Giornata Mondiale del Rifugiato!

• Giornata Mondiale del Rifugiato

 In occasione dello scorso 20 giugno, giornata internazionale del rifugiato, l’Arci di Roma, come fa ormai da due anni, ha partecipato alla campagna nazionale dell’Arci “apri un ombrello, offri un rifugio” all’interno dell’evento dell’estate romana “Roma incontra il Mondo”. Si è fatta una installazione degli ombrelli e dal palco l’artista Peppe Barra ha ricordato l’importanza della giornata sottolineando come occorra fare informazione in merito al tema dei migranti e dei rifugiati in particolare.

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• Confessioni di un rifugiato 

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In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato Arci Roma e Fuori le Mura hanno deciso di raccontare le storie di alcuni rifugiati.

Abbiamo voluto fuggire il pietismo d’accatto del “poverini”: così abbiamo lasciato parlare soprattutto loro, nel tentativo di sottolineare quanto sono importanti alcune conquiste, come la Convenzione di Ginevra, quanto c’è di sbagliato nelle attuali legislazioni – soprattutto nell’applicazione concreta delle leggi vigenti – e quanto ancora ci sarebbe da fare.

Quel “confessioni” incastonato tra virgolette non va inteso nel senso di un’ammissione di colpa, ma nel suo significato più profondo: testimonianza di un vissuto. Perché i lettori possano cercare di comprendere cosa c’è dietro una richiesta d’asilo prima ancora di formulare un giudizio.

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• Approfondimento sulla Giornata Mondiale del Rifugiato

L’internazionalizzazione di questa celebrazione fu voluta come segno di solidarietà con il continente Africano che, ospitando il numero maggiore di rifugiati,  già festeggiava tale ricorrenza. Proprio l’Africa mostrava estrema generosità rispetto alla tematica e nel 2001 l’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA), accettò che la giornata mondiale coincidesse con quella africana. Così tale ricorrenza,  fissata nella giornata del 20 giugno,  diviene ‘mondiale’ con la Risoluzione n. 55/76 adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 4 Dicembre 2000 in vista del cinquantennale (2001) della Convenzione di Ginevra, che tratta lo status di rifugiato.

La Convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951 è il primo accordo internazionale che impegna gli stati firmatari a concedere protezione a chi fugge dalle persecuzioni per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per opinione politica. Stabilisce altresì le condizioni per essere considerato un rifugiato, le forme di protezione legale, altri tipi di assistenza, i dritti sociali e gli obblighi che il rifugiato dovrebbe avere.

Tale Convenzione ricorda sin dalla sua premessa l’importanza della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata il 10 dicembre 1948, che afferma il principio che “gli uomini, senza distinzioni, devono godere dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali” e da questa premessa fonda la sua stessa ragion d’essere.

E’ stata resa  esecutiva in Italia con la legge del 24 luglio 1954 n. 722, che definisce “rifugiato” colui “che temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese; oppure che, non avendo cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tali avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra” (Articolo 1 A della Convenzione di Ginevra).

 

L’ambito di applicazione della Convenzione è limitato ai casi di persecuzione individuale. Sono esclusi dall’applicazione ella Convenzione le persone costrette a lasciare il proprio Pese a causa di disastri naturali, di calamità, di violenti rivolgimenti politici o di crisi belliche possono essere escluse dall’applicazione della Convenzione. In tali casi sono adottate misure di protezione straordinarie come per esempio la “protezione temporanea“, come è accaduto quando sono stati accolti nel nostro Paese i cittadini della ex Jugoslavia, della Somalia o dell’Albania o come è avvenuto nel corso dell’ultimo anno  per i migranti provenienti dal nord Africa.
A integrazione della Convenzione è intervenuto il Protocollo di New York nel 1967 che ha rimosso le limitazioni temporali e geografiche fissate nel testo originario della Convenzione.

Vengono definiti “richiedenti asilo” coloro che, trovandosi fuori dal proprio Paese, non possono o non vogliono tornarvi per il timore di essere perseguitati  e presentano una domanda nel nostro Paese di riconoscimento dello “status di rifugiato“, che otterranno in seguito all’accoglimento della domanda, che dovrà essere motivata e il più possibile documentata sia per quanto concerne le persecuzioni subite o quelle che si potrebbero subire rientrando nel proprio Paese d’origine.

Ciò è abbastanza arbitrario poiché il termine ‘persecuzione’ non viene definito nella Convenzione di Ginevra. In merito il manuale dell’UNHCR del 1992 sottolinea che “dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra del 1951 si può dedurre che costituisce persecuzione ogni minaccia alla vita o alla libertà”

Esempi di comportamenti persecutori possono essere: atti di violenza fisica o psichica, compresa la violenza sessuale; provvedimenti legislativi, amministrativi, di polizia e\o giudiziari, discriminatori per loro stessa natura o attuati in modo discriminatorio; azioni giudiziarie o sanzioni penali sproporzionate o discriminatorie; rifiuto di accesso ai mezzi di ricorso giuridici e conseguente sanzione sproporzionata e discriminatoria; azioni giudiziarie o sanzioni penali come conseguenza del rifiuto di prestare servizio militare in un conflitto, quando questo comporterebbe la commissione di crimini o reati; atti specificamente diretti contro un sesso o contro l’infanzia.

Hanno diritto alla “protezione sussidiaria“, in base al decreto legislativo n. 251 del 2007, coloro che pur non possedendo i requisiti per ottenere lo status di rifugiato non possono essere rinviati nel Paese d’origine o, per l’apolide, nel paese di residenza, in quanto sussiste il fondato timore che il richiedente possa subire un grave danno alla sua vita o alla sua incolumità.

Il primo organismo in Italia che si è occupato della procedura di eleggibilità e del riconoscimento dello “status di rifugiato” è stata la Commissione paritetica di eleggibilità (Cpe).
Questo organismo è stato istituito, con uno scambio di note tra il Governo italiano e l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati, il 22 luglio 1952 e ufficialmente sancito con un decreto interministeriale del 24 novembre 1953. In seguito è stato modificato dapprima dalla Legge Martelli (Dl. 416/89) e poi dalla Bossi – Fini (L. 189/2002), fino ad arrivare a trasformarla in “Commissione nazionale per il diritto di asilo” , che a sua volta viene decentrata nelle Commissioni Territoriali, oggi denominate “Commissioni Territoriali  per il riconoscimento di Protezione Internazionale”.

La Commissione nazionale per il diritto di asilo è un organo di indirizzo e coordinamento delle Commissioni territoriali, con funzioni anche di monitoraggio e documentazione sul tema, ha il compito di fissare criteri organizzativi e di garantire uniformità di orientamento, ha poteri decisionali in tema di revoche e cessazione degli status concessi (articolo 32 legge n. 189/02).

Quando si parla di rifugiati e richiedenti asilo, si deve tener presente anche la  Convenzione  di Dublino, firmata a Dublino il 15 giugno 1990 ed entrata in vigore il 1° settembre dello stesso anno per i primi dodici Paesi firmatari: Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Regno Unito. Nel 1997 hanno ratificato la Convenzione anche Austria e Svezia, nel 1998 la Finlandia,  e nel 2008 la Svizzera, che in seguito a un referendum ha sottoscritto e ratificato la suddetta Convenzione. Recentemente il sistema è stato esteso anche ad alcuni Paesi al di fuori dell’Unione Europea.

