasto e crescente dei disperati, degli umiliati – vecchi e nuovi che siano, che hanno perso la consapevolezza di essere anche loro cittadini e portatori di quei diritti ormai negati –  è ulteriormente aumentato.

Le politiche neoliberiste hanno portato allo smantellamento del welfare state, facendo coincidere la valorizzazione del  welfare locale e dei sistemi di governance con la monetizzazione dei diritti e l’estensione del principio economicistico diviene misura degli interventi pubblici.

Le politiche sociali, che incidono direttamente sull’uguaglianza, la libertà e la giustizia sociale – temi sempre presenti nell’agire quotidiano dell’Arci e dei sui circoli –  diventano così uno strumento che produce e rafforza invece la logica dello scambio di mercato, caratterizzata da profitto e valore del denaro in sé, che interviene nelle relazioni fra cittadino e stato e ridisegna la relazione fra pubblico e privato.

Il sistema di protezione sociale italiano, attuato prevalentemente attraverso trasferimenti economici, è considerato un mero fattore di crescita del debito pubblico. Al suo interno, la parte concreta dei servizi sociali – elementi qualificanti e sostanziali del governo e dello sviluppo delle città e dei contesti – è ancora considerata misura residuale, come ben evidenziato dalle continue riduzioni del Fondo Nazionale per le politiche sociali e ancor più oggi che siamo attraversati dagli effetti di una guerra.  E la forte differenziazione degli status giuridici dei soggetti, spesso protagonisti di flussi di una dolorosa mobilità globale, determina una ricomposizione temporale e geografica che preme ulteriormente sul sistema e richiede una nuova concezione della cittadinanza e dell’inclusione sociale.

I Comuni sono titolari di piene funzioni relativamente allo sviluppo sociale, al benessere e all’organizzazione dei servizi e degli interventi sociali relativi destinati all’intera popolazione, ed è qui, a livello territoriale, che è necessario dare un nuovo indirizzo al welfare locale, coniugando la stabilità di servizi universali e pubblici con l’innovazione e lo sviluppo, attraverso un nuovo impianto dell’amministrazione che coinvolga il profilo delle città e dei contesti locali e la loro capacità di supportare processi di integrazione e di cittadinanza.

Il Comune di Roma vede ormai da anni la trasformazione del sistema dei servizi e degli interventi sociali in un mercato di prestazioni nel quale la qualità dell’intervento è indifferente, mentre viene messa in primo piano la capacità di gestire le crescenti richieste burocratiche trascurando il piano progettuale e la qualità del lavoro degli operatori. Da aggiungere che il sistema dell’affidamento tramite bandi sta burocratizzando e svuotando di senso lo stesso governo della città.

Roma, città Metropolitana, deve riappropriarsi dei servizi di area vasta attraverso azioni di sistema che vedano coinvolti altri servizi (Asl, scuola, formazione professionale etc) e il Terzo settore per un reale intervento che porti al superamento dei fattori di disuguaglianza e non più su interventi assistenzialisti estemporanei e frammentati (sussidi, bonus, interventi una tantum, card) che sviluppano invece un mercato di servizi privati che generano dipendenza, ghettizzazione e solitudine.

Tutto ciò produce una deresponsabilizzazione del pubblico che di fatto determina l’assenza e la carenza di professionisti che possano prendere in carico i percorsi di autonomia e di “inclusione sociale sostenuta” delle persone con varie difficoltà. Non a caso, le amministrazioni comunali non assumono quasi più professionisti in ambito psico-sociale-educativo i cui saperi, competenze ed esperienze, sono fondamentali per la organizzazione dei servizi e degli interventi sociali e per la presa in carico dei bisogni dei cittadini in continua evoluzione.

Il cd “Decreto Concorrenza” non è altro con l’ennesimo intervento legislativo che si prefigge una nuova ondata di privatizzazioni di beni comuni fondamentali, dall’acqua all’energia, dai rifiuti al trasporto pubblico locale, dalla sanità ai servizi sociali e culturali. Di fatto, viene azzerata la funzione pubblica e sociale dei Comuni.