A tale Convenzione segue il regolamento di Dublino II, regolamento 2003/343/CE, un regolamento europeo che determina lo Stato membro dell’Unione europea competente ad esaminare una domanda di asilo o riconoscimento dello status di rifugiato in base all’art.51 della Convenzione di Ginevra (art.51). Esso è stato adottato nel 2003, di fatto in sostituzione alla Convenzione di Dublino, e mira a “determinare con rapidità lo Stato membro competente [per una domanda di asilo]” e prevede il trasferimento di un richiedente asilo in tale Stato membro. Di solito, lo Stato membro competente all’esame della domanda d’asilo sarà lo Stato in cui il richiedente asilo ha messo piede per la prima volta nell’Unione Europea.

Tra gli obiettivi del Regolamento di Dublino II  c’è sicuramente la volontà di  impedire ai richiedenti asilo di presentare domande in più Stati membri  e  di ridurre il numero di richiedenti asilo “in orbita” , che sono trasportati da Stato membro a Stato membro. Tuttavia, poiché il primo paese di arrivo è incaricato di trattare la domanda, questo mette una pressione eccessiva sui settori di confine, dove gli Stati sono spesso meno in grado di offrire sostegno e protezione ai richiedenti asilo. Attualmente, coloro che vengono trasferiti in virtù di Dublino non sempre sono in grado di accedere a una procedura di asilo: questo mette a rischio le garanzie dei richiedenti asilo di ricevere un trattamento equo e di vedere le proprie richieste d’asilo prese in adeguata considerazione

In questo senso il  regolamento stabilisce alcuni  paletti rispetto al principio dell’unità del nucleo familiare: se il richiedente asilo è un minore non accompagnato, è competente per l’esame della domanda di asilo lo Stato membro nel quale si trova legalmente un suo familiare, purché ciò sia nel migliore interesse del minore. La regola generale, infatti, è sempre quella di preservare l’interesse maggiore del minore. In mancanza di un familiare, è competente lo Stato membro in cui il minore ha presentato la domanda d’asilo.  Il regolamento regola anche  le domande d’asilo presentate simultaneamente o in date ravvicinate da diversi familiari per un esame congiunto.

Lo Stato membro che ha rilasciato al richiedente asilo un permesso di soggiorno o un visto valido è competente per l’esame della domanda d’asilo. Se il richiedente è titolare di più permessi o visti, è considerato competente, ai fini dell’esame, lo Stato che  ha rilasciato il documento di soggiorno che conferisce il diritto di soggiorno più lungo o, se la validità temporale è identica, lo Stato che ha rilasciato il documento di soggiorno la cui scadenza è più lontana, quando i visti sono di analoga natura (la stessa regola si applica nel caso di più visti di natura diversa). La stessa regola vale quando il richiedente asilo è titolare di uno o più titoli di soggiorno scaduti da meno di due anni o di uno o più visti scaduti da meno di sei mesi e non abbia lasciato i territori degli Stati membri. In questi casi, è competente lo Stato membro in cui è stata presentata la domanda.

Se il richiedente asilo ha varcato illegalmente le frontiere di uno Stato membro, quest’ultimo è competente per l’esame della sua domanda di asilo. Questa responsabilità cessa 12 mesi dopo la data di attraversamento clandestino della frontiera.

Quando è accertato che il richiedente asilo ha soggiornato per un periodo continuato di almeno 5 mesi in uno Stato membro prima di presentare la domanda d’asilo, detto Stato membro è competente per l’esame della domanda d’asilo. Se il richiedente asilo ha soggiornato per un periodo di almeno 5 mesi in vari Stati membri, lo Stato membro in cui ciò si è verificato per l’ultima volta è competente per l’esame della domanda d’asilo.

Se un cittadino di un paese terzo richiede asilo in uno Stato membro in cui non è sottoposto all’obbligo di visto, l’esame della domanda d’asilo compete a tale Stato membro.

Quando la domanda d’asilo è presentata in una zona internazionale di transito di un aeroporto di uno Stato membro da un cittadino di un paese terzo, detto Stato membro è competente per l’esame della domanda.

Infine, il regolamento prevede anche un “criterio generale” applicabile quando nessuno Stato membro può essere designato competente per l’esame della domanda d’asilo sulla base dei criteri enumerati. In tali casi, è competente il primo Stato membro nel quale la domanda è stata presentata.

C’è una clausola umanitaria consistente nel fatto che qualsiasi Stato membro può, pur non essendo competente in applicazione dei criteri vincolanti definiti dal presente regolamento, accettare di esaminare una domanda d’asilo per ragioni umanitarie, fondate in parte su motivi familiari o culturali (a condizione che le persone interessate vi acconsentano).

Se uno Stato membro ritiene che un altro Stato membro sia competente per l’esame di una domanda d’asilo, esso può interpellare tale Stato membro affinché prenda a carico la domanda. Lo Stato membro competente per la domanda d’asilo è tenuto ad assolvere alcuni obblighi, in particolare l’obbligo di prendere o riprendere a carico il richiedente e di portare a termine l’esame della sua domanda. La domanda di presa o ripresa a carico dovrà indicare ogni elemento che permette allo Stato richiesto di determinare se è effettivamente competente. Quando lo Stato richiesto accetta di prendere a carico o riprendere a carico il richiedente asilo, lo Stato nel quale la domanda d’asilo è stata presentata notifica al richiedente asilo una decisione motivata relativa all’inammissibilità della sua domanda in tale Stato membro indicando l’obbligo di trasferimento del richiedente asilo verso lo Stato membro competente; contro tale decisione può essere esperito un ricorso che non ha effetto sospensivo, a meno che il giudice o l’organo giurisdizionale competente non decida altrimenti caso per caso, se la legislazione nazionale lo consente. Il presente regolamento stabilisce una serie di modalità pratiche relative alla presa o alla ripresa in carico del richiedente (scadenze per la presentazione e l’evasione delle richieste e per l’esecuzione dei trasferimenti, verifiche necessarie, notifiche delle decisioni, ecc.). Qualora uno Stato membro non rispetti i rigidi termini stabiliti dal regolamento, si ritiene che abbia implicitamente accettato la propria competenza nei confronti della persona interessata.

Laddove sia necessario per finalità specifiche, quali la determinazione dello Stato membro competente o l’esame di una domanda d’asilo, gli Stati membri posso scambiarsi i dati di carattere personale riguardanti i richiedenti asilo, nel rispetto di rigorose regole di protezione dei dati. Le ragioni addotte dal richiedente a giustificazione della domanda d’asilo sono scambiate soltanto se strettamente necessario e solo se l’interessato vi acconsente. Le richieste di informazione devono essere motivate. Lo Stato membro che trasmette i dati ne deve garantire l’esattezza e l’aggiornamento. Il richiedente ha diritto di conoscere i dati trattati che lo riguardano e di ottenerne la rettifica, la cancellazione o il congelamento in caso di violazione del presente regolamento o della direttiva 95/46/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 1995, relativa alla protezione delle persone per quanto riguarda il trattamento dei dati personali e la libera circolazione degli stessi. Tutte le richieste, risposte e comunicazioni scritte in applicazione del presente regolamento saranno inviate tramite la rete di comunicazione elettronica “DublinNet”.