E’ invece necessario ripensare e ricostruire, con percorsi condivisi dal basso, un sistema nuovo di organizzazione del sistema dei servizi e degli interventi sociali, fondato sull’affermazione dei diritti, della dignità delle persone e di un nuovo valore da attribuire alla dimensione “pubblica”. Occorre un “pubblico”, capace di governare i processi di cambiamento senza perdere di vista la centralità dei temi della giustizia sociale, della cittadinanza e dei diritti sociali.

Arci Roma, la rete dei circoli Arci, giornalmente provano concretamente con il loro lavoro che mettendo insieme più professionalità e sinergie, parlando con tutti i Dipartimenti interessati, è possibile arrivare ad una inclusione sociale, partendo dalla persona e dai suoi desideri – come forma di “cura di sé” (Foucault) – rendendolo attivo – e consapevole – nella costruzione della propria vita

Lo abbiamo provato con la rete “Akkittate” che, nata durante la pandemia, continua a mettere insieme “collaborazioni” anche trasversali riuscendo a lavorare per l’inclusione sociale dei senza tetto; con Nonna Roma  che durante la pandemia ha messo in moto decine di connessioni con altri circoli per sopperire all’inerzia del Comune di Roma che in una situazione di emergenza non è stato in grado di gestire tempestivamente gli aiuti economici per i beni di prima necessità erogati dal governo nazionale. E ancora lo facciamo con il nostro Comitato che lavora sull’accoglienza con professionalità. Abbiamo iniziato con l’accoglienza, abbiamo imposto il nostro modo, la nostra visione, senza paura di aprire anche conflitti.

Oggi l’Arci è dentro la battaglia per la semplificazione dell’ottenimento della residenza fittizia senza la quale a migliaia di persone vengono negati i diritti basilari (accesso alla sanità, all’istruzione, alla difesa ecc.) e dentro alla battaglia per la cancellazione dell’art. 5 del c.d. Decreto Lupi. La residenza è un diritto soggettivo e non concessorio riconosciuto dal nostro ordinamento. Come siamo dentro nelle battaglie per il diritto all’abitare.

E’ nostro intento coinvolgere tutti i circoli in un lavoro di sensibilizzazione sulle tematiche sociali, e renderli consapevoli che anche la produzione di cultura, la condivisione, sono lavoro sociale. Aprire le menti, rendere consapevoli, permette alle persone di aspirare ad un riscatto sociale.

4 EDUCAZIONE, FORMAZIONE TRASVERSALE E INCLUSIONE 

“I giovani non hanno bisogno di sermoni, i giovani hanno bisogno di esempi di onestà,

di coerenza e di altruismo” [Sandro Pertini]

 

In ogni epoca i giovani, dalla nascita ai primi vent’anni, si formano in base ai tre livelli sociali con cui sono stati in contatto: famiglia, scuola, società. Dopo il primo periodo definito prescolastico, in cui i genitori hanno un ruolo quasi esclusivo nella formazione del bambino, nella fase adolescenziale il ruolo della famiglia diminuisce lasciando il posto all’insegnamento scolastico prima e al modello sociale poi, inteso come modello di comportamento del proprio gruppo di contatto e amicizia fino agli standard sociali proposti dalla società. I giovani, per questo, sono il frutto della nostra cultura e soprattutto delle nostre capacità di infondere loro i giusti modelli e fornire i giusti strumenti per sostenere una crescita basata sullo sviluppo armonioso della persona prima e del cittadino poi.

Ma i tre modelli, famiglia, scuola, società, sono oggi adeguati a questo compito?

La crisi socioculturale prima che economica e sanitaria, ha caratterizzato la storia recente del nostro paese penalizzando soprattutto la dimensione giovanile che sovente dimenticata e sottovalutata nel suo valore, subisce conseguenze che segneranno necessariamente il futuro sociale, didattico\conoscitivo e lavorativo delle prossime generazioni.