Secondo il Consiglio europeo per i rifugiati e gli esuli (ECRE) e l’UNHCR, il sistema attuale non riesce a fornire una protezione  efficiente. È stato dimostrato in diverse occasioni, anche dalla stessa UNHCR, che il regolamento impedisce i diritti legali e il benessere personale dei richiedenti asilo, compreso il diritto a un equo esame della domanda d’asilo e, ove riconosciuto, ad una protezione effettiva. Esso conduce inoltre ad una distribuzione ineguale delle richieste d’asilo tra gli Stati membri, dal momento che – per esempio – un paese come l’Italia avrà sempre un alto tasso di “dublinati”, essendo spesso una meta di passaggio per chi proviene dal continente africano, e non solo.

Per questo le suddette associazioni denunciano che l’applicazione del regolamento può seriamente ritardare la presentazione delle domande e può risultare in richieste d’asilo che non vengono mai prese in considerazione. Tra le varie critiche risalta anche l’uso della detenzione per il trasferimento dei richiedenti asilo da parte dello Stato in cui fanno domanda allo stato ritenuto competente, la separazione delle famiglie e la negazione di una effettiva possibilità di ricorso contro i trasferimenti. Il sistema di Dublino aumenta inoltre la pressione sulle regioni di confine esterno dell’UE, dove la maggioranza dei richiedenti asilo entrano nell’UE e in cui gli stati sono spesso meno in grado di offrire sostegno per l’asilo e la protezione dei richiedenti

Dopo che diverse organizzazioni non governative, tra cui UNHCR,  hanno apertamente criticato il sistema di asilo in Grecia, tra cui la mancanza di protezione e cura per i minori non accompagnati, molti paesi hanno sospeso i trasferimenti di richiedenti asilo in Grecia nel quadro del regolamento Dublino II. Il regolamento è stato criticato anche dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa in quanto non in grado di garantire i diritti dei rifugiati.

Un altro fenomeno da tenere presente quando si parla di rifugiati e dei richiedenti asilo è quello dei respingimenti, per cui – come è noto – l’Italia è stata recentemente condannata dalla Corte Europea dei diritti umani con Sentenza 23 febbraio 2012 n. 27765/2009.

 La sentenza riguarda un caso del 2009 e si evince che, nel respingere i migranti eritrei e somali provenienti dalla Libia, l’Italia è venuta meno all’art. 3 della Convenzione dei diritti umani (CEDU) inerente i trattamenti degradanti e la tortura. Si ricorda, in merito, che in Italia non vi è una legislazione specifica sul reato di tortura. Con la sentenza la Corte Europea dei diritti umani ha posto un limite ai respingimenti in mare e ha stabilito che l’Italia ha violato il divieto alle espulsioni collettive (articolo 4, IV Protocollo aggiuntivo CEDU)  e al diritto, per le vittime, di fare ricorso presso i tribunali italiani (articolo 13 CEDU).

 Strettamente legato alla sentenza della Corte di Strasburgo è la denuncia dell’UNHCR , la quale evidenzia che oltre 1.500 persone sono annegate o si sono disperse nel tentativo di attraversare il Mediterraneo e raggiungere l’Europa nel solo 2011. Questi dati sono i più elevati da quando, nel 2006, l’UNHCR ha cominciato ad elaborare queste statistiche. Il precedente primato risaliva al 2007, quando le vittime e i dispersi furono 630.

Sempre l’UNHCR afferma che lo scorso anno c’è stato  un record di arrivi i Europa attraverso il Mediterraneo: oltre 58.000. Il precedente picco era del 2008 ed era di 54.000 persone che raggiunsero Grecia, Italia e Malta dal Mediterraneo. E’ da evidenziare, in merito, che nel 2009 e 2010, c’è stato un importante controllo alle frontiere che aveva ridotto il numero di persone in arrivo in Europa. Ciò non si è verificato nel 2011, quando il Mediterraneo ha visto intensificarsi il traffico di imbarcazioni in seguito alle primavere arabe e alla caduta dei regimi in alcuni paesi nordafricani. Ciò lascia pensare che il numero reale di persone che possono aver perso la vita in mare potrebbe essere anche maggiore.

 

Archivio Immigrazione

archivio

A proposito dello sgombero dei Rom Kalderash da Saxa Rubra

A proposito di sicurezza, il ricordo di Abdul

 Appello. Il triangolo nero

Comunicato Stampa decreto flussi

Deportazioni di massa di immigrati disposte dalle autorità libiche

False Evidenze

Mille voci contro il razzismo

Nicoleta. E’ lutto al capannone Quintiliani

Presentazione Dossier Statistico 2007

Razzisti in doppiopetto

Spero finisca bene ma continuo ad essere un fantasma

Spero finisca bene ma continuo ad essere un fantasma

Il 15 Febbraio l’Arci insieme alle altre realtà antirazziste e ai migranti di Roma, scenderà in piazza per chiedere una soluzione alla situazione di grave difficoltà prodotta dal decreto flussi 2007.

Pensiamo che in questi ultimi giorni di gestione, anche se limitata dalle imminenti elezioni, il governo abbia il dovere di dare una risposta alla straordinaria richiesta di legalità che viene dai migranti: Uomini e donne che hanno affidato la loro speranza di vita ad una lotteria telematica.

Uomini e donne che questa volta non avete visto infreddoliti davanti un ufficio postale a testimoniare che l’idea dall’incontro a distanza fra domanda e offerta di lavoro, che è alla base del decreto flussi, è una ipocrisia che solo una destra illiberale e intollerante poteva promuovere e che solo una sinistra,purtroppo debole e piena di contraddizioni, poteva mantenere in vita.

Noi ci saremo, e ci saremo in tutte le iniziative che vorranno denunciare questo problema in polemica con chi non ha voluto vedere che proprio quelle persone verso le quali in questi mesi si è invocato legalità e repressione, proprio da quelle baracche brutalmente abbattute emerge l’assoluta necessità di essere regolarizzati, di non dover lavorare in nero per favorire l’evasione dei padroncini edili, di poter muoversi liberamente a Roma senza nascondersi e vivere alla luce del sole: emerge l’assoluta necessità di avere dei diritti.

Claudio graziano

APPELLO PER MOBILITAZIONE 15 FEBBRAIO
 
 
Spero finisca bene ma nel frattempo continuo a essere un fantasma…
“Del resto voglio solo lavorare e vivere tranquillo…
Ho partecipato al decreto flussi ma mi hanno detto che non è molto facile avere un permesso di soggiorno…
Al momento del decreto flussi 2006 non ho potuto partecipare perché non avevo più un datore di lavoro…
Senza permesso i datori possono fregarmi…
Sono venuto in Italia pagando per un permesso di soggiorno…
Ora sto lavorando e il mio datore di lavoro ha fatto la richiesta per il decreto flussi…
Ho tentato il decreto 2006 ma la mia domanda è andata perduta…
Per tornare a prendere il visto rischierei l’espulsione e non potrei più tornare in Italia…
Il decreto flussi è l’unica possibilità per mettermi in regola…
Ho provato anche se ho un’espulsione…
Sono stanco di dover correre da sinistra a destra e di dovermi nascondere dalla Polizia…
Senza permesso non ho lavoro e senza lavoro non ho permesso…
Ho un bambino di 4 anni che ho lasciato quando aveva qualche mese, senza permesso sono in gabbia…
Ho la paura nella pancia…”

Queste sono alcune delle mille frasi che abbiamo raccolto in questi anni dai migranti che abbiamo incontrato. Sono frammenti  di vita dolore e paura, ai quali nessuno è riuscito a dare una speranza concreta.
Quest’anno moltissimi cittadini,uomini donne, bambini hanno di nuovo affidato il loro futuro alla cinica e ipocrita lotteria del decreto flussi. Ma l’unica differenza con il passato e l’essere spariti dai marciapiedi delle poste quasi come se la manifestazione visibile della loro clandestinità potesse essere un’offesa a decoro della città. E, per dirla tutta, proprio quel decoro in nome del quale troppo spesso in questa si è operato per cancellare a colpi di ruspe e fogli di via molti dei luoghi dove questi uomini donne e bambini avevano trovato un rifugio,un posto seppur degradato, dove cominciare continuare a vivere e sperare.
  
DECRETO FLUSSI 2007
 
·        Di fronte a una quota complessiva, prevista dal decreto, di 170.000 ingressi sono state presentate 700.000 domande.
·        Il decreto flussi ha  riprodotto tutti quei meccanismi ipocriti, , che generano “clandestinità”.
·        La nuova procedura del decreto flussi ha solo spostato le code dei migranti dalle Poste ai Patronati, continua la vergognosa “lotteria” sulla pelle dei  migranti.
 
CHIEDIAMO
 

  • L’accoglimento di tutte le domande presentate che è l’unica risposta per regolarizzare le centinaia di migliaia di migranti già presenti sul territorio

  • l’accoglimento della domanda anche per chi ha avuto precedenti espulsioni e la revoca dell’espulsione tramite procedura semplificata (così come avviene per altre tipologie di visto a fronte di nuove condizioni soggettive)

  • la fine dell’ipocrisia per cui si costringono le persone a tornare al proprio paese per ritirare il visto e la predisposizione di una procedura semplificata.

Raccogliamo l’appello partito da Brescia, e che vedrà mobilitazioni in molte città italiane, e chiamiamo tutte le associazioni, organizzazioni, reti dei migranti e antirazziste per una giornata di lotta e mobilitazione anche a Roma per il 16 febbraio per chiedere l’immediato accoglimento di tutte le domande presentate.

 

Sabato 15 febbraio ore 17.30 presidio a piazza Santissimi Apostoli(piazza venezia) e delegazione alla prefettura di Roma.

Campagna di tesseramento Arci nelle lingue straniere

ALBANESE

Tesseramento Arci in Albanese

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CINESE

Tesseramento Arci in Cinese

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FILIPPINO

Tesseramento Arci in Filippino

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FRANCESE

Tesseramento Arci in Francese

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INGLESE

Tesseramento Arci in Inglese

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RUMENO

Tesseramento Arci in Rumeno

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SPAGNOLO

Tesseramento Arci in Spagnolo

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ARABO

Tesseramento Arci in Arabo

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Conferenza Stampa

DECRETO FLUSSI 2007:
UNA NUOVA LOTTERIA, QUELLA VIRTUALE
VENERDI’ 30 NOVEMBRE h.12,00
Palazzo Valentini, Via IV Novembre 119/a

Sono 170.000 i cittadini stranieri non comunitari che nel 2007 potranno entrare in Italia per motivi di lavoro: si tratta di una cifra molto inferiore rispetto alla domanda di lavoro presente nel paese. Nel 2006 per la stessa quota di ingressi sono state presentate 500.000 domande.
Scatta dunque la tradizionale lotteria: “vince” l’ingresso chi arriva prima. La novità di quest’anno è che sarà “virtuale”: le domande potranno infatti essere presentate solo tramite internet dai singoli datori di lavoro o dai “soggetti accreditati” (associazioni imprenditoriali, patronati e (tre) associazioni). Le file si sposteranno dagli uffici postali ai meno visibili percorsi del web.
Le associazioni di volontariato, o gli avvocati, le piccole realtà locali che gestiscono servizi di orientamento e assistenza legale non potranno utilizzare il sistema per inoltrare le domande dei loro assistiti. Che tutto ciò possa “semplificare” l’invio delle domande è alquanto dubbio. E infatti chi da sempre specula sulle procedure di richiesta del permesso di soggiorno si è messo già al lavoro. Il Coordinamento per Roma democratica e solidale non ci sta e aderisce alla giornata di mobilitazione nazionale indetta per il 1° dicembre per la cancellazione della convenzione con le poste per il rinnovo dei permessi di soggiorno e per l’introduzione di un meccanismo di regolarizzazione ordinaria. Venerdì 30 denunceremo:

La mancanza di trasparenza della nuova “lotteria virtuale”: il Ministero dell’Interno non ha infatti chiarito come il nuovo software predisposto sarà in grado di garantire trasparenza rispetto all’ordine di arrivo delle domande.

L’impossibilità che questo sistema di contingentamento degli ingressi per lavoro possa funzionare. Gran parte delle persone che “entrano” in Italia con il decreto flussi sono già presenti sul territorio nazionale e sarebbe molto più realistico prevedere un meccanismo diverso di regolarizzazione.

L’ingiustizia del nuovo sistema di inoltro delle domande che, per la sua complessità, consegna di fatto i lavoratori stranieri nelle mani delle organizzazioni datoriali e dei patronati e impedisce ai soggetti territoriali più vicini ai migranti di accedere alla procedura.

Chiederemo:

L’ampliamento delle quote di ingresso

l’emanazione di un provvedimento di regolarizzazione che consenta a tutti coloro che vivono e lavorano in Italia di ottenere un permesso di soggiorno
la modifica del sistema di accesso alla procedura e l’eliminazione delle preclusioni e del tetto massimo di 5 domande inviabili dallo stesso computer, in modo da consentire a tutti  associazioni di volontariato, studi legali, esperti o semplici cittadini  di inoltrare pratiche relative a più datori di lavoro
l’avvio di procedure di controllo e monitoraggio del sistema di accertamento del reddito dei datori di lavoro in modo tale che le direttive indicate nel decreto flussi siano rispettate in tutte le sedi delle Direzioni Provinciali del Lavoro.

La possibilità di assumere soggetti destinatari di espulsioni pregresse.

Invitiamo i migranti, le associazioni e la stampa ad essere presenti.

False evidenze

Definiamo l’espressione “false evidenze” con le parole di Umberto Galimberti: “L’immaginario sociale non riflette, ma inventa ragioni per costruire una pratica che, pur provenendo dalla cultura, possa esser letta come espressione della natura. Inventando senso e dandolo a ciò che non ne ha, l’immaginazione produce quelle false evidenze che poi diventano un modo legittimo di pensare e di agire, quindi un’abitudine, e perciò una seconda natura”. Pensieri, convinzioni, comportamenti che traggono forza e legittimazione dal loro appartenere all’immaginario dominante, e che per questo non hanno bisogno di essere dimostrate da fatti, dati o evidenze scientifiche.