L’anello più debole della catena formativa è forse quello intermedio, cioè la scuola, il metodo educativo e dell’apprendimento nonché i contenuti dello studio. Il modello scolastico, infatti, si basa ancora su un approccio prettamente nozionistico i cui contenuti sono spesso frutto di una programmazione obsoleta e non innovativa che non lascia spazio allo sviluppo del pensiero critico e di conseguenza alla formazione di una “cittadinanza globale”.

L’esperienza Arci in questo senso è da sempre l’unica realtà che interpreta perfettamente il concetto di “città educante” offrendo, attraverso l’azione dei propri circoli, un’alternativa reale e concreta alla povertà educativa e fondata su rinnovati valori morali, etici e di condivisione.

A fronte di un immobilismo politico nella dimensione educativa e di una scarsa capacità di adattamento al momento storico, innovazione e ricerca sono invece caratteristiche che accompagnano da sempre temi cari al mondo ARCI quali produzione artistica e culturale, integrazione sociale e formazione basata su una didattica attiva e inclusiva.

Esempio recente e forse a maggiore impatto mediatico per il tema trattato, è stato il riconoscimento che la componente politica di governo ma non solo, ha fatto del ruolo fondamentale che l’azione ARCI ha dimostrato nella gestione della crisi sociale conseguenza della pandemia da COVID19, sapendo di fatto interpretare le richieste del territorio e trasformandole in una mobilitazione generale di circoli e giovani che forti di una consapevolezza sociale hanno dato sostegno alle fasce più deboli e fragili della nostra società.

Dinnanzi a tale macroscopica e giusta attestazione dell’operato agito, l’azione dei circoli ARCI conta inoltre di un quotidiano rapporto con la pubblica amministrazione che nel tentativo di colmare il gap politico sul tema educativo si rivolge all’associazionismo per portare quell’innovazione nella dimensione scolastica che richiamato sulla carta di norme e orientamenti non trova riscontro applicativo negli strumenti in uso alle strutture educanti.

Tale riconoscimento non è però d’altronde inteso come riorganizzazione strutturale della componente educativa ma lasciato al singolo slancio individuale di insegnanti e dirigenti scolastiche creando di fatto disparità circa l’offerta formativa rivolta ai giovani.

Un esempio calzante e attuale è la normativa riferibile ad esempio ai PCTO che interessano giovani dai 15 ai 18 anni di età (ex alternanza scuola lavoro), e che in un documento del MIUR che richiama sulla via teorica a quei valori virtuosi quotidianamente trattati dall’azione dei circoli ARCI, come l’acquisizione di competenze in materia di cittadinanza ed espressione culturale ma che, però, nella sua attuale declinazione si trasforma in un’esperienza non formativa e di sfruttamento che è stata all’attenzione dal grande pubblico per le purtroppo recenti morti di giovani studenti, inseriti in contesti produttivi inadeguati.

In ragione di questo e nell’ottica di condividere esperienze e competenze è emersa la necessità di intensificare l’azione interna dei circoli ARCI attraverso la messa in rete delle esperienze e delle conoscenze e finalizzata a rendere tutti i circoli ARCI al di là del fine statutario principale, abilitati all’ingresso nella dimensione formativa dei giovani e quindi delle nuove generazioni.

Una delle proposte o forse considerazione, emersa dal tavolo educazione è relativa alla possibilità di creare una banca dati che raccolga le singole professionalità e i campi di azione dei singoli circoli così che si crei una comunicazione circolare utile ad ottimizzare le singole risorse, rendendo ancor di più formale l’apporto derivante dall’associazionismo ARCI rispetto alle richieste strutturali della componente educativa, ma non solo.