Ne è stata profusa grande quantità a proposito di rom e/o rumeni, di paure, di sicurezza. C’è solo l’imbarazzo della scelta.

Prendiamo ad esempio la certezza della pena, o meglio l’incertezza della pena: per la precisione l’idea che rom e/o rumeni, appena colti in flagranza di reato, vengano accompagnati in Questura o in carcere e liberati dopo poche ore. Liberi di delinquere nuovamente.

Ad azzardarsi a chiedere la fonte di questa diffusa convinzione, continuamente rilanciata da mezzi di informazione e personaggi politici di ogni grado, si rischia di essere (se va bene) sbeffeggiati: lo sanno tutti che è così.

Ma, a costo di risultare velleitari, proviamo a contrastare la diffusione di un senso comune che, almeno oggettivamente, finisce per alimentare convinzioni e atteggiamenti discriminatori e talvolta apertamente xenofobi.

I dati che seguono fanno parte di una ricerca svolta dalla Fondazione Michelucci sui detenuti stranieri nel carcere fiorentino di Sollicciano.

Il collegamento tra la crescita complessiva della popolazione detenuta e l’aumento del numero degli stranieri in carcere è ormai evidente, basti pensare che l’importante incremento della popolazione detenuta in Italia nell’intervallo 1996-2006 si spiega per oltre l’80% con l’aumento degli stranieri in carcere. Nello stesso intervallo temporale la forte crescita del numero dei detenuti in Toscana è dovuta per oltre il 98% alla crescita del numero dei detenuti stranieri, mentre nel solo istituto di Sollicciano, il più importante della Regione, l’aumento della popolazione si spiega interamente con l’aumento degli stranieri detenuti. Gli italiani nel frattempo sono addirittura diminuiti.

I molti stranieri a Sollicciano sono peraltro maggioranza ancora più schiacciate tra le persone in attesa di giudizio, mentre diventano minoranza solo tra coloro che sono sottoposti a condanna definitiva. In altri termini, a Sollicciano al 4/10/2007 solo il 16,7% degli stranieri (28,3% prima dell’indulto) stava scontando una condanna definitiva, mentre gli italiani erano il 32,4% (54,9% prima dell’indulto), e mentre il dato medio nazionale era al 30 giugno 2007, inclusivo di italiani e stranieri, del 38,7%, e addirittura del 61,6% al 31/12/2005.

I detenuti stranieri non sono solo la larghissima maggioranza tra quanti attendono una condanna definitiva. Anche tra quanti sono già stati condannati, le differenze con i detenuti italiani sono notevoli: colpisce soprattutto come gli stranieri scontino condanne in media decisamente brevi, per cui gli italiani verosimilmente non passerebbero nemmeno dal carcere.

Abbiamo raggruppato i detenuti a Sollicciano con posizione giuridica definitiva prima dell’indulto e alla data del 4.10.2007, in base alla entità della condanna inflitta: quanto più consideriamo le condanne brevi, tanto più lo scarto tra italiani e stranieri cresce. La soglia più significativa è quella dei tre anni, in quanto rappresenta il limite di pena per l’accesso alle misure alternative della semilibertà (prima dell’espiazione di metà pena), e soprattutto dell’affidamento in prova, ovvero della alternativa alla esecuzione della pena in carcere di gran lunga più diffusa.

Al 30/6/2007 in Italia i detenuti nel carcere fiorentino che scontavano una condanna inferiore ai tre anni erano il 26,7% dei definitivi (il 30.7% al 31/12/2005). Oggi a Sollicciano il 36,7% dei detenuti sta scontando una condanna definitiva inferiore ai tre anni. Questa percentuale scende però al 14,5% se si considerano i soli detenuti definitivi italiani, mentre sale addirittura al 59,7% se si considerano i detenuti definitivi stranieri. Ben oltre la metà dunque degli stranieri che a Sollicciano eseguono una condanna definitiva, scontano una condanna per cui è in astratto applicabile una misura alternativa, e per cui l’ordine di esecuzione della pena avrebbe potuto essere addirittura sospeso. In moltissimi casi si tratta dunque di persone che, se fossero state italiane, non sarebbero nemmeno passate dal carcere.

Ulteriore conferma a questa evidente differenza di trattamento viene dall’analisi dei dati relativi alle (peraltro scarse) misure alternative concesse. Dal reparto maschile di Sollicciano, con una presenza in passato superiore anche alle 900 unità, nel trimestre aprile-giugno 2006 sono usciti, tra affidamenti e detenzioni domiciliari, in tutto 20 persone (8 stranieri), e 54 sono andate agli arresti domiciliari. Si tratta di numeri decisamente esigui per un istituto delle dimensioni di Sollicciano, ma è un numero che fa ancora più impressione se disaggregato. Gli stranieri erano infatti a Sollicciano, alla quella data, 555 su 900. Più di due terzi erano in custodia cautelare, e tra i condannati, una buona metà aveva una condanna inferiore ai tre anni. È chiaro dunque che a Sollicciano c’è un gruppo molto ampio di detenuti stranieri dallo spessore criminale decisamente modesto. Ebbene, nel trimestre aprile-giugno 2006 sono usciti dall’istituto, in detenzione domiciliare o affidamento, solo 8 stranieri. Questo dato riassume pienamente la condizione degli stranieri in carcere: per loro, a parità di condotta rispetto ad un cittadino italiano, la carcerazione è più probabile e più lunga. Entrano in molti, moltissimi, ma sono poi pochissimi ad accedere ai percorsi trattamentali all’esterno. Hanno condanne più brevi, per condotte illegali più modeste, ma scontano più pena detentiva, spesso fino all’ultimo giorno della condanna inflitta.

La deriva che più o meno consapevolmente si sta invocando a gran voce per gli stranieri (ma, temiamo, non solo per loro: ce n’è anche per i poveri nostrani) è quella che negli USA ha provocato uno smisurato aumento dei detenuti e la fine della proporzione tra reato e pena, sintetizzata nello slogan “three strikes and you’re out” ovvero “tre sbagli e sei fuori”, tre rilievi penali anche non gravi e sei fuori dalla società e dentro il carcere, in una situazione di sostanziale ergastolo, nella quale sono sovrarappresentati i soliti noti: afroamericani e giovani latinos di provenienza immigrata. Massimo Pavarini l’ha definita “la neutralizzazione degli uomini inaffidabili”.

I più acculturati della schiera di coloro che gridano all’incertezza della pena ci spiegheranno, nonostante la difficile contestabilità dei qui dati riportati, che quel che conta è “la percezione della gente”, e che l’argomentazione razionale nulla può contro di essa.

E continueranno, irresponsabilmente, ad alimentare “false evidenze”, come quella della particolare inclinazione a delinquere di popolazioni o gruppi: oggi i rumeni, ieri gli albanesi, prima ancora i marocchini, da sempre i rom.

L’effetto sarà (è stato dappertutto) quello opposto a quello dichiarato: l’isteria securitaria non ha mai tranquillizzato nessuno, al contrario ha legittimato l’intolleranza, ha alimentato la discriminazione verso i più deboli, ha stigmatizzato categorie e gruppi (in particolare le minoranze immigrate).

Non sappiamo se tutto questo venga fatto nella speranza di non apparire troppo “buonisti”,  o nella cinica convinzione di guadagnarci qualche voto.

In tutti e due i casi, ricordiamo che chi semina vento raccoglie tempesta.

Fondazione Michelucci

Appello: Il Triangolo Nero

Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne.

La storia recente di questo paese è un susseguirsi di campagne d’allarme, sempre più ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando “emergenze” e additando capri espiatori.     

Una donna è stata violentata e uccisa a Roma. L’omicida è sicuramente un uomo, forse un rumeno. Rumena è la donna che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita. L’odioso crimine scuote l’Italia, il gesto di altruismo viene rimosso.

Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena è stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignità? No: della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali; della prima si deve sapere che è italiana, e che l’assassino non è un uomo, ma un rumeno o un rom.

Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con spranghe e coltelli alcuni rumeni all’uscita di un supermercato, ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanità. Delle loro condizioni, nulla è più dato sapere.

Su queste vicende si scatena un’allucinata criminalizzazione di massa. Colpevole uno, colpevoli tutti. Le forze dell’ordine sgomberano la baraccopoli in cui viveva il presunto assassino. Duecento persone, tra cui donne e bambini, sono gettate in mezzo a una strada.

E poi? Odio e sospetto alimentano generalizzazioni: tutti i rumeni sono rom, tutti i rom sono ladri e assassini, tutti i ladri e gli assassini devono essere espulsi dall’Italia. Politici vecchi e nuovi, di destra e di sinistra gareggiano a chi urla più forte, denunciando l’emergenza. Emergenza che, scorrendo i dati contenuti nel Rapporto sulla Criminalità (1993-2006), non esiste: omicidi e reati sono, oggi, ai livelli più bassi dell’ultimo ventennio, mentre sono in forte crescita i reati commessi tra le pareti domestiche o per ragioni passionali. Il rapporto Eures-Ansa 2005, L’omicidio volontario in Italia e l’indagine Istat 2007 dicono che un omicidio su quattro avviene in casa; sette volte su dieci la vittima è una donna; più di un terzo delle donne fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, e il responsabile di aggressione fisica o stupro è sette volte su dieci il marito o il compagno: la famiglia uccide più della mafia, le strade sono spesso molto meno a rischio-stupro delle camere da letto.

Nell’estate 2006 quando Hina, ventenne pakistana, venne sgozzata dal padre e dai parenti, politici e media si impegnarono in un parallelo fra culture. Affermavano che quella occidentale, e italiana in particolare, era felicemente evoluta per quanto riguarda i diritti delle donne. Falso: la violenza contro le donne non è un retaggio bestiale di culture altre, ma cresce e fiorisce nella nostra, ogni giorno, nella costruzione e nella moltiplicazione di un modello femminile che privilegia l’aspetto fisico e la disponibilità sessuale spacciandoli come conquista. Di contro, come testimonia il recentissimo rapporto del World Economic Forum sul Gender Gap, per quanto riguarda la parità femminile nel lavoro, nella salute, nelle aspettative di vita, nell’influenza politica, l’Italia è 84esima. Ultima dell’Unione Europea. La Romania è al 47esimo posto.

Se questi sono i fatti, cosa sta succedendo?

Succede che è più facile agitare uno spauracchio collettivo (oggi i rumeni, ieri i musulmani, prima ancora gli albanesi) piuttosto che impegnarsi nelle vere cause del panico e dell’insicurezza sociali causati dai processi di globalizzazione.

Succede che è più facile, e paga prima e meglio sul piano del consenso viscerale, gridare al lupo e chiedere espulsioni, piuttosto che attuare le direttive europee (come la 43/2000) sul diritto all’assistenza sanitaria, al lavoro e all’alloggio dei migranti; che è più facile mandare le ruspe a privare esseri umani delle proprie misere case, piuttosto che andare nei luoghi di lavoro a combattere il lavoro nero.

Succede che sotto il tappeto dell’equazione rumeni-delinquenza si nasconde la polvere dello sfruttamento feroce del popolo rumeno.

Sfruttamento nei cantieri, dove ogni giorno un operaio rumeno è vittima di un omicidio bianco.

Sfruttamento sulle strade, dove trentamila donne rumene costrette a prostituirsi, metà delle quali minorenni, sono cedute dalla malavita organizzata a italianissimi clienti (ogni anno nove milioni di uomini italiani comprano un coito da schiave straniere, forma di violenza sessuale che è sotto gli occhi di tutti ma pochi vogliono vedere).

Sfruttamento in Romania, dove imprenditori italiani – dopo aver “delocalizzato” e creato disoccupazione in Italia – pagano salari da fame ai lavoratori.

Succede che troppi ministri, sindaci e giullari divenuti capipopolo giocano agli apprendisti stregoni per avere quarti d’ora di popolarità. Non si chiedono cosa avverrà domani, quando gli odii rimasti sul terreno continueranno a fermentare, avvelenando le radici della nostra convivenza e solleticando quel microfascismo che è dentro di noi e ci fa desiderare il potere e ammirare i potenti. Un microfascismo che si esprime con parole e gesti rancorosi, mentre già echeggiano, nemmeno tanto distanti, il calpestio di scarponi militari e la voce delle armi da fuoco.

Succede che si sta sperimentando la costruzione del nemico assoluto, come con ebrei e rom sotto il nazi-fascismo, come con gli armeni in Turchia nel 1915, come con serbi, croati e bosniaci, reciprocamente, nell’ex-Jugoslavia negli anni Novanta, in nome di una politica che promette sicurezza in cambio della rinuncia ai principi di libertà, dignità e civiltà; che rende indistinguibili responsabilità individuali e collettive, effetti e cause, mali e rimedi; che invoca al governo uomini forti e chiede ai cittadini di farsi sudditi obbedienti.

Manca solo che qualcuno rispolveri dalle soffitte dell’intolleranza il triangolo nero degli asociali, il marchio d’infamia che i nazisti applicavano agli abiti dei rom.

E non sembra che l’ultima tappa, per ora, di una prolungata guerra contro i poveri.

Di fronte a tutto questo non possiamo rimanere indifferenti. Non ci appartengono il silenzio, la rinuncia al diritto di critica, la dismissione dell’intelligenza e della ragione.

Delitti individuali non giustificano castighi collettivi.

Essere rumeni o rom non è una forma di “concorso morale”.

Non esistono razze, men che meno razze colpevoli o innocenti.

Nessun popolo è illegale.
Adesioni aggiornate alle 02.00 di giovedì 15 novembre 2007

Proposto da: Alessandro Bertante, Gianni Biondillo, Girolamo De Michele, Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Helena Janeczek, Loredana Lipperini, Monica Mazzitelli, Marco Philopat, Marco Rovelli, Stefania Scateni, Antonio Scurati, Beppe Sebaste, Lello Voce, Wu Ming.