L’azione della componente associativa ARCI, d’altronde, si rende di fatto necessaria per contrastare la logica del profitto sfrenato e spregiudicato caratterizzante la socialità capitalistica e basata su un approccio competitivo anziché collaborativo.

5 UN ALTRO GENERE DI SOCIALITA’

“Solo imparando a vivere in armonia con le tue contraddizioni puoi tenere tutto a galla.”

[Audre Lorde]

Con l’assemblea teatrale “Un altro genere di socialità” siamo partitə dal portato di ogni partecipante in merito alle questioni di genere.

Da subito è apparso chiaro che le persone presenti portavano vissuti relativi alla vita associativa ma anche esperienze personali.

Attraverso i giochi ci siamo interrogatə su quali urgenze ciascunə di noi avesse:

  • Linguaggio inclusivo
  • Spazi liberati e gender fluid
  • Ripartizione dei compiti e della rappresentanza
  • Sessismo e Violenza di genere

Ci siamo soffermatə su 2 scene nate e costruite attraverso il laboratorio dall’immaginario collettivo:

-Persona che subisce un approccio con insistenza da parte di qualcunə e il desiderio di capire come essere di supporto a questa persona

– Situazione collettiva dove non vi è una equa ripartizione dei compiti e la tendenza a coinvolgere, in determinate pratiche, sempre le stesse persone (spesso donne) e il bisogno di cambiare e riportare equilibrio nelle attività.
Il tema ripartizione e rappresentanza, portava con sè anche il problema della delega delle questioni di genere alle donne, come se riguardasse solo loro…ma il mansplaining non manca mai!!!

In ogni spazio attraversato da ciascunə di noi c’era da una parte la sensibilità, l’attenzione e la cura di alcunə e la mancanza di coscienza di altrə.
Ci è sembrato dunque indispensabile caratterizzare i circoli e tutti gli spazi di Arci Roma come luoghi dove alcuni valori sono fondanti della nostra vita associativa attraverso “la promozione dei diritti e lo sviluppo di forme di prevenzione e di lotta contro ogni forma di disagio, esclusione, emarginazione, discriminazione, razzismo, xenofobia, omotransfobia, sessismo, intolleranza, violenza e censura” (cit statuto Arci).
L’incontro del 31 Marzo 2022 è l’inizio di un processo che vogliamo costruire assieme a tutti i circoli, di riflessione su come tutti i nostri spazi possano essere propulsori di una cultura del rispetto in cui le relazioni si costruiscano sulla mutualità e l’orizzontalità.

Il primo passo lo facciamo grazie all’elaborazione di un prodotto da distribuire nei circoli, una grafica (segnaletica, cartellonistica, fumettistica….indicativa) che possa ricordare a tuttə che certi comportamenti non sono accettabili e non saranno accettati dentro a questi luoghi ed anche che ci sono sguardi attenti e persone solidali a cui rivolgersi nel caso in cui ci si senta in difficoltà/pericolo.

E’ emerso con evidenza come sia importante porre le questioni legate al sessismo in modo da responsabilizzare in primis gli uomini più che chi subisce molestie, discriminazioni ecc..
Regole di comportamento e messaggi di supporto affinché nessun si senta solə

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Partiamo da questa riflessione collettiva per strutturare il nostro lavoro di formazione dedicata alle persone che in tutte le forme attraversano i nostri spazi: socə, dirigenti e volontarə.

Il percorso di formazione garantirà un consolidamento delle competenze dei soggetti coinvolti assicurandoci la possibilità di essere dei validi interlocutori sui territori in merito alla sensibilizzazione/educazione verso socə e cittadinanza.

Ci impegnamo a costruire nuove progettualità da affiancare a quelle già esistenti per essere al fianco di tutte le soggettività che lottano per il riconoscimento dei propri diritti.

Consapevoli di vivere in una società patriarcale in cui gli uominini bianchi detengono in via primaria i privilegi sociali economici e politici, ci impegnano a fare la nostra parte per scardinare tali privilegi costruire una società più equa.