Primi firmatari: Fulvio Abbate – Maria Pia Ammirati – Manuela Arata – Bruno Arpaia – Articolo 21 – Rossano Astremo – Andrea Bajani – Nanni Balestrini – Guido Barbujani – Ivano Bariani – Giuliana Benvenuti – Silvio Bernelli – Stefania Bertola – Bernardo Bertolucci – Sergio Bianchi – Ginevra Bompiani – Carlo Bordini – Laura Bosio – Botto&Bruno – Silvia Bre – Enrico Brizzi – Luca Briasco – Elisabetta Bucciarelli – Franco Buffoni – Errico Buonanno – Lanfranco Caminiti – Rossana Campo – Maria Teresa Carbone – Massimo Carlotto- Lia Celi – Maria Corbi – Stefano Corradino – Mauro Covacich – Erri De Luca – Derive Approdi – Donatella Diamanti – Jacopo De Michelis – Filippo Del Corno – Mario Desiati – Igino Domanin – Tecla Dozio – Nino D’Attis – Francesco Forlani – Enzo Fileno Carabba – Ferdinando Faraò – Marcello Flores – Marcello Fois- – Barbara Garlaschelli – Enrico Ghezzi – Tommaso Giartosio – Lisa Ginzburg – Roberto Grassilli – Andrea Inglese – Franz Krauspenhaar – Kai Zen – Nicola Lagioia – Gad Lerner – Giancarlo Liviano – Claudio Lolli – Carlo Lucarelli – Marco Mancassola – Gianfranco Manfredi – Luca Masali – Sandro Mezzadra – Giulio Milani – Raul Montanari – Giuseppe Montesano – Elena Mora – Gianluca Morozzi – Giulio Mozzi – Moni Ovadia – Enrico Palandri – Chiara Palazzolo – Melissa Panarello – Valeria Parrella – Anna Pavignano – Lorenzo Pavolini – Giuseppe Pederiali – Sergio Pent – Santo Piazzese – Tommaso Pincio – Gabriella Piroli – Guglielmo Pispisa – Leonardo Pelo – Gabriele Polo – Andrea Porporati – Alberto Prunetti – Laura Pugno – Serge Quadruppani – Christian Raimo – Veronica Raimo – Franca Rame – Enrico Remmert – Marco Revelli – Ugo Riccarelli – Anna Ruchat – Roberto Saviano – Sbancor – Clara Sereni – Gian Paolo Serino – Nicoletta Sipos – Piero Sorrentino – Antonio Spaziani – Carola Susani – Stefano Tassinari – Annamaria Testa – Laura Toscano – Emanuele Trevi – Filippo Tuena – Raf Valvola Scelsi – Francesco Trento – Nicoletta Vallorani – Paolo Vari – Giorgio Vasta – Grazia Verasani – Sandro Veronesi – Marco Vichi – Roberto Vignoli – Simona Vinci – Yo Yo Mundi

Aderiscono: Silvia Acquistapace – Armando Adolgiso – Enzo Aggazio – Valerio Aiolli – Fiora Aiazzi – Loredana Aiello – Cristina Ali Farah – Max Amato – Cris Amico – Cinzia Ardigò -Roberto Armani -Paolo Arosio – Monia Azzalini – Eva Banchelli – Barbara Barni – Adriano Barone -Daniela Basilico- Simona Baldanzi – Barbara Balzarotti – Remo Bassini – Elisabeth Baumgartner – Sandro Bellassai – Gigi Bellavita – Francesca Bonelli – Violetta Bellocchio – Paola Bensi – Alessandro Beretta – Alberto Bertini – Donatella Bertoncini – Marco Bettini – Paolo Bianchi – Nicoletta Billi – Valter Binaghi – Enrico Blasi -Augusto Bonato – Emanuele Bonati – Valentina Bosetti – Nadia Bovino – Giovanni Bozzo – Anna Bressanin – Annarita Briganti – Luciano Brogi – Gianluca Bucci – Manuela Buccino – Giusi Buondonno – Leonardo Butelli – Domenico Cacapardo – Daniele Caluri – Nives Camisa – Maurizia Cappello – Paolo Capuzzo – Luigi Capecchi -Alessandro Capra – Carlo Carabba – Enrico Caria – Valentina Carnelutti – Eleonora Carpanelli – Guido Castaman – Silvia Castoldi – Ettore Calvello- Francesco Campanoni – Ernesto Castiglioni – Fabrizio Centofanti – Paola Chiavon – Marcello Cimino – Paolo Cingolani – Anselmo Cioffi – Beatrice Cioni – Francesca Corona – Stefano Corradino – Marina Crescenti – Vittorio Cartoni – Marcello D’Alessandra – Cristina D’Annunzio – Gabriele Dadati – Manuela Dall’Acqua – Paola D’Apollonio – Antonella De Luca – Patrizia Debicke van der Noot – Lello Dell’Ariccia – Paolo Delpino – Valentina Demelas- Chiara Desiderio – Prisca Destro- Francesco Di Bartolo – Chiara Dionisi – Martina Donati – Bruna Durante – Arturo Fabra- Marina Fabbri – Franco Fallabrino – Graziella Farina – Giulia Fazzi – Giorgia Fazzini – Raffaele Ferrara – David Fiesoli – Claudia Finetti – Maurizio Forte -Lissa Franco – Gabriella Fuschini – Daniela Gamba – Pupa Garriba – Walter Giordani – Viorica Guerri – Maria Nene Garotta – Luisa Gasbarri – Massimiliano Gaspari – Catia Gasparri – Valentina Gebbia – Lucyna Gebert- Silvana Giannotta -Angelica Grizi -Emiliano Gucci -Lello Gurrado – Francesca Koch – Rossella Kohler – Fabio Introzzi – Maria Rosaria La Morgia – Daniela Lampasona – Federica Landi – Loredana Lauri -Albertina La Rocca – Filippo Lazzarin – Sabina Leoni – Elda Levi – Mattea Lissia – Mariagrazia Lonza – Francesco Lo Piccolo – Giorgio Lulli – Monica Lumachi – Gordiano Lupi – Iseult Mac Call – Luca Maciocca- Giovanna Maiola – Alessandro Maiucchi- Ilaria Malagutti – Manuela Malchiodi – Felicetta Maltese – Emanuele Manco – Federica Manzon – Roger Marchi – Mauro Marcialis – Adele Marini – Gianluca Mascetti – Laura Mascia -Giusy Marzano- Anna Mascia – Mara Mattoscio – Stefano Mauri – Lorenzo Mazzoni – Ugo Mazzotta – Michele Mellara – Michele Meomartino- Camilla Miglio – Paola Miglio – Laura Mincer – Olek Mincer – Mauro Minervino – Roberto Mistretta- Giorgio Morale – Isabella Moroni – Elio Muscarella – Ettore Muscogiuri – Nino Muzzi – Rosario Nasti – No Reply – Giovanni Nuscis – Fabio Pagani – Dida Paggi – Valentina Paggi – Iulia Claudia Panescu – Rafael Pareja – Enrico Pau- Simonetta Pavan – Monica Pavani – Alessandra Pelegatta – Graziella Perin – Bruna Perraro – Seba Pezzani – Alessandro Piva- Serena Polizzi – Massimo Polizzi – Francesca Pollastro – Alessia Polli – Sabrina Poluzzi – Nicola Ponzio – Anna Porcu – Kiki Primatesta – Salvatore Proietti – Maddalena Pugno – Andrea Rapini – Vincent Raynaud -Paolo Reda – Luigi Reitani – Jan Reister- Sergio Rilletti – Mirella Renoldi – Patrizia Riva – Monica Romanò – Alessandro Rossi – Grazia Rossi – Luisa Rossi – Marta Salaroli – Carlo Salvioni – Ida Salvo – Bianca Sangiorgio – Veronica Alessandra Scudella – Maria Serena Sapegno – Simone Sarasso – Dimitri Sardini – Monica Scagnelli – Angela Scarparo – Gabriella Schina – Elvezio Sciallis – Marinella Sciumè – Matteo Severgnini – Michèle Sgro – Carlo Arturo Sigon – Genziana Soffientini – Crio Spagnolo – Mario Spezi – Mila Spicola – Susi Sacchi – Mariagrazia Servidati – Mattia Signorini – Luigia Sorrentino – Stalker/Osservatorio nomade – Claudia Stra’ – Luigi Taccone – Giorgio Tinelli – Veronica Todaro – Eugenio Tornaghi – Umberto Torricelli – Sara Tremolada – Renato Trinca – Nadia Trinei – Roberto Tumminelli – Tonino Urgesi – Sasa Vulicevic – Angela Valente – Roberto Valentini – Maria Luisa Venuta – Selene Verri – Diego Zandel – Salvo Zappulla

Per aderire:

http://www.petitiononline.com/trianero/petition.html

Comunicato Stampa

 

SI STRALCINO LE NORME DEL DDL AMATO-FERRERO SUGLI INGRESSI

PER RENDERE MENO FARRAGINOSO IL PROSSIMO DECRETO FLUSSI

Dichiarazione di Filippo Miraglia, responsabile immigrazione Arci

Dall’inizio dell’anno, il numero dei migranti morti nel canale di Sicilia è aumentato rispetto allo stesso periodo dell’anno passato. La responsabilità di queste morti ricade sulle leggi vigenti che rendono impraticabile l’ingresso regolare. Bisogna predisporre provvedimenti efficaci per l’ingresso degli straieri in Italia. E’ l’unico mezzo per evitare le morti di frontiera. 

Il meccanismo di ingresso per motivi di lavoro “a chiamata nominativa”, attualmente vigente, costringe le persone ad entrare irregolarmente in Italia. Nessun datore di lavoro, infatti, è disponibile ad assumere un lavoratore che non ha mai visto. Sono migranti irregolari quelli che trovano lavoro in Italia e da qui presentano la loro domanda per i flussi. In caso di risposta positiva sono costretti di nuovo a  tornare nei paesi di origine per ritirare il visto, rischiando nel frattempo di incappare in espulsioni e fogli di via.

Questa farsa è nota a tutti ed è già stata denunciata dal Ministro dell’Interno e dal Ministro della Solidarietà Sociale un anno e mezzo fa. La soluzione esiste ed è contenuta nella proposta di legge Amato – Ferrero.

Non è necessario aspettare l’approvazione della nuova legge sull’immigrazione per trovare una soluzione. Basterebbe stralciare queste misure e inserirle in un apposito decreto.

Il primo dicembre il decreto flussi dovrebbe essere pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Il 15 dicembre, data a partire dalla quale sarà possibile presentare le domande, scatterà l’ora X per accedere alla farsa di stato.

Chiediamo al Governo innanzitutto di adottare un provvedimento che consenta ai lavoratori e alle lavoratrici già presenti in Italia di rimanere senza dover rientrare nei paesi d’origine per il ritiro del visto.

Chiediamo inoltre che venga ampliata la quota di ingressi. I 170.000 previsti sono troppo pochi, come dimostra il numero delle domande presentate l’anno scorso.

Il decreto flussi prevede che la graduatoria delle domande si costruisca in base all’ora di invio delle stesse. Questo criterio premierebbe soltanto i più veloci o coloro che hanno possibilità di accesso in tempi rapidi a internet, rischiando inoltre di produrre un sovraccarico nel sistema operativo del Ministero.

Chiediamo quindi che si abbandoni questo criterio utilizzando un sistema di sorteggio che riteniamo meno ingiusto.

Roma, 13 novembre 2007

Giornata di mobilitazione nazionale Sabato 1 Dicembre.

Dall’assemblea nazionale delle reti migranti e antirazziste.

Cancellare il protocollo con le poste

GIORNATA DI MOBILITAZIONE NAZIONALE  SABATO 1 DICEMBRE

Basta con la rapina delle Poste per il rilascio e  il rinnovo dei permessi di soggiorno

Per la regolarizzazione permanente dei/delle migranti

L’assemblea nazionale delle reti migranti e antirazziste riunita a Brescia domenica 11 novembre a quasi due anni dalla sottoscrizione dell’accordo tra Ministero dell’Interno e Poste Italiane per il rilascio e il rinnovo dei permessi di soggiorno indice una giornata di mobilitazione per sabato 1 dicembre in tutte le città- con presidi, iniziative davanti alle Poste e a quegli enti e istituzioni che gestiscono le pratiche –  per cancellare quel Protocollo.

Un protocollo stipulato tra il governo Berlusconi e le Poste che l’attuale governo non mostra alcuna volontà di abrogare. Un protocollo che rapina i/le migranti perché estorce  loro, familiari compresi, più di 70 euro per il rinnovo di ogni permesso di soggiorno, che viene consegnato anche un anno dopo. E siccome i rinnovi dei permessi di soggiorno sono collegati ai contratti di lavoro, spesso precari, molti/e migranti devono sostenere i costi del rinnovo anche più volte in brevi periodi. Ancora una volta procedure diverse per chi viene considerato cittadino di seconda categoria, basti pensare che per la carta di identità si pagano pochi euro e viene consegnata in giornata.

E’ ora di dire basta a questa ingiustizia. Vogliamo che i permessi di soggiorno si possano rinnovare a costi bassi, con pratiche semplici, trasparenti e in tempi certi.

Inoltre il nuovo decreto flussi  varato dal governo contribuirà a mantenere in condizioni di

“clandestinità e irregolarità” centinaia di migliaia di migranti. Annunciare la disponibilità di posti di lavoro in Italia, suddivisi per quote e nazionalità, per chi si trova nel proprio paese d’origine

significa riprodurre ancora una volta quell’atteggiamento ipocrita  che fa finta di non vedere che i/le migranti che presenteranno domanda  sono già presenti sul territorio italiano, lavorano e sono sfruttati senza avere diritti.

Non vogliamo protocolli, decreti o leggi che favoriscono la “clandestinità e l’irregolarità” dei/delle migranti. Non vogliamo che si continui a concepire i/le migranti solo ed esclusivamente come  forza-lavoro flessibile, ricattabile e senza diritti e dignità. E’ necessaria una regolarizzazione permanente dei/delle migranti presenti sul territorio in modo da farli uscire dalla condizione infernale della “clandestinità”.

Facciamo appello a tutte le realtà migranti e antirazziste a costituire in ogni città comitati e coordinamenti che in modo unitario organizzino e favoriscano la partecipazione alla giornata

di mobilitazione del  1° dicembre per cancellare il Protocollo con le Poste.

Assemblea nazionale delle reti migranti e antirazziste

Brescia 11 novembre 2007